Antonio De Lisa- Sull'”Elena” di Euripide e sulle insidie della rappresentazone del teatro antico

Antonio De Lisa- Sull'”Elena” di Euripide e sulle insidie della rappresentazone del teatro antico

«Elena», tragedia di Euripide rappresentata da «Kerkís. Teatro Antico In Scena» in collaborazione con il Corso di Alta Formazione Teatro Antico In Scena dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Regia di Christian Poggioni, direzione drammaturgica di Elisabetta Matelli. Breve introduzione di Elisabetta Matelli, docente di Storia del teatro greco e latino all’Università Cattolica di Milano e presidente dell’associazione «Kerkís. Teatro Antico In Scena».

Prima di una rappresentazione teatrale, sarebbe bene leggere il testo messo in scena. Lo si fa con l’opera lirica, meno col teatro. E invece andrebbe fatto, per cercare di capire intenzioni e risultati del regista, piuttosto che assistere passivamente a uno “spettacolo”.

Il testo che ho sottomano ora è l'”Elena”di Euripide. Testo stranissimo, se visto dalla prospettiva canonica della “tragedia”, infatti, non lo è del tutto, è una tragcommedia, e già questo rappresenterebbe una novità nel panorama della tragedia attica. In quest’opera l’autore racconta che a Troia sia andata solo un'”immagine” di Elena e non Elena in persona. Rifacendosi a questa versione del mito, in parte dovuta a Stesicoro e in parte a fonti più antche, Euripide costruisce un personaggio profondamente diverso da quello canonico. L’eroina è una donna fedele, infelice per la lontananza del marito, che soffre per la propria fama immeritata di donna adultera, e che pur essendo corteggiata dal re Teoclimeno, non gli si concede. E’ un primo esempio di dramma ad intreccio. Menelao è convinto di avere con sé la vera Elena e di averla sistemata momentaneamente in una grotta, ma appena arriva a contatto con gli egiziani si trova davanti un’altra Elena, che sostiene di non essere mai stata a Troia. Grande sorpresa e gioco di intrecci. Nietzsche è stato profondamente ingiusto con Euripide. La tragedia greca non è così monocorde come ce l’hanno insegnata.

Una cosa che mi aveva colpito nella lettura mentale della tragedia  euripidea è stato il ritmo del testo. Nel senso che il ritmo si incaricava di cambiare continuamente prospettiva. A dialoghi in cui i personaggi dibattevano con testi di una certa lunghezza, succedevano dialoghi a botta e risposta, rapidi e incalzanti.

Elena- E da allora nessuno vide tornare Menelao?
Teucro- Nessuno: nell’Ellade si dice che è morto.
Elena- Per me è finita! E la figlia di Testio è viva?Teucro- Vuoi dire Leda? E’ morta anche lei.

Ecco, questo è un esempio dei dialoghi a botta e risposta. In mezzo a questi dialoghi ci sono dei veri e propri monologhi, soprattutto di Elena, che si abbandona a dichiarazioni moraleggianti, soprattutto a sua discolpa per la cattiva fama di cui è fatta oggetto.

“Anzitutto, senza mia colpa sono diffamata, e questo è male più grande che vera colpa, per chi sia accusato di colpe che non ha commesso”.

Nella rappresentazione di «Kerkís. Teatro Antico In Scena», proprio questo si perdeva, il ritmo. La rappesentazione si srotolava senza punti di riferimento comprensibili, un po’ sulla stessa falsariga. Non diciamo queste cose per sottolineare negativamente qusta esperienza, ci servono come pretesto e spunto per riflettere in generale sulle insidie della rappresentazione del teatro antico. Alla serata era presente come spettatore un veterano della materia, il regista Antonio Calenda, che ha firmato sette regie du teatro antico nella rassegna di Siracusa; ci sarebbe piaciuto conoscere il suo parere in merito.

L’altro aspetto che andrebbe evidenziato, sempre in una prospettiva di riflessione, è quello della recitazione. Recitazione scissa: tra il tono enfatico della recitazione di Elena e quello parodistico degi altri, soprattutto di Teoclimeno.Questo è un problema costante. Ho raramente visto una rappresentazione di teatro antico priva di questi sgradevoli elementi di recitazion enfatica. Nella messa in scena di “Elena” mi sembra però che si sia un o’ esagerato, e questa divaricazione si è avvertita in tutta la sua crudezza. Un appiglio può essere colto nel fatto che questa in realtà è una “tragicommedia”, una tragedia che non è una tragedia, ma l’intento drammaturgico deve essere poi reso nell’impostazione degli attori.

Siamo del tutto consapevoli che mettere in scena il teatro antico, greco e latino, non è uno scherzo e comunque va fatto. Quelle opere fanno sentire ancora il loro richiamo prepotente, ma forse andrebbe approntata una drammaturgia ad hoc. Fino ad ora ci si è accontentati del rispetto filologico del testo e l'”Elena” vista non fa eccezione. Ora bisognerebbe lavorare un po’ sulla sua teatralità, che non significa un esteriore sfoggio di costumi e scenografie, piuttosto una comprensione profonda della partitura teatrale. Detto questo, tutte le proposte sono benvenute, specie quelle più coraggiose. Il testo dell'”Elena” euripidea non è affatto facile, il merito di chi prova a rendercelo ancora vivo non è poco.


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