Il dramma o favola pastorale

Gaspard Dughet - Aminta about to rescue Silvia

Gaspard Dughet – Aminta about to rescue Silvia

Il dramma pastorale

Il dramma pastorale è un genere teatrale, affermatosi negli ultimi decenni del Quattrocento, che si rifà all’idillio, alla bucolica e all’egloga e trasforma il dialogo in vera e propria struttura drammatica. Esso è tuttavia condizionato dalle corti, che esigono dal poeta un teatro raffinato, pieno di fasto e di garbo. Il dramma pastorale viene così a fondere il sentimento tragico e quello comico, con il lieto fine di rigore, per non turbare la serenità del giorno festivo, in cui abitualmente questo genere veniva rappresentato. Dalla favola pastorale il teatro riprende gli stessi personaggi: ninfe, satiri, pastori, cacciatori. L’esempio primo di questo genere si ha nella Favola di Orfeo di Poliziano, rappresentata nel 1480. Fino alla metà del Seicento il genere continua ad avere fortuna e fra le opere più significative sono da ricordare il Tirsi di Baldassarre Castiglione (1506), l’Egle di G. B. Giraldi Cinzio (1545), l’Aminta di T. Tasso (1573), mentre l’Endimione di A. Guidi (1692) segna la fine di una formula ormai priva di interesse, che egualmente si era andata spegnendo in Spagna e in Inghilterra, dove aveva trovato, specie in Garcilaso de la Vega, Juan del Encina ed E. Spenser i migliori cultori.

Il dramma o favola pastorale si afferma nell’ambiente della corte italiana del secondo Cinquecento e si lega alla fortuna incontrata in tutto il Quattrocento dall’egloga d’imitazione virgiliana. L’egloga aveva avuto grande successo tra il pubblico di corte come genere intermedio tra la commedia e la tragedia. In particolare due autori, Poliziano e Sannazaro, riutilizzano l’egloga pastorale in due contesti letterari diversi. Il primo si serve dei pastori e dell’Arcadia per dare origine alla sua Favola di Orfeo. Sannazaro, invece, nell’Arcadia compone un’opera mista di parti in prosa e in versi, in cui compaiono nuovamente pastori che dialogano nel paesaggio arcadico. Questo testo divenne il capostipite ed il modello di un nuovo genere letterario, quello del romanzo pastorale, che era stato anticipato già dal Boccaccio. L’Arcadia di Sannazaro ebbe enorme fortuna in Italia e in Europa e aprì la strada dello spettacolo teatrale definito “dramma o favola pastorale”.
Il dramma pastorale cinquecentesco presenta un carattere di svago e d’intrattenimento e viene rappresentato a corte. L’intreccio della favola pastorale riguarda un amore contrastato che si risolve però felicemente; i personaggi sono pastori, ninfe (divinità minori che, secondo la mitologia classica, abitavano nel mare, nelle fonti, nei boschi, nei monti o nelle grotte) e satiri (divinità boscherecce, di aspetto in parte umano e in parte animalesco, con piccole corna, orecchie, barba, zampe e coda caprine; venivano rappresentati come amanti del suono, della danza, del bere; inseguivano le ninfe per ghermirle e con esse formavano il corteo di Bacco); l’ambiente è quello bucolico, il locus amoenus che richiama allegoricamente l’ambiente della corte. Il dramma pastorale costituisce una visione idealizzata del potere aristocratico. Gli autori di questo genere intendono suscitare il piacere e la meraviglia nel pubblico, creando una situazione che, sfiorata la catastrofe tragica, si risolve poi felicemente. Il mondo pastorale rappresentato ha quindi un valore rassicurante per la società cortigiana a cui è destinato. Il pubblico si divertiva poi a riconoscere nella finzione scenica personaggi e situazioni del mondo cortigiano. Nella struttura il dramma pastorale constava di un prologo, cinque atti in versi e cori. Particolare importanza assumevano gli intermezzi. Il pubblico di corte spesso apprezzava maggiormente la ricchezza e lo splendore di queste scenografie piuttosto che la rappresentazione drammatica. Da questo genere si originerà il melodramma.
Dal punto di vista formale, invece, è differente dagli altri generi letterari, per esempio la commedia e la tragedia: differisce dalla commedia in quanto non presenta situazioni comiche ambientate nel contesto cittadino, bensì temi seri e sentimentali, ambientati in un mondo favoloso; differisce anche dalla tragedia poiché alla catastrofe finale sostituisce il lieto fine.
La corte italiana che più favorì lo sviluppo di questa forma spettacolare fu quella di Ferrara. Le due opere più significative del genere sono l’Aminta del Tasso e il Pastor fido di Battista Guarini.

Torquato Tasso – L’Aminta

Composta nel periodo di maggiore serenità mentale ed intensità artistica dell’autore, l’Aminta rientra nel genere della favola pastorale, affermatosi in particolar modo a Ferrara a metà del secolo, che metteva in scena vicende ambientate nel mondo dei pastori; dall’altro lato, però, riprende la lunga tradizione della poesia pastorale, avviata da Teocrito e Virgilio e che ha avuto ampi successi nella letteratura cortigiana del Quattro e Cinquecento, con Poliziano e Sannazzaro. Il tema arcadico è giunto a Tasso attraverso l’opera Arcadia del Sannazzaro (1400), mentre il modello deriva dall’opera di Gian Battista Giraldi Cinzio, autore della prima favola pastorale, l’Egle. Il dramma di Tasso, come detto in precedenza, è suddiviso secondo i canoni definiti da Aristotele nella Poetica: cinque atti preceduti da un prologo; in questa struttura si aggiungono la “coreografia” (i balletti) e i cori. L’intreccio è estremamente semplice. Il giovane pastore Aminta ama la ninfa Silvia, ma l’inesperienza d’amore di Aminta impedisce al giovane di vincere la resistenza della ninfa. I due sono aiutati da due amanti più maturi, Tirsi e Dafne: il primo consiglia Aminta, la seconda persuade Silvia ad accettare l’amore di Aminta. Il giovane è indotto ad andare dove la sua amata è solita fare il bagno nuda; lì la trova legata ad un albero mentre un satiro sta cercando di violentarla; Aminta libera Silvia, ma lei fugge senza mostrare gratitudine al ragazzo. Una serie di malintesi permette la risoluzione della vicenda: si dice ad Aminta che un lupo ha divorato la sua amata (infatti nel bosco dove la ninfa si era inoltrata per fuggire dal satiro e da Aminta erano rimaste tracce dei suoi vestiti macchiati di sangue). Così il pastore tenta il suicidio gettandosi giù da una rupe. Nel momento in cui sembra si sia raggiunta la spannung negativa, si viene a sapere che Silvia è rimasta illesa e che Aminta nel tentativo di uccidersi è stato sorretto da un cespuglio. In tal modo i due possono confidarsi il loro amore reciproco e vivere felici e contenti.

Battista Guarini – Il Pastor fido

L’intellettuale cortigiano Battista Guarini impiegò circa un decennio per la composizione del Pastor fido, una favola pastorale scritta sulla falsariga dell’Aminta del Tasso. Anch’essa presenta la struttura tradizionale del dramma pastorale. Questa volta l’intreccio è più complesso e viene ripreso dal greco Pausania e riguarda le vicende sentimentali di tre coppie: quella di Silvio, a cui il padre Montano ha destinato in sposa la nobile ninfa Amarilli, mentre la fanciulla ama, riamata, il pastore Mirtillo, che a sua volta è amato dalla plebea Corisca, disposta a tutto pur di conquistare il giovane. La vicenda si svolge nei boschi dell’Arcadia. Il matrimonio tra Silvio ed Amarilli serve per placare l’ira di Diana. La malvagia Corisca riesce a far accusare Amarilli di infedeltà al suo futuro sposo e a farla condannare a morte. Grazie ad un riconoscimento Mirtillo, che si era offerto di morire al posto di Amarilli, si scopre essere il figlio perduto di Montano. Possono così gli innamorati Mirtillo e Amarilli sposarsi, come anche Silvio e Dorinda, da sempre innamorata del giovane. L’intersecarsi di tre storie d’amore rappresenta una novità nell’ambito del dramma pastorale tradizionale che si basava su un’unica storia d’amore. Ma la novità più significativa è costituita dalla mescolanza effettuata dal Guarini tra elementi tipici della favola pastorale ed altri appartenenti alla commedia e alla tragedia, tanto che egli poté coniare la sua opera con la definizione di “tragicommedia”. Infatti, l’ambientazione nella regione dell’Arcadia e la presenza di ninfe e pastori appartiene alla tradizione bucolica e pastorale, mentre la presenza del fato, il pericolo di morte, gli equivoci, gli spunti comici sono tipici della commedia.


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