Poesia araba preislamica

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Poesia araba preislamica

La maggior parte della produzione letteraria preislamica è databile fra il V e il VI secolo d.C. ed è costituita da componimenti poetici che rispecchiano mentalità e costumi della società, composta sia da nomadi, sia da sedentari della Penisola Arabica e del Vicino Oriente. Tali composizioni, caratterizzate da metrica quantitativa e dall’uso della rima unica, furono composte e trasmesse oralmente per circa due secoli e furono poi raccolte e messe per iscritto da compilatori tra l’VIII e il X secolo.
Si pensa che le composizioni più antiche affrontassero diversi temi: la satira, l’invettiva e il lamento funebre che, in un secondo momento, sarebbero confluiti nella forma poetica della qasīda, un’ode poetica politematica e monorima dalla struttura che appare codificata.
La qasīda si apre con un preludio amoroso ( nasīb ) in cui il poeta piange la perdita dell’amata sui resti dell’accampamento della tribù dalla fanciulla, che, partendo, ha separato la coppia. Segue la sezione del viaggio ( rāhil ) in cui il poeta, accompagnato dal suo fido destriero (che in genere è un cammello, maschio o femmina, più raramente un cavallo) attraversa il deserto, descrivendone in modo piuttosto preciso flora, fauna e l’alternarsi di giorno e notte. Giunto alla sua meta, il poeta incontra dei personaggi cui dedica i versi finali del poema, che ne rappresentano il fulcro: spesso l’intento è l’elogio ( madīh ) di un capoclan, o il dileggio ( hijāʾ ) di un rappresentante di tribù rivali; più raramente è il lamento funebre ( rithā ).

Sui poeti, appartenenti a tribù delle diverse regioni della Penisola Araba, ci sono giunte notizie tramandate fin dai primi secoli dell’epoca islamica, notizie sulla cui veridicità a lungo si è discusso, che ne hanno tratteggiato il carattere e la vita.
I più importanti sono:

  • Imru l-Qays, elegiaco;
  • Antara, leggendario ed orgoglioso guerriero;
  • Ṭarafa, aulico e moraleggiante, di cui ci è giunto anche un canzoniere;
  • Ta’abbata Sharran e al-Shanfarā, considerati due autentici avventurieri del deserto;
  • Nābighā al-Dhubyānī e al-Aʿshā che vissero presso corti principesche;
  • ʿAdī ibn Zayd di religione cristiana;
  • al-Khansāʾ, autrice di numerose elegie per la morte in battaglia dei suoi fratelli.

Questa letteratura si fissò poi con la formazione dell’alfabeto arabo, uno degli alfabeti più diffusi del mondo, derivato da quello aramaico, e i cui inizi risalgono al IV secolo. Tuttavia l’uso dell’alfabeto per scopi letterari è testimoniato in scritture dei secoli VIII-X. Anteriormente si può parlare solo di letteratura orale. Le testimonianze scritte sono dovute in genere a declamatori di professione, che tentarono di riprodurre anche i versi con le rime (non senza errori). Tra le più antiche testimonianze ci sono le Mu‘allaqāt. In questa Scelta o Antologia entrarono sette opere di sette poeti.

Le Mu‘allaqāt ( المعلقات) costituiscono la raccolta più nota di poesie arabe, composte probabilmente nel VI secolo, cioè in epoca preislamica e riunite insieme però nel VIII secolo.

Questa antologia sembra infatti che sia stata collazionata da Hammād al-Rāwī a seguito di una richiesta del califfo interessato a una raccolta di poesie antiche per il figlio. Secondo alcune fonti arabe il califfo in questione sarebbe stato Mu‘āwiya (661-680) e, secondo altre, ‘Abd al-Malik (685-705).
Quali siano stati il committente e il movente che hanno portato alla organizzazione della raccolta, è certo che nei secoli queste poesie sono divenute un modello per i poeti arabi tanto che alcune di esse fanno parte, ancor oggi, dei programmi scolastici dei Paesi arabi.
La personalità del poeta iracheno Hammād al-Rāwī, accusato talvolta dalle fonti di essere poco onesto nella sua importante attività di trasmettitore di poesia, ha sollevato dubbi sull’autenticità e sull’attribuzione di tanta poesia araba preislamica, fra cui anchedelle Mu‘allaqāt .

Il titolo Mu‘allaqāt è documentato soltanto a partire dal X secolo, mentre precedentemente si hanno notizie di antologie dal titolo diverso, per esempio “le Sette”, che – visti i contesti in cui sono citate – fanno supporre che si trattasse di questa stessa raccolta. Sempre nel secolo X cominciano ad apparire anche le spiegazioni relative al significato del titolo. Secondo la tradizione, recepita anche da Wolfgang Goethe nel suo West-östlicher Divan, il participio passivo sostantivato Mu‘allaqāt, le Appese, starebbe a ricordare che queste poesie erano scritte, per la loro bellezza, su stoffa e appese alla Mecca nella Ka’ba. Infine, basandosi sull’uso frequente nei titoli di opere arabe di termini indicanti gioielli, alcuni orientalisti, fra cui Charles Lyall e Theodor Nöldeke, hanno supposto che il titolo indicasse ciondoli preziosi, pendentif appunto.

Come abbiamo visto si ha notizia di un’antologia composta da sette qaside, come sembra fosse quella di Hammād e come è la maggior parte delle edizioni delle Mu‘allaqāt. Così le qaside che appaiono in tutte le recensioni sono quelle attribuite a Imru l-Qays, Zuhayr e Labīd a cui sono aggiunte, nella maggior parte dei casi, quelle di ‘Antara, Tarafa, ‘Amr ibn Kulthūm e al-Hārith ibn Hilliza; infatti, per esempio al-Mufaddal (m. 790 ca.) sostituisce la qasida di ‘Antara e quella di al-Hārith con una di al-Nābigha e una di al-A’shā, così come, in altre edizioni, l’antologia comprende dieci nomi, aggiungendo ai primi sette anche al-Nābigha al-Dhubyānī, al-A’shā e ‘Abīd ibn al-Abras.

Tutti questi poeti sarebbero vissuti nel secolo antecedente l’Islam in una società molto meno uniforme di quanto normalmente si crede e delle cui realtà umane, sociali e politiche furono i portavoce. Pertanto le sette Mu‘allaqāt (di cui si può vedere la traduzione italiana e i testi arabi in Amaldi 1991 e 1999), si presentano affatto simili fra loro anche se, essendo qaside, affrontano i temi peculiari di questa antica forma poetica araba. Così pur avendo versi dedicati all’amore, alla descrizione o al vanto ognuna di esse ha proprie peculiarità tematiche e formali legate alla personalità del poeta, ma anche all’impostazione personale o tribale.
La mu‘allaqa di Imru l-Qays, che secondo la tradizione sarebbe l’inventore della qasīda, è nota in modo particolare per le descrizioni naturali che il poeta vi inserisce e che si susseguono a commento del viaggio, reale e metaforico, che il poeta compie. Infatti, come la maggior parte delle qaside, il poeta parte dai resti dell’accampamento abbandonato dall’amata e affronta gli spazi aperti dell’Arabia fra animali e paesaggi naturali, accompagnato dalla sua cavalcatura e sostenuto da ricordi amorosi.

La mu‘allaqa di Zuhayr è in lode di due capi della tribù dei B. Dhubyān che riuscirono a porre fine a una lunga e sanguinosa guerra fra la loro e i B. Abs. Il tema degli orrori della guerra si intreccia con quello della caducità della vita affrontata dal vecchio poeta grazie alla fede in un Dio onnipotente. La composizione termina con una serie di versi divenuti proverbiali anche se è impossibile stabilire se sono i versi di Zuhayr a essere divenuti proverbi o piuttosto se il poeta abbia fatto sue espressioni di saggezza collettiva.

La struttura della mu‘allaqa di Labīd corrisponde a quella codificata della qasida. Infatti inizia con la descrizione dell’accampamento abbandonato dalla donna amata e dalla sua tribù, per proseguire con il viaggio del poeta, accompagnato dal suo dromedario, nella cui descrizione Labīd si sofferma con paragoni e metafore. Da qui inizia l’auto-elogio, costruito intorno alla descrizione della propria vita talvolta allegra, fra vino e amori, talaltra difficile, fra scontri fisici e verbali.

Anche la mu‘allaqa di ‘Antara affronta temi soggettivi, quali l’amore per la cugina Abla, e il coraggio e le virtù mostrate dal poeta in tante situazioni difficili ricordando, fra l’altro, anche il suo valoroso cavallo morto in battaglia. Tutti questi temi si intrecciano, infine, con dolci e vive descrizioni naturali che fanno di questa poesia una delle più note.

La mu‘allaqa di Tarafa, pur seguendo anch’essa lo schema della qasida, è famosa in modo particolare per la descrizione della cammella che occupa ben 28 versi, descrizione realistica costruita attraverso una scomposizione del corpo dell’animale i cui elementi portano a una serie di paragoni in cui la vita quotidiana si trasforma, anche grazie a un difficile lessico.

Le mu‘allaqāt di ‘Amr ibn Kulthūm e di al-Hārith ibn Hiliza sono strettamente connesse, in quanto i due poeti, portavoce delle rispettive tribù, perorano la causa del proprio gruppo in presenza del re dei Lakhmidi. Entrambe sono dunque due qaside tribali ricche di lodi e di velate minacce per il sovrano da ingraziarsi, di vanto del gruppo e di attacco agli avversari.

Fra le altre antologie preislamiche ricordiamo Il libro dei canti di Abu el Faragià al Isfahani, morto nel 976.

La poesia araba preislamica nasceva nell’ambiente dei nomadi, ma veniva accolta e anche imitata dagli Arabi seminomadi delle oasi e delle città. I poeti godevano di grande reputazione, partecipavano a feste e cerimonie, e si organizzavano spesso competizioni. Figura centrale di questa poesia è il poeta stesso, tipico beduino che odia e disprezza la vita sedentaria, forte e rozzo cacciatore, fanfarone, attaccato alla propria indipendenza. Ogni poesia incomincia di solito con un proemio in cui il poeta descrive se stesso, la sua vita. La forma tradizionale di questo periodo è la qasida, che si era già affermata da secoli. In italiano possiamo tradurre (ma non è proprio esatto) questo termine con elegia. Tutti i generi, da quello epico-descrittivo alla poesia satirica, si esprimevano in qaside.

Uno dei maggiori poeti arabi preislamici, di cui si tramandano la memoria e le opere, fu Imru l-Qays, (morto fra il 530 e il 540), che visse errabondo fra l’Arabia, la Siria e la Mesopotamia. Sarebbe morto a Costantinopoli, perchè giustiziato a causa della sua passione per una figlia dell’imperatore Giustiniano.

Una delle sue poesie più famose è quella intitolata “Bellezza beduina”, di cui seguono i primi versi:

“Candida, di vita sottile, di contenuta linea, dal seno polito come uno specchio.
Arretra ritrosa scoprendo una liscia guancia, con occhio di gazzella selvatica cui già accompagnano i piccoli.
Una folta chioma nera le adorna il dorso,
fitta qual pendulo grappolo di palma […] “

Nàbigha fu poeta della tribù di Dhubyàn (II metà VI sec. d.C.), inaugurò con i suoi panegirici l’arte del “madìh” ( مَديح ) o encomio, un tema che ebbe molto sviluppo nella letteratura araba. Abile cortigiano e uomo di mondo, Nàbigha seppe destreggiarsi tra patroni avversi, assaggiò la civiltà sedentaria pur rimanendo beduino nell’anima e godé nell’Arabia del suo tempo di un alto prestigio letterario e sociale.
Di Nàbigha, si citano alcuni versi di un encomio fatto alla dinastia dei Ghassanidi:

“[…] Con fini calzari, con elette cinture, sono acclamati il giorno delle Palme con rami di odoroso basilico.
Candide ancelle li salutano, e vesti di seta purpurea pendono nei loro armadi.
Proteggono i loro corpi, avvezzi ab antiquo a delizie, con abiti dalle candide maniche […]”

Infine, diamo un esempio della poesia di al-Khansà, la maggior poetessa dell’età preislamica, appartenente alla tribù dei Banu Sulain, ed è celebre per le elegie con cui pianse i fratelli Muàwiya e Sakhr, avvivando di vera profondità di sentimento gli schemi fissi del canto funebre pagano.
Un passo di “Elegie per il fratello”:

” Occhio mio, cosa hai che non piangi a rovesci, dinanzi ai colpi del Destino, Destino crudele? Piangi il tuo fratello per gli orfani e la vedova, piangi il tuo fratello se darai mai protezione a stranieri. Piangilo per il cavaliere che difende il più prezioso suo avere e per il postulante che viene a sollecitare aiuto.”

Un altro poeta fu Tarafa, dell’Arabia sudorientale. Egli, come altri autori noti di questi secoli (come Antara o Zukhair e Lapid) cantò gli eroi, i condottieri e le continue guerre tra i clan e le tribù. Erano in sostanza poeti legati ai capi, agli sceicchi, mentre as-Sanfara e Taabbat furono cantori dell’individualismo, del banditismo anarchico. Si può dire, comunque, che ogni tribù o gruppo di clan aveva i suoi poeti. E ci furono anche famose poetesse, come al Hansa, mentre il poeta Umaya di Taif scrisse poesia di contenuto religioso.

Tra il VII e l’VIII secolo si affermò e si diffuse una religione monoteista, l’islamismo, che si diffuse in mezzo mondo, con le conquiste arabe, e si formò un grande Stato feudale, il califfato. Alla fine del VII secolo la lingua araba viene dichiarata lingua ufficiale del califfato. Ed è in questo periodo che si afferma l’alfabeto arabo, un alfabeto consonantico, che viene usato dapprima per la trascrizione del Corano, il libro sacro dei mussulmani, che contiene le prediche di Maometto (morto nel 632), racconti tratti da soggetti biblici, e leggi fondamentali per lo Stato islamico. La forma letteraria del Corano non è nuova: esso è scritto in prosa rimata. Il Corano è il primo monumento scritto della prosa araba. Maometto e i suoi primi seguaci si diedero a perseguitare la poesia araba, in quanto considerata espressione del paganesimo. I poeti furono costretti al silenzio o furono perseguitati. Ma questa situazione cambiò, quando alcuni poeti ebbero il coraggio di usare la poesia per cantare la nuova realtà dell’Islam e si misero al servizio di Maometto e dei suoi seguaci.

La poesia araba, dopo un periodo breve di silenzio, rinasce rigogliosa, non più tanto in Arabia, quanto negli altri Paesi conquistati. Centri della poesia diventano la Siria e l’Iraq. Si tratta di poeti panegiristi, che scrivono inni e poemi in onore dei loro signori (della dinastia Ommiade, durata fino al 750). Alla loro corte questi poeti, come al Akhtar, Giarir e altri, oltre a inneggiare ai loro sovrani, continuano a comporre qaside, con capacità artistica non inferiore a quella dei poeti preislamici. Questi poeti erano al solito poeti di guerra, e vivevano in un’atmosfera di lotte continue, fra le tribù, dei partiti religiosi contro i poteri laici (pur se mussulmani anche loro). Il poeta al Akhtar era però cristano, esaltò gli Ommiadi che lo proteggevano, e cantò anche cose che andavano contro l’etica mussulmana, come il vino e il piacere sessuale.

La qasida era però una forma invecchiata, e nuove forme poetiche si affermarono tra i rappresentanti dell’aristocrazia cittadina del califfato. Fra i nuovi poeti si afferma Omar ibn Abi Rabiya (morto nel 718), autore di versi eleganti e gioiosi: per le sue avventure erotiche e spesso scandalose fu più volte scacciato dalla sua città che era La Mecca. Poeti noti di questo tempo furono Ibn Qais al-Ruqayat, Abu Achval (della Mecca), al Achwas, Qais ibn-Zariq, Junus al katib di Medina, al Walid di Damasco (che fu pure califfo). Si diffusero anche elegie d’amore, in cui c’erano un innamorato e una donna amata: divennero popolari coppie di amanti (in genere sempre infelici, perseguitati dalle famiglie ecc.), come Urva e Afra, Qais e Lubna, ma specialmente Medgiun e Leyla. Le vicende di questi innamorati infelici diventarono in seguito argomento di famosi poemi (come Leyla e Medgiun del poeta azerbaigiano Nizami, vissuto nel XII secolo).

Nei secoli VIII e IX si affermarono scuole poetico-religiose quasi eretiche, sette fanaticamente ostili alla dinastia regnante e alla teocrazia, considerate traditrici del vero Islam. Enorme influenza ebbe sulla letteratura in lingua araba il califfato di Baghdad (secoli VIII-XI).

La letteratura araba non è fatta soltanto da Arabi, ma anche da rappresentanti dei popoli sottomessi (Aramaici, Greci, Copti, Persiani, Berberi, persino Goti/Visigoti – in Spagna -, Turchi).

Nei secoli VIII-IX grande sviluppo ha la filologia: gli studiosi lavorano intensamente, e raccolgono materiale del folklore, pubblicano testi di poeti e prosatori antichi e moderni, elaborano raffinate teorie linguistiche e poetiche. Viene organizzata la raccolta e la traduzione delle testimonianze letterarie di tutti i popoli dell’Asia anteriore. Un grande traduttore fu Abdallah ibn Mukaffah, giustiziato nel 759 per motivi politico-religiosi. Egli tradusse l’opera indiana Panciatantra, un’epopea di favole, che uscì con il nome di Kalila e Dimna, e fu poi tradotta in spagnolo, in italiano (dal Firenzuola) e rappresentò un campionario eccezionale di favole con personaggi-animali (accanto alle favole di Esopo e di Fedro). Tradusse anche, forse dal persiano, le vicende del marinaio Sindbad, che entrarono poi nel famoso libro Le mille e una notte.

Dalla letteratura araba ormai è sparito il rozzo beduino e il deserto in cui vive. Al suo posto c’è l’uomo di città, raffinato, esteta, e il paesaggio diventa urbano. I califfi di Damasco erano gli Abbassidi ed esercitarono un’enorme influenza nel progresso culturale della cultura araba. E’ in questo clima spirituale e culturale che si forma un nuovo stile di poesia e prosa, assai più raffinato. Iniziatore e grande rappresentante di questo stil nuovo fu Basciar ib Burd (morto nel 753), proveniente da una famiglia di origine persiana. Ma il teorico e maggiore rappresentante ne fu il poeta Ibn al-Mutallah (morto nel 908).

Alla corte degli Abbassidi fiorì anche un’intera scuola di poeti d’amore, fra cui Abu Nuwas (morto nell’815). E si devono ricordare anche la poetessa Rabiya (morta nell’801) e il poeta Al Khalladz (morto nel 922), autori di poesie mistiche. Fiorì anche la prosa, dopo il Corano, anzitutto con traduzioni. Iniziatore della prosa d’arte araba si considera al-Giakiz (767-868), autore di numerose prose di contenuto morale e accusatorio (per esempio la Lode dei mercanti e biasimo dei cortigiani). Un altro importante prosatore di questo splendido periodo culturale fu Ibn Kutaiba (morto nell’889), autore di una specie di enciclopedia letteraria in dieci volumi, organizzata in base a un criterio tematico (l’amicizia, il potere, la guerra ecc.). Al Kutaibi è autore di scritti brevi, che sono paragonabili ai saggi dell’Europa.

La fine del califfato e il sorgere di Stati indipendenti (che riconoscevano nominalmente l’autorità o il primato di Baghdad) portò con sè la frammentazione della letteratura araba. La principale delle letterature che sorsero dal disgregarsi della letteratura araba unitaria fu quella della Siria, con centro Aleppo. Qui alla corte dell’emiro Saif ad-Daud (morto nel 967) visse il celebre poeta e panegirista al Mutanabbi, morto nel 965. Un altro poeta a lui contemporaneo fu Abu Firas (morto nel 968), autore di versi scritti mentre era prigioniero dei Bizantini, versi appassionati, dolenti di nostalgia per la patria.

Nell’XI secolo visse in Siria un famoso, e grande, poeta e pensatore, Abu-l-Ala al Maarri (973-1057): nella sua opera, di altissimo valore letterario, vibrano il suo odio per l’ipocrisia e il suo amore per la libertà. E’ in questo periodo e probabilmente in Siria che appare la traduzione di un’opera persiana, i Mille racconti, prototipo di quella che sarà una delle opere cardine della letteratura araba, Le mille e una notte. Un altro scrittore, Badi az-zaman al-Khamadani (morto nel 1007) crea un genere originale, il makama, considerato vertice della prosa araba. I makama di al-Khamadani sono una cinquantina di racconti picareschi, vivaci, divertenti.

Una letteratura originale araba in Andalusia fiorisce più tardi: sorge una poesia originale, che riflette i costumi e il colorito locale, espressa in strofe e rime di tipo nuovo. La poesia melodica sorge forse su una base di poesia popolare, è poesia d’amore, e vive poi anche nella Spagna cristiana. Forse influenza anche la poesia provenzale (e quindi quella italiana medievale). Il maggiore rappresentante di questa poesia melodica è Ibn Kuzmana (1080-1160), che ci ha lasciato alcuni divani (antologie) di liriche appassionate. Le forme strofico-liriche di queste poesie si chiamano muwassakh o zadgial(melodie), forme che non si differenziano molto. Ogni lirica può avere da quattro a dieci strofe. Un importante poeta arabo-spagnolo è stato al-Gazal (770-864) autore di versi molto sottili e di un poema epico sulla conquista della Spagna da parte degli Arabi, nonchè di una antologia di versi molto famosa e chiamata L’unica collana. Ricordiamo ancora Ibn Khazm (994-1063), autore di un noto poema d’amore, La collana della colomba.

Quando lo Stato unitario arabo-andaluso si rompe e sorgono vari emirati (Siviglia, Granata, Mursia e altri) ovunque si affermano scuole poetiche i cui rappresentanti cantano temi usuali: panegirici in onore degli emiri, poesie erotiche, poesie bacchiche. Siviglia diventa un centro letterario e culturale importante: di notevole valore fu al Mutamid, morto nel 1095: morì in Marocco, perchè era stato fatto prigioniero e nelle sue poesie vibra la nota dolente della nostalgia. Suo compagno di prigionia fu il noto poeta Ibn Khamdis, nato in Sicilia nel 1055 e morto in Marocco nel 1132 (fu però liberato e protetto dall’emiro del Marocco). Di Cordova era il poeta Ibn Zajdun, morto a Siviglia nel 1071: le sue poesie hanno come argomento principale la sua complessa relazione con la figlia del califfo Wallada, pure lei notevole poetessa.

Molti poeti arabo-spagnoli cantarono, e piansero, la riconquista cristiana delle città ispaniche. Ibn Khafagi, morto nel 1139, pianse la caduta di Valencia: la città era stata assediata dal Cid Campeador.

Dalla metà dell’XI secolo la letteratura araba, nonostante il crescente numero di poeti e prosatori dei vari Paesi in cui l’arabo era la lingua dominante della cultura, mostra segni evidenti di decadenza. Ma si sviluppa la poesia mistica, d’impronta sufi e suggestionata in particolare dalla lirica amoroso-religiosa dei Persiani. Rappresentanti di valore della poesia mistico-religiosa, che si rivestiva di immagini erotico-amorose e bacchiche, furono Ibn al-Arabi (1165-1240), cantore di una celeste Beatrice (nacque esattamente un secolo prima di Dante), as-Sciusctari (morto nel 1269) e l’egiziano Omar ibn al-Farid (1182-1235). Bisogna anche ricordare l’arabo-siciliano Ibn Zafar (morto nel 1169), autore di un’antologia in prosa di racconti di carattere storico. Uno scrittore di novelle (riprese dal persiano) fu Ibn Arabsciakh (1392-1450), che Tamerlano condusse da Bagh-dad a Samarcanda.

In Egitto e in Siria c’è una ripresa dopo l’invasione mongola (XIII secolo): vi si diffondono poesie e poemi scritti in arabo letterario ma già con elementi dialettali. Una lingua vicina a quella popolare, ormai abbastanza diversa dall’arabo letterario, viene usata da molti poeti. Ci furono addirittura gli inizi di un teatro scritto e da rappresentare: scrisse questi testi un certo Ibn Daniyal, del XIII secolo, egiziano. Erano trascrizioni di spettacoli orali popolari, farse ecc. Non ebbe continuatori: la letteratura ufficiale respingeva il teatro. Nei secoli XIII-XV nei Paesi arabi si diffusero quelli che con terminologia occidentale si possono chiamare romanzi cavallereschi, in arabo siri, biografie romanzate di eroi e condottieri con le loro imprese, i loro amori. Alcuni di essi avevano origine più antica. Ebbero larga diffusione, perchè costituivano il repertorio di cantori o dicitori ambulanti.

Particolare successo ebbero i poemi che avevano come soggetti le guerre contro i crociati (per esempio la sira di Beibars, tutta dedicata alla lotta contro i crociati). In questo periodo si formò il famoso libro di novelle Le mille e una notte, che ebbe grande fortuna nelle traduzioni occidentali (anzitutto quella francese), e che aveva le sue fonti in narrazioni orientali, in siri. Dopo la conquista ottomana, nel XVI secolo la letteratura araba, perde la propria vivacità, si sclerotizza. Essa si riprenderà solo verso la fine del XVIII secolo, ma come letteratura dei diversi Paesi di lingua araba (egiziana, siriana, libanese, algerina, irachena ecc).


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