Dino Campana- Inediti

Dino Campana

Inediti

«IL TEMPO MISERABILE CONSUMI»

Il tempo miserabile consumi

Me, la mia gioia e tutta la speranza

Venga la morte pallida e mi dica

Pàrtiti figlio.

Un dopopranzo, sdraiato sull’erba

Pieno di cibi e di languore, anch’io

Alla donna insaziata e battagliera,

E ben lontana,

Avrei fatto dei versi deliziosi:

Mi rose e avvelenò fin dall’infanzia

Una cucina perfida e nefanda

Il gusto fine.

La morte magra e seria ha nella voce

Un’armonia che pure io gusto tutta

Ma il mondo grasso l’ha scomunicata

E la disprezza

I ricchi son potenti al giorno d’oggi

Fanno le leggi e decretan la fame

Ai poveretti che cercan nel mondo

Un ideale

L’ideale emaciato e affievolito

Va con occhi infantili ed incosciente

Vende [- – -]

Pei lupanari

Per non toccarlo s’alzan la sottana

Le donne. I bruti ànno violato l’ora

Sacra che passa e che darà un domani

Fulgido enorme

I frenetici i pazzi su dal suolo

Nascono come funghi dopo pioggia

E ai loro tuoni di teatro buffo

Rispondono profondi

I gravi rospi e le ranocchie tenere

In melopea, dal lume della luna

Madreparlacea sopra la putredine

Inebriati

O Morte o morte vecchio capitano

Ischeletrito stendi le falcate

Braccia e portami in stretta disperata

Verso le stelle

O muto e cieco reduce, tra il marmo

Delle tue braccia suoni la mia testa

Eletrizzata esausta come corda

Che si dirompe

SPADA BARBARICA

Voi che rompete le onde della sera

Colla punta del piede, in sul balcone

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

O se avessi sirena

Una sol goccia del vostro sudore

Sulla lingua ardente, una sol goccia.

Ma la vostra fronte marmorea

Ma il vostro taglio scarlatto

Mi irridono metallici

Vergine inacessibile una goccia…

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Idolo, nel mio sangue di cristiano

Io sento la vertigine colare

Idolo, il fuoco della distruzione

Mi prende. Sulla vostra testa mozza

Idolo il vostro sangue pagano

Paradisiaco sangue io beverò

Il vostro sangue magnifico e aborrito

Il vostro sangue dolce e soffocante

Il vostro sangue che odora di muschio

Il vostro sangue tappeto regale

Dove si smorza il passo della vita

Gocciolerà lampeggiante

Stilla di verità eterna

Clessidra degli eroi e degli dei.

Ho una lama lucente

Che vince lo splendore dei vostri occhi,

Che fredda vorace vuol spegnere

Il suo splendore nella gola vostra

E ritornarsene vittoriosa

Di un trofeo di rossi diamanti

Di rossi diamanti che corrono

Su per il filo terribile folgoranti

E passano come meteora

E cadono silenziosamente

Nel grembo della terra genitrice

Oh che il tuo corpo mi versi

O donna le sue primavere

Più dolci in un fiotto che grava

Lambente i miei piedi severi

Con un tardo singhiozzo soffocato

Con un tardo singhiozzo soffocato:

Ed io camminerò sopra il tappeto

Rosso e movente, come un re in esilio

In un sogno di regno sopra i cieli.

UNA STRANA ZINGARELLA

Tu sentirai le rime scivolare

In cadenza nel caldo della stanza

Sopra al guanciale pallida a sognare

Ti volgerai, di questa lenta danza

Magnetica il sussurro a respirare.

La luna stanca è andata a riposare

Gli ulivi taccion, solo un ubriaco

Che si stanca a cantare e ricantare:

Tu magra e sola con i tuoi capelli

Sei restata. Nel cielo a respirare

Stanno i tuoi sogni. Volgiti ed ascolta

Nella notte gelata il mio cantare

Sulle tue spalle magroline e gialle

I capelli vorrei veder danzare

Sei pura come il suono e senza odore

Un tuo bacio è acerbetto e sorridente

E doloroso – e l’occhio è rilucente

È troppo bello, l’occhio è perditore.

Sicuramente tu non sai cantare

Ma la vocetta deve essere acuta

E perforante come il violino

E sorridendo deve pizzicare

Il cuore. I tuoi capelli sulle spalluccine?

Ami i profumi? E perché vai vestita

Di sangue? Ami le chiese?

No tu temi i profumi. Il corpicino

È troppo fine e gli occhi troppo neri

Oh se potessi vederti agitare

La tua animuccia tagliente tremare

E i tuoi occhi lucenti arrotondare

Mentre il santo linfatico e canoro

Che dovevi tentare

Spande in ginocchio nuvole d’incenso

Ringraziando il Signore

E non lo puoi amare

Christus vicisti

L’avorio del crocifisso

Vince l’avorio del tuo ventre

Dalla corona non sí dolce e gloriosa

Nera increspata movente

Nell’ombra grigia vertiginosa

E tu piangi in ginocchio per terra colle mani sugli occhi

E i tuoi piedi lunghi e brutti

Allargati per terra come zampe

D’una bestia ribelle e mostruosa.

Che sapore avranno le tue lacrimucce?

Un poco di fuoco? Io vorrei farne

Un diadema fantastico e portarlo

Sul mio capo nell’ora della morte

Per udirmi parlare in confidenza

I demonietti dai piedi forcuti.

Povera bimba come ti calunnio

Perché hai i capelli tragici

E ti vesti di rosso e non odori.

TRE GIOVANI FIORENTINE CAMMINANO

Ondulava sul passo verginale

Ondulava la chioma musicale

Nello splendore del tiepido sole

Eran tre vergini e una grazia sola

Ondulava sul passo verginale

Crespa e nera la chioma musicale

Eran tre vergini e una grazia sola

E sei piedini in marcia militare.

OSCAR WILDE A S. MINIATO

O città fantastica piena di suoni sordi…

Mentre sulle scalee lontano io salivo davanti

A te infuocata in linee lambenti di fuoco

Nella sera gravida, tra i cipressi.

Salivo con un’amica giovane grave

Che sacrificava dai primi anni

All’amore malinconico e suicida dell’uomo:

Ridevano giù per le scale

Ragazzi accaniti briachi di beffa

Sopra un circolo attorno ad un soldo invisibile.

Il fiume mostruoso luceva torpido come un serpente a squame;

Salivamo, essa oppressa e anelante,

Io cogli occhi rivolti alla funebre febbre incendiaria

Che bruciava te, o nero alberato naviglio

Nell’ultime febbri dei tempi o città:

Odore amaro d’alloro ventava sordo dall’alto

Attorno al bianco chiostro sepolcrale:

Ma bella come te battello bruciato tra l’alto

Soffio glorioso del ricordo, gridai o città,

O sogno sublime di tendere in fiamme

I corpi alla chimera non saziata

Amarissimo brivido funebre davanti all’incendio sordo lunare.

FIRENZE CICISBEA

Scampanava la Pasqua per la via

Calzaioli, le donne erano liete

Quel giorno ed innocenti le fanciulle

Di sotto ai cappelloni ultima moda,

E ingiovanito mi sembrava il duomo…

Ed i piedini andavano armoniosi

Portando i cappelloni battaglieri

Che armavano di un’ala gli occhi fieri

Del lor languore solo, nel bel giorno.

Il cannone tuonò ma non riscosse

Le signorine che andavano a messa

E continuava il calmo cicaleggio.

Una colomba si librava molle.

FIRENZE VECCHIA

Ho visto il tuo palazzo palpitare

Di mille fiamme in una sera calda

O Firenze, il magnifico palazzo.

Già la folla à riempito la gran piazza

E vocia verso il suo palazzo vecchio

E beve la sua anima maliarda.

La confraternita di buona morte

Porta una bara sotto le tue mura:

Questo m’allieta questo m’assicura

Della tua forza di contro alla morte:

Non bruciano le tue ferree midolla

I tempi nuovi e non l’amaro agreste

Delle tue genti: in ricordanze in feste

L’àspero sangue sotto a te ribolla.

O ferro o sangue o fiamma è tutto fuoco

Che brucia la viltà dentro le vene!

A te dai petti e dalle gole piene,

Di gioia e forza un’inesausta polla!

AD UN ANGELO DEL COSTA

(S. Giovanni in Monte. Bologna.)

L’anima della primavera triste

Lo ricerca nel quadro dove sogna

Lunghi e funerei sogni nella luce

Turchina che piove dai vetri

Istoriati delle eterne istorie

Vertiginose nel silenzio

Egli è sorto pel sogno che non muta

Cogli occhi bassi e colle labbra aperte

Su dai suoni infantili di viola,

Su dolce, verde paesaggio, in sogno

È risorto a sognare il divin sogno.

Invano invano o umana primavera

Tu te ne sali in accecanti luci

I gradini del tempio tormentosa

Soffiando ai morti soffii inquieti

E in strane e tronche voci per il tempio

Invano ti dibatti; non saluta

L’ali di fiamma tue

Essere amaro e turbolento

O dolore insaziabile e fecondo.

Rabbrividisce la sua carne assorta

Rabbrividisce il pube dolcemente.

BOBOLI

Nel giardino spettrale

Dove il lauro reciso

Spande spoglie ghirlande sul passato,

Nella sera autunnale,

Io lento vinto e solo

Ho il profumo tuo biondo rievocato.

Dalle aride pendici

Aspre, arrossate ne l’ultimo sole

Giungevano i rumori

Rauchi già di una lontana vita.

Io su le spoglie aiuole

Io t’invocavo: o quali le tue voci

Ultime furon, quale il tuo profumo

Più caro, quale il sogno più inquieto

Quale il vertiginoso appassionato

Ribelle sguardo d’oro?

Si udiva una fanfara

Straziante salire; il fiume in piena

Portava silenzioso

I riflessi dei fasti d’altri tempi.

Io mi affaccio a un balcone

E mi investe suadente

Tenero e grandioso

Fondo e amaro il profumo dell’alloro:

Ed ella mi è presente

(Tra le statue spettrali nel tramonto)

SONETTO PERFIDO E FOCOSO

Io voglio nel sonetto pastorale

Te luccicante nelle bionde anelle

Te dal nascente tuo sesso ribelle

Inasperita, nuda incatenare;

E con sacro fervore esagitare

L’aroma acerbo delle membra snelle

E piamente sopra la tua pelle

Lunghi e superbi [- -] rievocare:

Per veder gli occhi tuoi torbidi e verdi

Che accese l’angiol che ti dorme accanto

A notte tarda nei sogni infiniti

Dal profondo implorarmi, mentre un tardo

Sospiro apra la bocca mortuaria

Al riso bianco dei denti immortale.

POESIA FACILE

Pace non cerco, guerra non sopporto

Tranquillo e solo vo pel mondo in sogno

Pieno di canti soffocati. Agogno

La nebbia ed il silenzio in un gran porto.

In un gran porto pien di vele lievi

Pronte a salpar per l’orizzonte azzurro

Dolci ondulando, mentre che il sussurro

Del vento passa con accordi brevi.

E quegli accordi il vento se li porta

Lontani sopra il mare sconosciuto.

Sogno. La vita è triste ed io son solo

O quando o quando in un mattino ardente

L’anima mia si sveglierà nel sole

Nel sole eterno, libera e fremente.

DONNA GENOVESE

Tu mi portasti un po’ d’alga marina

Nei tuoi capelli, ed un odor di vento,

Che è corso di lontano e giunge grave

D’ardore, era nel tuo corpo bronzino:

– Oh la divina

Semplicità delle tue forme snelle –

Non amore non spasimo, un fantasma,

Un’ombra della necessità che vaga

Serena e ineluttabile per l’anima

E la discioglie in gioia, in incanto serena

Perché per l’infinito lo scirocco

Se la possa portare.

Come è piccolo il mondo e leggero nelle tue mani!

GUGLIELMINA E MANFREDA AL BALCONE

(SECOLO XIII)

Eccoci sole davanti al mistero notturno. La luna

Illumina forse gli amori tristi degli uomini,

Appare velata di lacrime e bruma sì come Venere

Sorge dal mare nel primo mattino del mondo

Del mondo sconvolto ancora fumante, con riso

Ahi quanto tenero e triste

Molto da allora è corso già il tempo ma ancora

Venere è triste e affanna il tenero seno

Pure è dolcezza infinita sentir la stanchezza

Dei nostri esausti cuori che ardono ancora

Per la notte dei tempi [ – – – – – ]

All’anima del mondo, insaziabile.

A UNA TROIA DAGLI OCCHI FERRIGNI

Coi tuoi piccoli occhi bestiali

Mi guardi e taci e aspetti e poi ti stringi

E mi riguardi e taci. La tua carne

Goffa e pesante dorme intorpidita

Nei sogni primordiali. Prostituta….

Chi ti chiamò alla vita? D’onde vieni?

Dagli acri porti tirreni,

Dalle fiere cantanti di Toscana

O nelle sabbie ardenti voltolata

Fu la tua madre sotto gli scirocchi?

L’immensità t’impresse lo stupore

Nella faccia ferina di sfinge

L’alito brulicante della vita

Tragicamente come a lionessa

Ti disquassa la tua criniera nera

E tu guardi il sacrilego angelo biondo

Che non t’ama e non ami e che soffre

Di te e che stanco ti bacia.

SPECIE DI SERENATA
AGRA E FALSA E MELODRAMMATICA

Sui cerchi concentrici di vite quadrilustri

Pieno di trilli d’angeli corrotti

Sui profili

Dagli occhi pesti e dalle labbra molli

Si libra il melodramma:

Il buffo dalla voce grave e fonda

Dal profilo caprino folgorante

Nell’occhio cavo infernale

Canta una canzon d’amore:

Trilla trilla mora pesta

Presto è l’alba, presto è desta.

Usignuolo della notte

O greca dal nero profilo

O bocca rossa come una ferita

O troia incommensurabile

Ed amo le tue pose schife

O triglia condita al ragù

Di gelsomino biacca e baccalà,

O romana delinquente ferina

E te capra languida greca

Dal profilo come bambagia.

E dall’occhio velato e pecorile!

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Io adoro la gaiezza che fa tremare.

Un trillo del basso mi prende

Per le strade deserte.

Gelide incombono le stelle

Così belle e sole come sui monti nevosi

E va la mascherata grottesca melodrammatica

E va come la vita schernitrice

Nei suoi concerti stonati e che prendono

Una tristezza straziante nelle ultime note stridenti

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Il basso profondo e infernale è la guida

Le donne seguono con ondeggiamenti molli

Le strade suonano al martellare sordo dei passi

La vertigine della fossa mi guarda in silenzio

Il nulla grottesco enorme scende come un vapore

Molle e scipito lento ondeggiante per l’aria.

FURIBONDO

Abbracciata io l’aveva.

Mentre affannoso delle cieche ebbrezze

Sul limitare cieco brancolavo

E accelerati colpi replicavo

Sopra la porta di eterne dolcezze:

All’improvviso sopra la mia schiena

S’alzò e ricadde martellando sordo

E ritmico il suo piede. Fu il ricordo

Dell’attimo fuggente, nella piena

Fantastica l’appello della morte.

Ardendo disperatamente allora

Raddoppiai le mie forze a quell’appello

Fatidico e ansimando la dimora

Varcai del nulla e dell’ebbrezza, fiero

Penetrai, nel fervore alta la fronte

Impugnando la gola della donna

Vittorioso nel mistico maniero

Nella mia patria antica nel gran nulla.

CONVITO ROMANO-EGIZIO

Dominus

O Balaal, Balaal

Breve è la notte ride la speranza

Ardono come rose i miei doppieri

Risplendono le tue corna lunari.

Balaal

Ora tu vieni o bruna

Amica Lidia col silenzioso

Tuo passo inghirlandata dall’oblìo

Per lo sterile fianco e per la bocca funerea.

Nelle coppe fiorite il vin scintilli

Immoto e nella notte un lungo fremere

Passi nel cielo

Lidia

La mia bocca è un serpente che riposa

Ma il mio cuore mi brucia di mistero

Che i fianchi lunghi e sinuosi torce

E che l’ebbrezza risolleva a volo

Nella voluta lenta la vertigine

Attorce i cuori, infino che il delirio

Li annebbia delle lacrime di sangue.

Ecco, contro i terrori della notte

Io sola m’alzo ed ai fragori strani

Del cembalo

Rompo il silenzio e chiamo alta la bocca:

Uomini riscuotete via l’ebbrezza

Sfoderate le spade scintillanti

E levatele in alto. In uno specchio

Abbarbagliante io sia centuplicata

Ed il mio ventre splenda come stella

Gli ubriachi

O luna che ci abbeveri di sonno.

La vesti di splendore sovrumano

Il triangolo sacro a lei nell’ombra

Lasci; o tu sublime ancella del destino

Tu coppiera di sogni deh la forza

Rendici per levarla alta nel cielo.

Lidia

Luce, luce; o cimbalo risuona come un crotalo

E che i profumi stendano un velario

Variopinto di sopra alle mie chiome

E che un’aurora

Miracolosa sorga nella notte.

Io sarò il sole sopra il mare verde.

Uomini il sogno è svanito

Uomini viene l’aurora.

Coro

Le coscie bronzine s’imbiancano

E gli occhi son madreperla

I suoni lontani e monotoni

Carezzano il cuore fanciullo

E noi berremo alle fonti

Eterne della vita come il sole

Ci scalderemo al suo seno inesausto.

Alziamoci

Il sacro triangolo, o uomini,

È aperto soffuso alla luce.

PROSA FETIDA

Giovan Pietro Malalana

Tipo strano quanto mai

Nel gran dì della Befana

S’ebbe tanti e tanti guai

Che alla sera, stanco morto

E infangato come un cane

Volle bere come un porco

E abbruttirsi colle ciane

Se ne venne per le strade

Strette oscure e misteriose

Dove dietro le vetrate

Se ne stanno Gemme e Rose

Per le scale misteriose

Verticali al Paradiso

Dei soldati e delle spose

Ingannate dal marito.

Gemma e Rosa i fiori in testa

Se lo accolsero ridendo

E Matilde che alla lesta

Su da un piatto sta inghiottendo

Sollevò la bocca tinta

E gli disse in un sorriso [:]

Mangio ancora un po’ d’aringa

Ed ho subito finito.

Malaccorto ed ubriaco

Si sdraiò con mala grazia

Sbadigliando a perdifiato

In sul muso della… Grazia

Che seccata di quell’uomo

Dalla barba già d’un mese

A squittire prese a buono

Nel suo gergo fredianese.

Il poeta se ne frega

E si sta come un Pascià

Tra le Urì di miglior lega

Del paradiso di Allà

E alle rose in carta rosa

E alle labbra di carmino

Di madonna l’ulcerosa

Ha già fatto un sonettino

Stanno zitte le figliole

A veder l’amor nascente

Anche Grazia – per la pace! –

Biascia l’ultimo accidente.

Il poeta è addormentato!

Da quel pazzo che fu sempre

Nel più bello s’è scordato

Che l’amore è onnipotente…

Laa Nunziaaaca – nel vedere

Il suo sesso disprezzato

Infuriata da vedere

S’è levata e l’ha scossato

Non si dorme sulle panche

O poveta cappellone

Porta fuori le tue ciancie

E la sbornia sul groppone

E il decino t’un lo paghi?!..

Vàia vàia cappellone…

Se ne va il poeta stanco

Colla sbornia sul groppone

Per la scala misteriosa

Ridiscende brancolando

Dal di sopra han chiuso l’uscio

E lo stanno massacrando

Alla porta della strada

S’impunzona sospirando…

Dietro i vetri rilucenti

Stan le ciane commentando

Per la strada solitaria

Non un cane. Qualche stella

Nella notte sopra i tetti

E la notte gli par bella

E cammina il poveretto

Nella notte fantasiosa

E pur sente nella bocca

La saliva disgustosa

Sente il tanfo della casa

Ripugnante. Per le strade

Ei cammina e via cammina

Or le case son più rade

Trova l’erba e si distende

Infangato come un cane

Da lontano un ubriaco

Canta amore alle persiane.

AMBIENTE PER UN DRAMMA

Sera d’estate.

Costeggiò l’Arno illuminato dai fanali tenendo la bambina per mano, traversò il ponte che metteva nella città magnificamente illuminata, coronata dai contorni graziosi e neri dei suoi alti palazzi e delle sue torri e penetrarono nella sala. Due orientali giovani brune e nude erano intorno a un bracere che dava fumi rossastri. Le fiamme pallide dei ceri torno torno sui candelabri ne erano impallidite. Un ventilatore che ronzava in alto agitava il profumo in striscie che si svolgevano e avvolgevano lentamente e ritmicamente nel silenzio reso più profondo dalle forme immobili delle orientali. Attraverso il profumo ricco leggero ondeggiante appariva tratto a tratto una chitarra solitaria sospesa sui drappi delle pareti. La statua di un arcangelo colla spada in mano, un antico quadro nerastro, una donna pensierosa, Eva, che porgeva il pomo ai suoi figli, apparivano e sparivano negli sfondi. La bambina si era trovata improvvisamente sola. Si era avvicinata istintivamente allo splendore del bracere e fissava il profumo che nasceva oscillando, mentre il fuoco si scoloriva e si arrossava ancora. Portava gli occhi alle due forme brune e ferine. Il ronzio la stordiva. Le onde che cingevano le due orientali e le si avvicinavano lentamente e magneticamente le portavano un profumo terribile, mistico e soffocante di carne femminile e di fiera che le sollevava i capelli d’angoscia. Oscuri presentimenti in un’altra sua vita le brillavano a tratti nella mente lasciandola cogli occhi sbarrati. Un suono improvviso e velato di chitarra sorse ad un tratto e la ritenne tutta. Una bruna, distesa ai piedi dell’altra, tentava accordi acerbi e monotoni, lontani e irritanti. L’altra si alzò e ballò colle bande dei suoi capelli in mano che la coronarono come la notte. Si arrestava a tratti col piede avanti, coprendosi del nero padiglione dei suoi capelli, spiando nell’oscurità, chiamando i suoni, e riprendeva la danza nell’ebbrezza funebre lentamente crescente.

Quando gli ultimi accordi secchi e acerbi si spensero e le due forme scomparvero la bambina vinta sentì un’amara nostalgia. Si accasciò e chiuse gli occhi abbandonandosi ai suoi sogni. Ed ecco che un angelo bruno dal volto femminile, dalle labbra rosse e gli occhi di velluto si inginocchiò davanti a lei e la baciò. Il suo collo era delicato come di cigno, i suoi capelli portavano l’odore dell’infinito. I vestiti cadevano dal corpicino acerbo di lei; ella si sentì colla schiena contro il suo petto, le braccia tese, la testa rovesciata sul suo collo e la bocca rosea aperta. I loro capelli ondulati e frammisti scendevano in strette infinite, armoniose come l’ebbrezza delle loro anime. Le pareva di essere trasportata come in un soffio verso cieli lontani e metallici, splendenti dei colori più delicati dei fiori, e anelava di svanire. Le pareva di sentire il suo cuore cullato da profumi di una potenza magica nella solitudine dell’infinito e aspettava che il suo cuore si addormentasse. Cosa era la vita, cosa era la morte? Le parve di udire un soffio sul suo corpo trasumanato, come l’ultima carezza dei suoi lontani amori di bambina che lasciava sulla terra; le parve di sentire l’angoscia vana [;] delle mani invisibili in vano tremanti e disperate la richiamavano… e si affondò lentamente, disparve nel nulla, nell’infinita bellezza.

ERMAFRODITO

Ermafrodito baciò le sue labbra allo specchio

In un quadro profondo

Nerastro appare rosea, biaccosa la carne di lui sullo sfondo

Di Ermafrodito in spasimi molli affogato

Dal paese della chimera eterno e profondo

Dove perdesi l’anima fantasticando

M’apparve affacciato alla superficie del mondo

Ermafrodito risveglio che inanellò l’acque insaziabile di giungere al fondo

Ermafrodito in spasimi molli affogato.

Dal fiume maledetto dove non canta la vita

Ti levi talvolta pur nelle notti lunari ed appari

Alla finestra mia colla madreperlacea luna

E stai come uno spettro vigilando il mio cuore

Che si consuma alla luce funerea lunare

La primavera anche ti è amica talvolta

E passi lontano coi venti odorosi pei prati

Brucia il cuore al poeta mentre riguardano i bovi;

Ma sempre sopra al mio letto vigila la bocca stanca e convulsa

Il vago pallore del volto e delle tue bionde chiome.

BUENOS AIRES

Il bastimento avanza lentamente

Nel grigio del mattino tra la nebbia

Sull’acqua gialla d’un mare fluviale

Appare la città grigia e velata.

Si entra in un porto strano. Gli emigranti

Impazzano e inferocian accalcandosi

Nell’aspra ebbrezza d’imminente lotta.

Da un gruppo d’italiani ch’è vestito

In un modo ridicolo alla moda

Bonearense si gettano arance

Ai paesani stralunati e urlanti.

Un ragazzo dal porto leggerissimo

Prole di libertà, pronto allo slancio

Li guarda colle mani nella fascia

Variopinta ed accenna ad un saluto.

Ma ringhiano feroci gli italiani.

MARRADI

Il vecchio castello che ride sereno sull’alto

La valle canora dove si snoda l’azzurro fiume

Che rotto e muggente a tratti canta epopea

E sereno riposa in larghi specchi d’azzurro:

Vita e sogno che in fondo alla mistica valle

Agitate l’anima dei secoli passati:

Ora per voi la speranza

Nell’aria ininterrottamente

Sopra l’ombra del bosco che la annega

Sale in lontano appello

Insaziabilmente

Batte al mio cuor che trema di vertigine

LA CREAZIONE

Fuor dal cervello enorme e prodigioso

Iddio gettava in bronzo i suoi pensieri

Le forme formidabili ed eterne

Gettava della vita e il mondo sorse

Gli uomini l’adorarono briachi

Dell’aspro succo della verde vita

Vissero e cadder sotto l’occhio immane

Alla sera del giorno portentoso

Sorse il pensiero nelle razze esauste

I vivi sospirarono, la luna

Baciò il sepolcro e suscitò un’ebbrezza

Finché il pensiero sceso nell’inferno

Ne bevve fiamme tanto portentose

Che di contro alla morte ed agli dei

Sublime gittò il carro del destino

UNE FEMME QUI PASSE

Andava. La vita s’apriva

Agli occhi profondi e sereni?

Andava lasciando un mistero

Di sogni avverati ch’è folle sognare per noi

Solenne ed assorto il ritmo del passo

Scandeva il suo sogno

Solenne ritmico assorto

Passò. Di tra il chiasso

Di carri balzanti e tonanti serena è sparita

Il cuore or la segue per una via infinita

Per dove da canto a l’amore fiorisce l’idea.

Ma pallido cerchia la vita un lontano orizzonte.

LA FORZA

Sorvola in cerchio altissimo le costellazioni

E ridiscende sulla potenza torpida dei mari

Che gravita immane sopra del seno del mondo

Erotta dalle sue correnti sorde

La livida scintilla elettrica

Illumina il portento umano

Che pilota la vita nel suo seno

Bruciano insaziabili le fornaci interne del mondo

Ancora

Il corpo dell’uomo si tende e distende,

Un balocco formidabile di raziocinio umano

Irraggia la sua volontà pei cieli

L’energia doma bramisce immane nel motore

Tremano sulle scranne barocche i monarchi belluini

Si sfiancano troni ed altari cementati di sperma

Purifichiamo le donne sotto del peso dei mari.

LE FIGLIE DELL’ IMPICCATO

Manfreda

Due forme ho già viste aggirarsi

Sotto la forca dell’impiccato

Ed una geme e piange

E l’altra bramisce e impreca.

E là dormono di notte

Sotto i cespugli neri colle serpi

E il giorno anche talvolta cantano

E appaiono a tratti di dietro gli sterpi.

L’altra sera seguendo uno stuolo di corvi

Mi fu attratto l’occhio laggiù

Era verso la sera. Un fuoco guizzava

E due forme in ridda pazza

Agitavan le braccia intorno alla forca.

Io gridai e il mio grido si perse

1. – La monaca trista si voltolò in terra

Nei sacri panni e mandò calci e squassava

Il ventre: Il demonio convulso

S’arrovellava dentro le vene

E non fu più luce dentro di lei

2. – O regina salvatemi, o regina io mi dono,

O regina copritemi

Del vostro manto o regina

Gugl[ielmina]

Sei come notturna acqua canora

Che si versa dal cuore della terra,

Trema canta e ristora;

Per spegner la mia sete inquieta

Giunse la tua novella:

Cristo è tornato e vive sulla terra

È tornato a salvare ancora il mondo

Per mano della donna che sa tutte

Le speranze le pene ed i conforti.

È tornato a parlare al secol triste

Per la mia bocca

Io sono Guglielmina

Di Boemia regina

E regina del celo.

Poi che il padre volle

Che per la donna il mondo fosse salvo

E mi mandò per promulgare il verbo

E fondare il suo regno, il terzo regno.

Io sono Guglielmina

Di Boemia regina

E regina del celo.

2. – Le vostre parole sono come luce di stella dolce e lontana

Che guardavo bambina e vegliava sempre su me,

E il suo raggio non fu mai potuto discernere

E sempre affaticò il mio pensiero

Io non son forse degna

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

Alzati e guarda la luna

Risplendere sopra il tuo duomo

In una sera magnifica

(L’estate avrà purificato i cieli

Gli arabeschi chiuderanno

In sarcofago

Sotto ai cieli fosforei

Il miracolo sublime)

Io sarò ritta tra i ceri

Incoronata in fondo

Tra le navate trionfali

Sul popolo enorme prostrato

Davanti la grande scalea

Svanente tra le brume lunari

Davanti l’infinito

Della forza e del sogno

«O POESIA POESIA POESIA»

O poesia poesia poesia

Sorgi, sorgi, sorgi

Su dalla febbre elettrica del selciato notturno.

Sfrenati dalle elastiche silhouettes equivoche

Guizza nello scatto e nell’urlo improvviso

Sopra l’anonima fucileria monotona

Delle voci instancabili come i flutti

Stride la troia perversa al quadrivio

Poiché l’elegantone le rubò il cagnolino

Saltella una cocotte cavalletta

Da un marciapiede a un altro tutta verde

E scortica le mie midolla il raschio ferrigno del tram

Silenzio – un gesto fulmineo

Ha generato una pioggia di stelle

Da un fianco che piega e rovina sotto il colpo prestigioso

In un mantello di sangue vellutato occhieggiante

Silenzio ancora. Commenta secco

E sordo un revolver che annuncia

E chiude un altro destino

«O L’ANIMA VIVENTE DELLE COSE»

O l’anima vivente delle cose

O poesia deh baciala deh chiudila come il sole di Maggio

Non vana come i sogni dei mattini

Torpidi. Scintilli il tuo pensiero

Sulle forme molteplici

Che muovono cantano e stridono

Eletrizzate nel sole

Anima oscura del mondo

Son le tue forme molteplici

Che tratte dal sonno alla vita

Ora avviluppano il mondo

Io confitto nel masso

Ti guardo o dea forza

Tu mi sferzi e mi sciogli e mi lanci

Nel tuo fremente torbido mare

O poesia siimi tu faro

Siimi tu faro e porterò un voto laggiù

Sotto degli infrenati archi marini

Dell’alterna tua chiesa azzurra e bianca

Là dove aurora fiammea s’affranca

Da un arco eburneo, a magici confini

Genova Genova Genova

«O POESIA TU PIÙ NON TORNERAI»

O poesia tu più non tornerai

Eleganza eleganza

Arco teso della bellezza.

La carne è stanca, s’annebbia il cervello, si stanca

Palme grigie senza odore si allungano

Davanti al deserto del mare

Non campane, fischi che lacerano l’azzurro

Non canti, grida

E su questa aridità furente

La forma leggera dai sacri occhi bruni

Ondulante portando il tabernacolo del seno:

I cubi degli alti palazzi torreggiano

Minacciando enormi sull’erta ripida

Nell’ardore catastrofico

«I MIEI VERSI SONO MERAVIGLIOSI;
A QUALCUNO»

I miei versi sono meravigliosi; a qualcuno

Potrà sembrare tutta robetta da fiera

È una grande illusione; sono fatti

Di tutto quello che vi piacerà

Un buon figliolo poi non è obbligato

A farsi dei vestiti tutti i giorni

Lui ci ha un modello, vi mostra il suo corpo

Ed arrangiatevelo a volontà

Non lo sapete fare? Voi volete

Un piatto di già belle scodellato?

Se ci pensate vi vergognerete

Per la vostra e la nostra dignità

Effe Ti Marinetti a un certo punto

Dice: la sarta mi ha fatto un vestito

Apposta per la guerra, quella sarta

Che specializza la specialità

Lo porto sempre e si sarà stracciato

Ma non per questo cessa d’esser bello

E dove manca vengono in aiuto

Fumo ed amore per la libertà.

Io così nel mio piccolo ho vestito

Quel che ho potuto e che mi conveniva

Son mancante, stracciato, ebben guardate

S’è brutto quello che trasparirà

Il cuore dei poeti è ben talvolta

Bello già da sé stesso e voi potreste

Ben saperlo se solo voi credeste

O aveste un pochettin di umanità.

I miei versi sono meravigliosi; a qualcuno

Potrà sembrare tutta robetta da fiera

È una grande illusione, sono fatti

Di tutto quello che vi piacerà.

«NELLA PAMPA GIALLASTRA
IL TRENO ARDENTE»

Nella pampa giallastra il treno ardente

Correva sempre in corsa vittoriosa

E travolto vertiginosamente

Il vergine infinito, senza posa

Mi baciava sul viso, e il continente

Grottesco e enorme cambiava la posa – immantinente, senza posa

Così il mio libro: ed ecco che:

Ecco che viene colle gambe storte

Il mio sonetto a voi per salutare

Accettatelo bene per le rare

Virtù che porta nelle rime attorte.

E quando venga l’ora della morte

Ritorni la vostr’anima a brucare

A voi che cose peregrine e rare

Accarezzaste nelle gambe storte

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

Io cerco una parola

Una sola parola per:

Sputarvi in viso, sfondarvi, […….]

Merda – per ora

Al chimico che scoprirà di meglio

Sia dato il premio Nobel:

Una parola – dinamite fetida

Che immelmi lo scarlatto del vostro sangue porcino

E vi stritoli la spina dorsale

E moriate nel viscidume vomitorio melmoso delle vostre midolla

«Parti battello sul mar redimito»

Parti battello sul mar redimito

Della corona delle ferree navi

Parti e solleva la tua croupe enorme

Al coito eroico del destino tuo.

Le primavere dolci di rimpianti

Ridon e piangon sulla terra verde:

Fumano a antiche statue ciminiere

Enormi tristi eïaculanti

Tra un martellar di passi sul selciato

Nero e profondo come una miniera

E una libera piazza al tram in corsa.

(Il cuore sopra del furente ardore

Invoca una sua nuova primavera

Tutto acre di rimpianti e di vendetta.)

Parti battello verso l’infinito

Puro ché l’onde alla tua corsa sacra

S’aprano in ala come le ali d’albatro

Real marino.

Ti scortino i profumi

Varii ed arcani delle terre antiche

Ed i profumi vertiginosi della

Vergine natura

E gli occhi puri e feminei

Del divino fanciullo dell’India

Ritto a prora sì come Venere sulla conchiglia

Benedicano la tua speranza infinita.

«UOMO, SIN DAI PRIMEVI TORBIDI»

Uomo, sin dai primevi torbidi

La tua maschia figura

Sul fondo azzurro del mar tremolante

S’oscura.

Ma non oggi la morte attorno sui campi

Il vitale frastuono

Te cinge potenza raccolta e pensosa

L’antico tuo trono

In lunghe ombre lambe forza

O pastore del gregge infinito

Del mondo fenomenale.

La donna sotto gli archi a riguardare

È buono, della città fremente,

Sogni composti dell’onde plurifeconde sue,

Sfinge silenziosa ridente elastica

Trascivolante su rabescati colori

Ma te uomo sullo stridore violento

In mezzo alla via scabra

Dove bramisce e geme serpentina la forza

Al palpito alato del sole e del vento

Per l’antica e feconda voluttà,

Nell’antica e feconda volontà

A te congemini.

«UMANITÀ FERVENTE SULLO SPRONE»

Umanità fervente sullo sprone

Che discende sul mare

Umanità che brilla e si consiglia

Sotto l’azzurro dell’infinità:

Passano l’ore, vengono i prodigi

Suoi giù dal celo

E tace e ondeggia l’umana famiglia.

Si stirano le bimbe come i gatti

Di sopra al mare dell’umanità

Inverso la commossa aeroplanata

Infinità.

«LONTANE PASSAN LE NAVI»

Lontane passan le navi

Nere perfide silenziose

Ma la tua bocca insaziabile

Le chiama in ruggito violento

Cannone furia appiattata

Fumida roggia che abbaglia

Cannone potenza in agguato

Sul mare che ride e abbarbaglia

Furore della terra

Che chiami sui mari infiniti

Le antiche potenze a raccolta

Lampo fumido come un sogno

Vivo e terribile sulla rovina

Voce inconscia di libertà

Amore titanico eroico

O voce rombo del cuore del mondo

Come il mar ti sorride

Ringiovanito, come la terra, e fresca

Aspra e acerba e balza ed anela tra il fumo

Che rode e scioglie la sua giovinezza

Acre aspera urgente insaziata.

«IL PORTO CHE SI ADDORME,
IL PORTO IL PORTO»

Il porto che si addorme, il porto il porto

Il porto nell’odor tenue svanito

Di catrame vegliato dalle lune

Elettriche, sul mare appena vivo

Vi si addormentan stanchi i vagabondi

Sotto le nube delle ciminiere

Ancor fumanti, ancor congiunte al celo

Abbracciandosi nell’odor del mare

Che culla i loro sogni e i loro amori

È la forza che dorme, è la tristezza

Inconscia delle cose che saranno

È la vita che cullasi nel ritmo

Affaticato. Sta la negra nube

Sopra e si stende

Dal vomito silente

È la vita che cullasi nel ritmo

Affranto, di tra il dolce scricchiolìo

De i cordami ciacula riposa

La testa stanca e sente il mar profondo

Nero movente di sotto la chiatta

E le stelle si spengono e la luce

Elettrica lo fiede nel cervello

Venere è morta

È l’ora che il marinaio di guardia

Spia il ladro avanzarsi fermo

E pensa alle genti lontane su mare su terra

Prima del colpo fatale

È l’ora che il gatto rognoso

Che il mare nemico spruzzò sulla spiaggia

Guarda con occhi vuoti il nero giuoco dell’onde

È l’ora che pei vichi fondi odoranti

Di stoccafisso passan le mandòle

Davanti alle bambole semigiudaiche in trono

D’avarizia e di prostituzione

È l’ora che roco s’affanna

Il giornalaio a cantar la novella

Sotto i portici e scoiattolano con occhi di gatti

I finocchi tra il vociare assorto e lo striscio dei piedi

È l’ora della rivolta voluttuosa

Del lupo e della lupa umani

Sacra al giudeo ed alla prostituta

All’infamia insaziata del mondo

PIAZZA S. GIORGIO

Irraggia lo splendore orientale

Genova nelle donne dalla testa

Sibillina, dal carco profumato

Della lor chioma grave lungo attorta

Genova in sogno tra il brusio confuso

Genova marinara che fa festa

Sotto la torre orientale

Tra le terrazze viridi

Sulla lavagna cinerea,

Dilaga la piazza rombante

In verso il mare che addensa le navi inesausto

Rosso ride l’arcata palazzo dal portico grande

Come le cateratte del Niagara

Canta ride svaria ferrea la sinfonia

Feconda urgente verso l’aperto mare

Canta il tuo canto o Genova

«HO SCRITTO. SI CHIUSE IN UNA GROTTA»

Ho scritto. Si chiuse in una grotta

Arsenio fortissimo disegnatore

Dipinse quadri piccoli e grotteschi

E tese l’anima in affreschi

Per desolare l’immensità

Della sua furia policroma

Attese i gnomi e le fate;

Cantava il ruscello ecc.

Io mi domando. Ha ciò senso comune

Qual cosa mi tortura e mi sospinge

All’assurdo. È il bisogno della morte

Perché su tutto chiamo distruzione?

Ci pensavo nel porto questa sera

Nel porto enorme carico di navi

Il tramonto aranciato mi ha dato lo spasimo

Della febbre malarica

Oh avere un cielo nuovo, un cielo puro

Dal sangue d’angioli ambigui

Senza le zuccherine lacrime di Maria

Un cielo metallico ardente di vertigine

Senza i miasmi putridi dei poeti e delle fanciulle

Che accolga il respiro vergine violento e sublime della prateria

Dove il tramonto bruci in fiamma vera

Col solo aroma purificatore della forza

Nuova, infinita, intatta; un cielo dove

Frati e poeti non abbiano fatto

La tana come i vermi

È questo che io voglio e lancerei

Le navi colossali

Verso il paese nuovo (non putrida patria)

Le navi sferrate sul mare senza colore

Sì senza colore alla fine. Come è infinitamente stupido

L’azzurro infinito

Chiudiamo gli occhi o squarciamo il pavone bastardo

Anche il mare hanno imbastardito

Come il sangue che oggi sa di miasma

Hanno mai pensato che odor salutare ha il sangue nella prateria vergine

Il ferro per fortuna si copre di ruggine o li stritola

Schiacciamo una volta gli infami decrepiti

Certamente è ben questo che vorrei

«PEI VICHI FONDI TRA
IL PALPITO ROSSO»

Pei vichi fondi tra il palpito rosso

Dei fanali, sull’ombra illanguidita

Al vento di preludio di un gran mare

Ricchissimo accampato in fondo all’ombra

Che mi cullava di venture incerte

Io me n’andavo nella sera ambigua

Nell’alito salso umano

Tra nimbi screziati sfuggenti

In alto da ogive orientali

Col caro mare nel petto

Col caro mare nell’anima

Or tremo. L’apparizione fu ineffabile

Una grazia lombarda in alto sale

Ventoso dolce e querula salìa

(Vicendavano infaticabilmente

Nuvole e stelle nel cielo serale)

L’accompagnava un vecchio combattente

Ischeletrito da sorte nemica

Dallo sguardo diritto, umile ed alto:

Gioventù, gioventù ravvolta in veli

Luminosi, tradita dalla sorte

Giovinetta trafitta che invermiglia

Il sangue sulle labbra orribilmente

O stretta al magro padre sola figlia.

Di sotto il manto rosso del fanale

Io l’attesi e la vidi che sul labbro

Sul labbro del suo viso macilente

Le risplendeva un carminio spettrale

O vita sarcastica atroce

O miseria nefanda intravista

All’angolo di un vico lubrico nella sera ambigua

Al palpitare inquieto dei fanali

Animatrice delle vampe fantastiche

Di luce ed ombra vanenti col vento,

Di rumori cupi e di silenzii in risacca

Pei vichi stretti è vivo solo il rosso

Dei fanali le stelle s’avvicendan

Colle nubi ed il vecchio si consiglia

Per salire alla piazza in alto ardente

Di luci e lampi a lui stretta la figlia

Nel silenzio caldissimo ambiguo

Della notte voluttuosa

Scuotevasi il mare profondo:

Era caldo il silenzio sullo sfondo

Le navi inermi, drizzate in balzi

Terrifici al cielo

Allucinate in aurora

Elettrica inumana risplendente

Alla prora per l’occhio incandescente.

Un passo solitario,

Un’ombra di un’ombra sui quais.

La città stava sepolta

Nella luce uniforme fiammeggiante

E le navi angosciate

Mi suadevano all’ultima avventura

Nella notte di Giugno

Vasta terribile e pura

Ritorno inesorabilmente a te

Riscossa dal tuo sogno

Acqua di mare amaro

Che esali nella notte:

Verso le eterne rotte

Il mio destino prepara

Mare che batti come un cuore stanco

Violentato dalla voglia atroce

Di un Essere insaziato che s’inquieta

Della sua forza terrifica ardente:

Nave che soffri e vegli

Coll’occhio disumano

E al destino lontano

Sempre sopra del vano

Ondeggiare tu pensi

E m’arde e m’arde il cuore

Nella notte serena

Che tutta è per voi piena

Di fremiti di tombe.

«SPIAGGIA, SPIAGGIA»

Spiaggia, spiaggia.

Giunse il battello e riposa

Nel crepuscolo e l’anima divina

Costella di elettriche lune

Gli alberi

Il paesaggio è mitico

Di navi all’infinito:

Dal battello capace

Ascendono i tesori della sera

Calida di felicità:

Ininterrottamente.

Triangoli magici

Di lampade elettriche

S’incastonan nel crepuscolo

I viaggiatori oziano sul molo

I bambini rincorronsi sul molo

Son giunti al porto di felicità.

Il battello si scarica

Ininterrottamente

Instancabilmente

Ha finito il suo compito e s’accende

Delle luci d’argento

La bandiera è calata

Il mare e il cielo è d’oro

Splende sugli alberi felicità

A frotte s’avventurano

I viaggiatori alla città sonante

Che stende le sue piazze e le sue vie

La poesia mediterranea

S’arronda in pietra di cenere

S’ingolfa pei vichi antichi e profondi.

Fragore di vita

Gioia intensa e fugace

Velario d’oro di felicità

È il cielo ove il sole ricchissimo

Lasciò le sue spoglie preziose,

E la città comprende

E s’accende

E la fiamma titilla ed assorbe

I resti magnificenti del sole

E intesse un sudario d’oblio

Divino per gli uomini stanchi.

Perdute nel crepuscolo tonante

Ombre di viaggiatori

Vanno per la Superba

Terribili e grotteschi come i ciechi

SONETTO DI VITTORIA COLONNA

Il bel paggetto dal corpo ondulato

È andato nella stanza che rinchiuse

In un velario di luce le sue fuse

Forme di bronzo e un gemito attardato

Gentile e grave e ricco cuor d’amante

Si offerse vivo alle carezze ignude…

Poi nella notte lentamente schiuse

Il suo segreto pel mio cuor tremante

Oppresso dall’amore e dal mistero

Il suo atroce segreto di fanciullo

Partì dalle sue labbra lento e nero:

L’uccisi con un colpo alla mammella

Nella notte: rimorso e catturato

Alzai la testa e ricercai la stella

Avvelenata sotto cui son nato.

«QUANDO GIOCONDA
TRASVOLÒ LA VITA»

Quando gioconda trasvolò la vita

Qual bianca nube per gli aperti cieli

Di sopra della tacita infinita

Marina in sogno nei lontani veli?

Forse fu il sogno di un momento arcano

D’aurea luce di bronzo e di verdura

Che accese l’angosciata creatura

Alla sanguigna voluttà del vano.

Pianser le fonti, risero i poeti?

Parlarono le sfingi sui frontoni?

Stieder gli umani nuovamente proni,

In albero fluirono i cinedi?

Tutto ora posa in un silenzio vano

È falso il nulla perché dorme informe.

Ah! la vita barocca pluriforme

A tradimento mi titilla piano

«DALL’ALTO
GIÙ PER LA CHINA RIPIDA»

Dall’alto giù per la china ripida

O corridore tu voli in ritmo

Infaticabile. Bronzeo il tuo corpo dal turbine

Tu vieni nocchiero del cuore insaziato.

Sotto la rupe alpestre tra grida di turbe rideste

Alla vita primera, gagliarda d’ebbrezze.

Bronzeo il tuo corpo dal turbine

Discende con lancio leggero

Vertiginoso silenzio. Rocciosa catastrofe ardente d’intorno

E fosti serpente anelante col ritmo concorde del palpito indomo

Fuggisti nell’onda di grido fremente, col cuore dei mille con te.

Come di fiera in caccia di dietro ti vola una turba.

FINE DEL QUADERNO

SULLE MONTAGNE

Dalla Falterona a Corniolo (Valli deserte)

Andare andare : l’anima divina

S’annebbia: le caligini del Fato

Premon: non dunque mai per la reclina

Fronte l’ala del tuo bacio affiorato

O bellezza o tu sola. Andare, andare!

E il borgo apparve in mezzo a la montagna

E su le rocce torreggiava bianco

E grigio, e a lui nel mio pensiero alterno

Fluiron le correnti della vita…

O se come il torrente che rovina

E si riposa ne l’azzurro eguale,

Se tale a le tue mura la proclina

Anima al nulla nel suo andar fatale,

Se a le tue mura in pace cristallina

Tender potessi, in una pace eguale

E il ricordo specchiar di una divina

Serenità perduta, o mia immortale

Anima!…

Ma riscosso mi volsi verso il mare:

La tua pace mi punse come un serpe:

Gridai: le mie ghirlande sian conserte

Nel dolor d’infinite morti amare…

LA MESSA A S. MARIA DELLA FORTUNA

(Genova)

Nostra Donna Maria della Fortuna

Volge benigna i suoi divini sogni

Sovra le menti che preghiera aduna.

Ne la chiesa, gravata gli archi d’oro

Tra le colonne in porfido, a l’altare

Ove splendono quattro fiamme d’oro

Languida scende ne l’aquilonare

Cappello, ricca femminile turba

A l’altare del Dio per adorare.

Come scivola ai venti l’augurale

Forma di che affacciato a le fortune

L’inquieta prora ha il sogno suo navale:

Discioglie la ondulante teoria

Ne l’immoto profilo al morto Iddio

In mitica bellezza trionfale.

«Nostra Donna Maria de la Fortuna

Volge benigna i suoi divini sogni

Sovra le menti che preghiera aduna.»

Tale per gli archi d’oro del passato

Passa la larva di un antico sogno

Nel nulla. E ai suoi confini inconscio agogno

Trascina cieca il cuore insaziato.

IL CAPPELLO ALLA REMBRANDT

– Giovane donna, il vostro cappello rosso ondulato sul vostro viso fiorente, i vostri occhi neri mi invitano a riflessioni strane e ambigue.

– Che mai cercate nei miei occhi? I miei occhi furono i miei fari nel mio cammino. Videro piansero e si spensero. Un pittore amante mistico volle conservarli ancora alla luce di giorni che non vedono. È forse ciò che vi ammalia ancora?

– Certo i vostri occhi non vedono, certo la vostra carne non vive… Io vidi molti occhi come i vostri che mi passarono innanzi e sparirono come fari che si spengono. Le modulazioni elastiche del vostro corpo che portano il segreto della vita vissero realmente per dileguarsi. Ed io sono rimasto solo con voi. Voi mi sorridete ma tanto lontana. Voi non potete discendere a me, né io salire fino a voi.

– Che cercate dunque? Cercate il mio secreto? È così lontano che io più non lo ricordo. Restò un secreto anche per il pittore che mi dipinse. E il mio secreto gli fu caro ed egli me ne ha velata. Voi non allontanerete il velo.

– Non lo allontanerò. Non lo saprei: e ciò mi riuscirebbe a dolore. Dolente sarei di non potervi vedere così. Voi non vedete la vita intorno a voi fermata in fioriture ridenti. Solo per voi oggi essa mi è cara. Voi mi siete come il ricordo di una soverchiante dolcezza antica dissepolto in musiche maestrali.

– Vedo che vi attristo.

– Io amo questa tristezza; l’amo come la gioia più pura. Per questa tristezza io vi amo: con tutti gli amori frementi e gloriosi che passarono in onde sul vostro capo di bimba e di cui vi adornaste come delle rosse onde del vostro cappello. Voi sembrate ora sorridere come una fanciulla.

– Fanciulla io fui sempre e voi siete ben ardito di una triste fantasia. Io nulla volli. Amai. Tutti conobbero il mio sorriso e la grazia dei miei occhi. Ora non so più sorridere, pur lo vorrei. Molte cose oscure, molte tristezza ha suggellato il pittore nella mia bocca. Egli mi turbava benché non mi amasse, né io lo sapessi amare.

– Amavate qualche cosa in lui?

– Sì. Egli era come uno specchio profondo dove temevo di guardare per non sorprendere la mia immagine conturbata in atteggiamenti ignorati. Io meravigliando fremevo. Egli mi aveva presa inconsciamente la miglior parte di me stessa, la parte immortale. Il mio destino sbocciava roseo e magnetico dagli sfondi neri davanti ai miei sguardi fissi. Io temevo allora i suoi occhi che mi rapivano inconsciamente a me stessa. Ma tutto era vano. Avrei voluto andarmene. Ma la mia immagine abbozzata mi avrebbe irriso come uno scheletro. Aveva incatenata la mia anima, né mai più mi avrebbe reso la libertà. Io l’imploravo a volte collo sguardo: il suo sorriso mi impauriva. Un giorno baciandomi la mano mi donò una rosa. Me la posi in seno. Mi pareva di sentirla piano appassire. Temetti di vederla apparire là sotto la sua mano. Egli non lo fece. Quando ci alzammo egli la guardò con tristezza, mi parve. E il suo sguardo salì al mio volto. Egli era conturbato. – Fiori per la vostra vita, mi disse, fiori belli e fuggitivi come la vostra vita; null’altro che fiori per voi. Io vi scongiuro di perdonarmi se io sono la nube che tarda sullo splendore del vostro giorno. Di perdonarmi se io vi amo in dolore –. Era la sua anima che gli saliva alla bocca. Io sentii allora la tristezza del suo destino. Molti dolori salirono a conturbarmi la vista e un singhiozzo si era formato nella mia gola che ruppe inaspettatamente. Egli mi abbracciò. Bevve sulla mia bocca le mie lacrime e i miei baci. Ed ebbi paura della mia voluttà!

– Non so se debbo chiedervi perdono…

– No. Di questi ricordi può inghirlandarsi la memoria di una donna. Silenzio… (Esce di dietro al quadro.) Ed eccomi a voi…

(Entra ed egli indietreggia. Quando gli dà un poco di spalle egli l’afferra e la trascina. Essa si abbandona come morta.)

LA GENOVESE

Tu mi portavi un po’ d’alga marina

Nei tuoi capelli ho accolto odor di vento

Sui tuoi ginocchi tu bronzina a te

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

Sui miei ginocchi tu bronzina, quale

Lieve bronzina quale

Liev’ombra di necessità: te cingendo, che va:

Per l’anima tua sciolta

Tu sciolta un incanto sereno

Così come i sogni che porta

Scirocco sul mare Tirreno.

TRAGUARDO

A F. T. Marinetti

Dall’alta ripida china

Movente precipite turbine

Vivente nocchiero

Come grido del turbine.

Bolgia rocciosa di grida di turbe

(Sosta) Al traguardo dal turbine

Un bronzeo corpo nel lancio leggero.

Oscilla muto de la vertigine stretta tra rocce: la via

Bianco serpente calpesto dai piedi del turbine

S’annoda si snoda (tra fuga lenta di grida le rocce)

Rientran lo sguardo vertigine, brune.

NOTTURNO TEPPISTA

Firenze nel fondo era gorgo di luci di fremiti sordi:

Con ali di fuoco i lunghi rumori fuggenti

Del tram spaziavano: il fiume mostruoso

Torpido riluceva come un serpente a squame.

Su un circolo incerto le inquiete facce beffarde

Dei ladri, ed io tra i doppi lunghi cipressi uguali a fiaccole spente

Più aspro ai cipressi le siepi

Più aspro del fremer dei bussi,

Che dal mio cuore il mio amore,

Che dal mio cuore, l’amore un ruffiano che intonò e cantò:

Amo le vecchie troie

Gonfie lievitate di sperma

Che cadono come rospi a quattro zampe sovra la coltrice rossa

E aspettano e sbuffano ed ansimano

Flaccide come mantici.

VECCHI VERSI

 

(San Petronio. Bologna.)

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Le rosse torri altissime ed accese

Dentro dell’azzurrino tramonto commosso di vento,

Vegliavano dietro degli alti palazzi le imprese

Gentili del serale animamento

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Esse parlavano lievi e tacevano; gli occhi levati

Invan seguendo la scìa sconosciuta nell’aria

De le parole rotte che il vicendevole vento

Diceva per un’ansia solitaria.

BASTIMENTO IN VIAGGIO

(GIÀ: FRAMMENTO)

L’albero oscilla a tocchi nel silenzio.

Una tenue luce bianca e verde cade dall’albero

Il cielo limpido all’orizzonte, carico verde e dorato dopo la burrasca.

Il quadro bianco della lanterna in alto

Illumina il segreto notturno: dalla finestra

Le corde dall’alto a triangolo d’oro

E un globo bianco di fumo

Che non esiste come musica

Sopra del cerchio coi tocchi dell’acqua in sordina.

ARABESCO-OLIMPIA

A Giovanni Boine.

Oro, farfalla dorata polverosa perché sono spuntati i fiori del cardo? In un tramonto di torricelle rosse perché pensavo ad Olimpia che aveva i denti di perla la prima volta che la vidi nella prima gioventù? Dei fiori bianchi e rossi sul muro sono fioriti. Perché si rivela un viso, c’è come un peso sconosciuto sull’acqua corrente la cicala che canta.

Se esiste la capanna di Cézanne pensai quando sui prati verdi tra i tronchi d’alberi una baccante rossa mi chiese un fiore quando a Berna guerriera munita di statue di legno sul ponte che passa l’Aar una signora si innamorò dei miei occhi di fauno e a Berna colando l’acqua, lucente come un secondo cadavere, il bello straniero non poté più a lungo sostare? Fanfara inclinata, rabesco allo spazio dei prati, Berna.

Come la quercia all’ombra i suoi ciuffi per conche verdi l’acqua colando dei fiori bianchi e rossi sul muro sono spuntati come tra i fiori del cardo i vostri occhi blu fiordaliso in un tramonto di torricelle rosse perché io pensavo ad Olimpia che aveva i denti di perla la prima volta che la vidi nella prima gioventù.

TOSCANITÀ

(GIÀ: A BINO BINAZZI)

A Bino Binazzi.

«Perché esista questa realtà tu devi tendere una volta gialla sopra il velluto nero e le trecce di una trecciaiola che intreccia pagliuzze d’oro.

Non accendere i carboni della passione: essi ti risponderanno col fuoco elementare delle carte da gioco. Ma se piuttosto intendi il battere di tamburi con cui il poverello Giotto accompagnava le sue Madonne sii certo che i doppii piani ti daranno la soluzione della doppia figurazione che lo spirito e l’orgoglio aspetta.»

A M[ario] N[ovaro]

(Domodossola 1915)

Come delle torri d’acciaio

Nel cuore bruno della sera

Il mio spirito ricrea

Per un bacio taciturno.

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

Se là c’è un rosso giardino

Che cosa è il bianco con il turchino?

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

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Sull’Alpe c’è una scaglia di lavoro

Del povero italiano non si sa.

Tra i pioppi

Al margine degli occhi bruni della sera

Se c’è una pastorella non si sa

Che pare far vane le torri

Al taglio di un pioppo che brilla:

Italia.

Ma come torri d’acciaio

Nel cuore bruno della sera

Il mio spirito ricrea

Per un bacio taciturno.

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

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Hai domati i picchi irsuti

Hai fatto strada per le montagne

Con poco canto con molto vino

Sei arrivata vicino

Fin dove si poteva arrivar.

Senza interrogare la giubba rossa delle stelle

Hai sfondato finché si poteva arrivare

Finché sei andata a riposare

Laggiù nello straniero suol.

Italia non ti posso lasciare

La scaglia dell’italiano senza cuore

Brilla: stai fida l’onore

Te lo venderemo con una nuova verginità.

L’edera gira le torri

È la vigna della tua passione

Italia che fai processione

Con il badile prendi il fucile ti tocca andar

Fora la giubba rossa delle stelle

Questa volta con il cannone

Italia che fai processione

Prendi il fucile guarda il nemico ti tocca andar.

Guarda il nemico che poi non t’importa

Ti sei fatta a forzare la pietra

Prendi coraggio se batti la porta

Questa volta ti si aprirà.

Cara Italia che t’importa

Ti sei fatta a forzare la pietra

Prendi coraggio questa volta

Che la porta ti si aprirà.

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

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Nel paesaggio lente si spostano le rondinelle

Il paesaggio è costituito dal ponte in riva al secondo fiume

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

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L’oro e l’azzurro dei tramonti decrepiti si è cambiato in verde

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Ma come torri d’acciaio

Nel cuore bruno della sera

Il mio spirito ricrea

Per un bacio taciturno

PROSA IN POESIA

Un verde bizantino

Sopra un occhio dorato

Descrivo le lastre a quadri

Dell’isola Maddalena

Per scale di granito

Ci sono i vecchi lampioni

E pure si trova le femmine

All’isola Maddalena

Per scale di granito

Un organetto che sona

E signorine donate

A un vecchio bon sangue italiano

Un verde bizantino

Sopra un occhio dorato

Sopra le lastre a losanga

Dell’isola Maddalena

La Giuseppina si affaccia

È tutta vestita di rosso

La casa è di granito

E sona l’organetto

Sotto l’insegna di ruggine

Sopra le lastre a losanga

Dell’isola Maddalena

Nel rantolo dell’ancora

Che stanca le bandiere

Si stanca sul granito

Sopra le lastre a quadri

Dell’isola Maddalena

Coll’ombra dell’occhio dorato

L’abete che riparte

Con cingoli di carene

Dell’ancora portandosi

Solo il segnale la sera

Ch’è stanca la bandiera

Ai monti lontani di Aggius

Ondeggia la rossa bandiera

Nel rantolo dell’ancora

Sotto i lampioni la sera.

“Sdraiata nel carrettino”

Sdraiata nel carrettino

Con il zio prete vicino

Bellezza ecclesiastica

Eletto giardino

Occhi a mandorla e sensuale

Che la bocca non si vede

Che il seno non si scorge

Dietro le ruote del tuo carrettino

Sono come un bambino

La fronte scritta sotto la fratina

Che hai gli occhi pallidi come una bambina

Il viso è muscoloso seta pallida

Nel riso della prima gioventù

Penso dove consista la tua bellezza

Questa sera davanti al giardino

Occhi a mandorla naso sensuale

Che la bocca non si vede

Che il seno non si scorge

Grassa canonichessa sdraiata nel carrettino

Con il zio prete vicino

Che la bocca non si vede

Che il seno non si scorge

Il viso è muscoloso seta pallida

Nel riso della prima gioventù.

“Fabbricare fabbricare
fabbricare”

Fabbricare fabbricare fabbricare

Preferisco il rumore del mare

Che dice fabbricare fare e disfare

Fare e disfare è tutto un lavorare

Ecco quello che so fare.

LIRICHE PER S. A.

“I piloni fanno il fiume più bello„

I piloni fanno il fiume più bello

E gli archi fanno il cielo più bello

Negli archi la tua figura.

Più pura nell’azzurro è la luce d’argento

Più bella la tua figura.

Più bella la luce d’argento nell’ombra degli archi

Più bella della bionda Cerere la tua figura.

“Sul più illustre paesaggio„

Sul più illustre paesaggio

Ha passeggiato il ricordo

Col vostro passo di pantera

Sul più illustre paesaggio

Il vostro passo di velluto

E il vostro sguardo di vergine violata

Il vostro passo silenzioso come il ricordo

Affacciata al parapetto

Sull’acqua corrente

I vostri occhi forti di luce.


“Vi amai nella città dove per sole,,

Vi amai nella città dove per sole

Strade si posa il passo illanguidito

Dove una pace tenera che piove

A sera il cuor non sazio e non pentito

Volge a un’ambigua primavera in viole

Lontane sopra il cielo impallidito.

“In un momento,,

In un momento

Sono sfiorite le rose

I petali caduti

Perché io non potevo dimenticare le rose

Le cercavamo insieme

Abbiamo trovato delle rose

Erano le sue rose erano le mie rose

Questo viaggio chiamavamo amore

Col nostro sangue e colle nostre lagrime facevamo le rose

Che brillavano un momento al sole del mattino

Le abbiamo sfiorite sotto il sole tra i rovi

Le rose che non erano le nostre rose

Le mie rose le sue rose

P. S. E così dimenticammo le rose.

CHIACCHIERATA SERALE

Forse se qui non avesse abitato il mio amore io non avrei scoperto… Pure abitando il mio amore qui…

È inutile descrivere ciò…

Cioè un mazzo di fiori secchi all’angolo con una grande insegna sulle vetrate ed io guardare le vetrate in punta di piedi se qui se qui fosse il mio amore, e non c’era.

La via era scura e stretta all’angolo della grande piazza.

Riprese. Perché descrivere tutto ciò? Pure per quanto secco fosse quel mazzo di fiori sentìi una gran pace venire sopra di me.

Così passavamo davanti alle grandi lettere nere dell’insegna colorata e quando ci volgemmo dalla vetrata ci parve una ragazza leggera e bianca passare davanti al cristallo e forse agli angoli della bocca chiusa e amorosa davanti all’insegna dell’albergo dell’Agnello per la via scura e stretta in curva all’angolo della grande piazza. «Era il granito delle tombe la rosa centifoglie» mentre a noi le stelle parevano spuntare ad una ad una dietro i giocattoli giganteschi delle Alpi.

DAI “PROSPECTUS„

Si sente suon di tamburi alle porte della vita. Al «Paszkowski» è un dolce noioso sereno sulla vecchia pietra col vento che mette in follia le bandiere troppo fitte. Le signorine del magistero siedono con noi giovani poeti che scegliamo l’aviazione. I camerieri a pause lente camminano stanchi. Oltr’Arno si affaccia un cielo sovraccarico di vecchissimi nuvoli tra le loggie e le dolci parole Firenze arieggia una mascherata di nudo di bianco e di viola col sole delle bandiere verdi verdi verdi.

Sulla panca dell’ospedale trovo: Cara mama. L’artista ingenuo ha fatto accanto sulla panca il ritratto ingenuo della sua mamma stecchita abbandonata un occhio su e l’altro giù. Accanto sulla panca incomincia nella lettera un mistero che non sa spiegare:

Cara mama

Nella chiesa del mio paese gli arcipreti cantano con voce di bue. L’Italia siede nel porto d’Ostia sotto l’arco d’oltremare volta al limo del Tevere la faccia, ed eternamente giovane tra ortaggi mitologici passeggia col suo passo di belva niciana.

A mezzogiorno nel vecchio chiostro a lunette imbiancate con affreschi di santi insulsi la voce dei caporali rintrona terribilmente. Al rombo del cannon. Il treno coi vagoni decorati di frasche sportive arriva. I vagoni rossi coi nostri soldati. Dentro una persona gentile, certo una donna, ha messo dei mazzi di gigli che riempiono d’odore tutto il vagone. Il treno parte, cantano, la Falterona gira, sul solco, l’odore del giglio. Il treno batte con dei preaccordi di chitarra, per scalatura abrupta dei colli un grido di tre note lungamente canta.

«LA DOLCE LOMBARDIA
COI SUOI GIARDINI»

La dolce Lombardia coi suoi giardini

Il monte Rosa

È un grande macigno

Ci corrono le vette

A destra e a sinistra all’infinito

Come negli occhi del prigioniero.

È grigio il cielo, laggiù si stendono

Al piano

Infinitamente

I pennacchi tremuli delle betulle

Come un tabernacolo gotico.

Il cielo è pieno di picchi

Bianchi che corrono,

Ma la Forra di San Gaudenzio

Instaura un panteon aereo

Di archi dorici di marmo.

Sugli spalti una solitaria

Cerca l’amore.

L’aspro vino mi ha riconfortato

E dal baluardo un azzurro

Sconfinato

Posa sulle betulle,

Panteon aereo di colonne

Sopra un giardino di Lombardia.

Settembre solare denso

Dove le betulle emergono nel

Piano

Lontano

Il macigno bianco.

«SORGA LA LARVA DI ANTICO SOGNO»

Sorga la larva di antico sogno

Dai confini del nulla ed a quel sogno

Tutto il mio tardo cuore è incatenato.

Sventoli, contro il vento

Battagli: i cigli lungi

Traenti in arco tendi

Sotto il morione nero

Che una penna commenta….

Ridente in grazia ovale

Più fine del velluto

Incedi ingenua ardita

Agile come vela

Nel vento sui sassi di Prè.

Nel vento che ti ha presa

I lunghi passi accelera:

Nel vento di scirocco

In strana serenata

Udrai forse novella

Questa notte dal mare:

Supina sul tuo letto

Pensare nel languore

Catastrofi lontane

Mentre colle sue antenne

E le sue luci un grande

Cimitero il tuo porto

Ti sembri e ti spaventi

Il naufragio e l’amore.

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

Ne la notte voluttuosa

Scuotevasi il mare profondo

Caldo ambiguo il silenzio sullo sfondo

Le navi inermi drizzavansi in balzi

Terrifici al cielo

Allucinate di aurora

Elettrica inumana, risplendente

A la poppa ne l’occhio incandescente.

Un passo solitario

Un’ombra di un’ombra sui quais:

La città giace sepolta

Ne la luce uniforme fiammeggiante

E le navi angosciate

Mi suadono all’ultima a ventura

Ne la notte di Giugno

Vasta terribile e pura….

Acqua di mare amaro

Che esali ne la notte

Verso le eterne rotte

Il mio destin prepara:

Mare che batti come un cuore stanco

Violentato da la voglia atroce

Dell’Essere insaziato che s’inquieta

E si quieta ne la forza sola….

Mi sperda con te o nave,

Nave che soffri e vegli

Coll’occhio disumano

E al destino lontano

Sempre sopra del vano

Ondeggiare tu pensi….

Così chiusi il mio patto

Ne la notte serena

Su l’inquieta piena

Tomba enorme del mare.

GENOVA

O città fantastica, o gorgo di fremiti sordi!

Mentre sulle scalee lontano io salivo davanti

A la tua notte torbida lambita di luci fuggenti

E lento tra le spente teorie

Degli uguali cipressi, le grandi spente faci, salivo

Salivo guidando l’affranta

Giovane al chiostro bianco nel fremito amaro dei lauri

Ridevano giù per le scale

Su un circolo incerto inquiete forme beffarde,

Il fiume mostruoso

Torbido riluceva come un serpente a squame.

Quand’ella in pallore anelante

Fisa rivolta, le labbra convulse, le amare

Labbra protese a te nero turrito naviglio nel mare del fuoco

A te nell’ultime febbri dei tempi consunte, o città,

E sia questo amore omicida

Gridai….

«O SICILIANA PROTERVA OPULENTA
MATRONA»

O siciliana proterva opulenta matrona

A le finestre ventose del vico marinaro

Ne la città corsa di suoni di navi di carri

Classica mediterranea femina dei porti.

Pei grigi rosei de la città di ardesia

Sonavano i clamori vespertini

Seguivano i rumori quieti ne la notte serena:

Dietro delle finestre lucenti come stelle

Passavano le ombre de le famiglie marine

Nel salido odore del vento

E la melodia di lontani canti sperduti

Correva le vene de la città mediterranea

Sempre più lenta e ambigua ne la notte fonda.

«COME DELLE TORRI D’ACCIAIO»

Come delle torri d’acciaio

Nel cuore bruno della sera

Il mio spirito ricrea

Per un bacio taciturno

Tra i pioppi

Al margine degli occhi

Bruni della sera.

Se c’è una pastorella non si sa

Che pare far vane le torri

Al taglio di un pioppo che brilla

Italia.

«TU TRA LE ROCCIE IL TUO PALLIDO»

Tu tra le roccie il tuo pallido

Viso traente al sorriso

Da lontananze ignote:

Tu ne la china eburnea

Fronte fulgente, o giovine

Suora de la Gioconda:

Tu de le primavere

Spente, per i tuoi mitici pallori

O regina o Regina adolescente!

O per il tuo ignoto poema

Di voluttà e di dolore

Musica fanciulla esangue.

Segnato di linea di sangue

Nel cerchio delle labbra sinuose

Regina de la melodia:

O invano pel vergine capo

Reclino io poeta notturno

Vigilo le stelle vivide nei pelaghi del cielo

Io fido al tuo dolce mistero

Io fiso al tuo divenir taciturno

Oggi una fiamma pallida

Entro i capelli vivente

Sul tuo secreto pallore,

O estate che ardi nei cieli!

Accendi pel suo -corpo eburneo

A la Regina che langue conchiusa dentro i suoi veli.

STORIE

I.

Indovinate: Gli aforismi di Nietzsche per Tito Livio Cianchettini (si pubblicano anche su questo giornale).

¨

Su qual terreno potrebbero intendersi p. es. Baudelaire e Palazzeschi? Povera nostra poesia!¨

Non vi sembra che un cafonismo molto carducciano possa essere una base solida per i miei giuochi di equilibrio?

¨

Alcuni credono di dare il senso della loro profondità coll’estensione del loro lazzaronismo.

¨

Il sapore dolciastro della letteratura femminile? Ma oggi è assai peggio: la femminilità idealista di se stessa, la democrazia evangelica morfinomane ecc., come i poeti dell’alta società. Claudel vi disprezzo. (Potete chiedere il mio indirizzo al giornale.)

¨

Metamorfosi di uno scrittore: non fu leone ma elefante. Del resto non mancano le tradizioni, come vi furono dei poeti negri. Poi perché fossimo fuori della storia bisognerebbe almeno che oggi vi fosse una storia. Intanto…¨

L’arte è espressione. Ciò farebbe supporre una realtà. L’Italia è come fu sempre: teologica.

¨

Quando un solo italiano, ragazzo s’intende, penserà a sputare sulla tomba di Machiavelli?

¨

Viene alle lettere una generazione di ladruncoli. Chi vi insegnò l’arte del facil vivere fanciulli?

¨

Il popolo d’Italia non canta più. Non vi sembra questa la più grande sciagura nazionale?

¨

Oh parvenu! tu sei la rovina.

¨

Teatro futurista. Scena rovesciata. C’è un morto sulla scena. Si alza, riceve una coltellata, letica, gioca, abbraccia. Questo ci ha fatto pensare ai casi nostri. Si affermava tra i futuristi la genialità dell’idea scenica. Purtroppo il pubblico è più spiritoso dell’autore.

¨

Sembra veramente che il tempo dei filosofi sia finito e cominci l’epoca dei poeti, l’età dell’oro scongiurata così ostinatamente dai filosofi economisti. Nel teatro di cui sopra i poeti hanno il diritto di morir di fame sulla scena, di fronte al critico neutralista e boche. Il pubblico tace e quasi acconsente.

¨

Eloquenza di cavadenti o lirica con effetti di boxe:

Io leggevo tranquillamente in una sua composizione di una maestrina dal cuor di raso (2,50 all’ora), di un signore coi calli là tranquillamente seduto in quella piazza dove passavano dei mesti bambini che forse non avevano svolto il componimento quando seppi di trovarmi in quella medesima piazza trapezio dove non si mettono bandiere se non per [……].

¨

Non dare all’uomo nulla: ma togli a lui qualche cosa e aiutalo a portarla. Dopo avermi squadrato, voltato e rivoltato e fatto i conti in tasca il benevolo poliziotto mi lasciò andare accompagnandomi con un lungo sguardo che mi parve di protezione. È certo almeno che per un po’ mi sentii più leggero. Questo mi succede leggendo un libro: anche leggendo un libro.

¨

Infine confesso: Non amo i meridionali. Questa è stata una delle cause della mia rovina. Non amo gli scolari dei meridionali. Questo mi ha messo in una situazione intollerabile. Passo passo arrivai al pangermanesimo e alla logica di Louvain. Cherchez… la femme? Non, cherchez la vache. La causa della guerra europea sono le donne, comme elles ont été, i peggiori parvenu. (Perché una donna mi disse pitocco quando ero già coperto di sputi?)

¨

A diciott’anni rinchiusa la porta della prigione piangendo gridai: Governo ideale che hai messo alla porta ma tanta ma tanta canaglia morale.

¨

Mi sono sempre battuto in condizioni così sfavorevoli che desidererei farlo alla pari. Sono molto modesto e non vi domando, amici, altro segno che il gesto. Il resto non vi riguarda.

II.

Quello che ha prodotto l’impressionismo francese è il gaulois, lazzerone che ha preso coscienza di sé colla democrazia, schiavo, incapace di idee astratte, cioè aristocratiche. L’odore umano del gaulois è quello che rende la Francia inabitabile agli spiriti delicati. (Nietzsche) Però è un ottimo concime il gaulois, e questi spiriti hanno bisogno di frutti per nutrire il loro sogno. (Nietzsche)

¨

Nel giro del ritorno eterno vertiginoso l’immagine muore immediatamente.

¨

L’azzurro è il colore della dissoluzione, le ali assomigliano a quelque chose de bleu.

Il bleu del cielo fiorentino, 1′azur mystique de Baudelaire ce n’est pas ça.

¨

Psichari. Laforgue.

Verhaeren.

¨

Voici monter en lui le vin de la paresse: soupir d’harmonica qui pourrait delirer.

¨

Nella sera silenziosa quando tutto si fonde e né il cielo né il mare possono parlare (Nietzsche) in queste sere in cui è profondamente dolce la voce dell’organetto, la canzone di nostalgia del marinaio, dopo che il giorno del sud ci ha riempito du vin de la paresse.

¨

L’arte crepuscolare (era già l’ora che volge il desio) in cui tutto si affaccia e si confonde, e questo stadio prolungato nel giorno aiutati dal vin de la paresse che cola dai cieli meridionali e nella gran luce tutto è evanescente e tutto naufraga, sì che noi nel più semplice suono, nella più semplice armonia possiamo udire le risonanze del tutto come nelle sere delle stridenti grandi città in cui lo stridore diventa dolce (diviene musique enervante et caline semblable au cris loin de l’humain douleur) perché nella voce dell’elemento noi udiamo tutto.

¨

Il secondo stadio dello spirito è lo stadio mediterraneo. Deriva direttamente dal naturalismo. La vita quale è la conosciamo: ora facciamo il sogno della vita in blocco. Anche il misticismo è uno stadio ulteriore della vita in blocco, ma è una forma dello spirito sempre speculativa, sempre razionale, sempre inibitoria in cui il mondo è volontà e rappresentazione: ancora, volontà e rappresentazione che del mondo fa la base di un cono luminoso i cui raggi si concentrano in un punto nell’infinito, nel Nulla, in Dio. Sì: scorrere sopra la vita questo sarebbe necessario questa è l’unica arte possibile. Primo fra tutti i musici sarebbe colui il quale non conoscesse che la tristezza della felicità più profonda e nessun’altra tristezza: una tale musica non è mai esistita ancora. Nietzsche è un Wagner del pensiero. La susseguenza dei suoi pensieri è assolutamente barbara, uguale alla musica wagneriana. In ciò unicamente nell’originalità barbaramente balzante e irrompente dei suoi pensieri sta la sua forza di sovvertimento e tutto anela alla distruzione tanto in Wagner come in lui.

INDICE

Quaderno:

I. «Il tempo miserabile consumi»

II. Spada barbarica

III. Una strana zingarella

IV. Tre giovani fiorentine camminano

V. Oscar Wilde a S. Miniato

VI. Firenze cicisbea

VII. Firenze vecchia

VIII. Ad un angelo del Costa

IX. Boboli

X. Sonetto perfido e focoso

XI. Poesia facile

XII. Donna genovese

XIII. Guglielmina e Manfreda al balcone

XIV. A una troia dagli occhi ferrigni

XV. Specie di serenata agra e falsa e melodrammatica

XVI. Furibondo

XVII. Convito romano-egizio

XVIII. Prosa fetida

XIX. Ambiente per un dramma

XX. Ermafrodito

XXI. Buenos Aires

XXII. Marradi

XXIII. La creazione

XXIV. Une femme qui passe

XXV. La forza

XXVI. Le figlie dell’impiccato

XXVII. «O poesia, poesia, poesia»

XXVIII. «O l’anima vivente delle cose»

XXIX. «O poesia tu più non tornerai»

XXX. «I miei versi sono meravigliosi; a qualcuno»

XXXI. «Nella pampa giallastra il treno ardente»

XXXII. «Parti battello sul mar redimito»

XXXIII. «Uomo, sin dai primevi torbidi»

XXXIV. «Umanità fervente sullo sprone»

XXXV. «Lontane passan le navi»

XXXVI. «Il porto che si addorme, il porto il porto»

XXXVII. Piazza S. Giorgio

XXXVIII. «Ho scritto. Si chiuse in una grotta»

XXXIX. «Pei vichi fondi tra il palpito rosso»

XL. «Spiaggia, spiaggia»

XLI. Sonetto di Vittoria Colonna

XLII. «Quando gioconda trasvolò la vita)»

XLIII. «Dall’alto giù per la china ripida»

Sulle montagne

La messa a S. Maria della Fortuna

Il cappello alla Rembrandt

La Genovese

Traguardo

Notturno teppista

Vecchi versi

Bastimento in viaggio (Già: Frammento)

Arabesco – Olimpia

Toscanità (Già: A Bino Binazzi)

A M[ario] N[ovaro]

Prosa in poesia

«Sdraiata nel carrettino»

«Fabbricare fabbricare fabbricare»

Liriche per S. A.:

«I piloni fanno il fiume più bello»

«Sul più illustre paesaggio»

«Vi amai nella città dove per sole»

«In un momento»

Chiacchierata serale

Dai «Prospectus»

«La dolce Lombardia coi suoi giardini»

«Sorga la larva di antico sogno»

Genova

«O siciliana proterva opulenta matrona»

«Come delle torri d’acciaio»

«Tu tra le roccie il tuo pallido»

Storie

I

II

Edizione di riferimenti: Inediti RACCOLTI A CURA DI ENRICO FALQUI VALLECCHI EDITORE 1942

LICENZA: questo testo è distribuito con la licenza

http://www.liberliber.it/biblioteca/licenze/

TRATTO DA: Inediti / Dino Campana ; raccolti a cura di Enrico Falqui. – Firenze:

Vallecchi, stampa 1942. – 345 p., [7] c. di tav. : ill. ; 20 cm.

Sito: http://www.inpoesia.org

Testi pubblicati per studio e ricerca – Uso non commerciale

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‘IN POESIA- Filosofia delle poetiche e dei linguaggi’

‘IN POETRY- Philosophy of Poetics and Languages’

‘EN POéSIE- Philosophie des Poétiques  et des Languages’

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