I filosofi nella storia dell’arte

I filosofi nella storia dell’arte

I filosofi, il riso e il comico

Les philosophes, le rire et le comique

The Philosophers, the Laugh and the Comical

Da: Ippocrate, Sul riso e la follia, a cura di Y. Hersant, Sellerio, Palermo 1991, pp. 62-66

“Democrito, migliore tra i saggi, ardo dal desiderio di sapere che cosa ti mette in questo stato, e perché ti sono parso risibile, io o quello che ho detto; è necessario che, debitamente informato, io elimini la causa dei tuoi dileggi, oppure che, convinto di aver torto, tu rinunci alle tue inopportune risate”. E lui: “Per Eracle”, disse, “se riesci a convincermi che ho torto, Ippocrate, praticherai una cura curativa mai praticata su nessuno”. “Carissimo”, continuai, “come non convincerti del tuo errore? Non pensi di sragionare quando ridi della morte di un uomo, della malattia, delle alterazioni della mente, della follia, della malinconia, dell’assassinio, e persino di cose anche peggiori? 0, inversamente, dei matrimoni, delle panegirie, dei parti, dei misteri, delle magistrature, degli onori, o di qualsiasi altro bene? Giacché tu ridi di ciò che bisognerebbe deplorare, deplori ciò che dovrebbe rallegrare; sì che tra il bene e il male non c’è più distinzione per te”. Allora lui: “Ben detto, Ippocrate, ma tu non sai perché rido; quando lo saprai, sono sicuro che col mio riso porterai via nei tuoi bagagli, per il bene della tua patria e per il tuo, una medicina più efficace della tua ambasceria, potrai dar lezioni di saggezza agli altri. In cambio, forse mi insegnerai a tua volta l’arte medica, quando saprai fino a che punto gli uomini si interessano a ciò che non ha alcun interesse, rivaleggiando in sforzi per ciò che non merita alcuna fatica e sprecando tutta la vita a intraprendere cose risibili”. Allora prorompo: “Spiegati, in nome degli dei! Temo che il mondo intero sia malato a sua insaputa, senza poter mandare da nessuna parte ambascerie alla ricerca di un farmaco. Giacché chi vi sarebbe fuori dal mordo?”. E lui, riprendendo la parola: “Esistono, Ippocrate, molte infinità di mondi; guardati, amico mio, dal rimpicciolire la ricchezza della natura così com’è”. “Questi argomenti, Democrito”, dissi, “li affronterai al momento opportuno; vorrei evitare che tu ti metta a ridere persino spiegando l’infinità. Intanto, sappi che devi dare al mondo in cui vivi le ragioni del tuo riso”. Dopo avermi lanciato uno sguardo penetrante, rispose: “Tu attribuisci due cause al mio riso, i beni e i mali; ma io rido di un unico oggetto, l’uomo pieno d’insensatezza, vuoto di opere rette, puerile in tutti i suoi progetti, che sopporta senza alcun beneficio prove senza fine, spinto dai suoi desideri smodati ad avventurarsi fino ai confini della terra e nelle sue immense cavità, fondendo l’argento e l’oro, non smettendo mai di accumularne, affannandosi sempre per possederne di più allo scopo di non decadere. E non sente alcun rimorso a dichiararsi felice, lui che fa scavare a piene mani le profondità della terra da schiavi in catene, di cui gli uni muoiono sotto i cedimenti di un terreno friabile, mentre che, interminabilmente sottomessi a quel giogo, gli altri sopravvivono nel supplizio come in una patria. Si va a cercare l’oro e l’argento, si esaminano le tracce di polvere e le raschiature, si ammucchia qui la sabbia che si era estratta di là, si aprono le vene della terra, si spaccano le zolle per arricchirsi; della nostra madre terra si fa una terra nemica; essa, che resta sempre la medesima, l’ammiriamo e la calpestiamo. Che risate, quando questi innamorati di una terra estenuante e piena di segreti usano violenza a colei che hanno sotto gli occhi! Certuni comperano cani, altri, cavalli; circoscrivendo un vasto territorio, gli impongono un marchio di proprietà; e volendo diventare padroni di grandi possedimenti, non riescono a padroneggiare se stessi. Hanno fretta di sposare donne che di lì a poco ripudiano; amano, poi aborrono; hanno il desiderio di procreare, poi scacciano i figli fattisi grandi. Che cos’è questa vana e irragionevole fretta, che non differisce in nulla dalla follia? Fanno la guerra ai loro, senza mai cercare di vivere in pace; alle insidie dei re rispondono con controinsidie; sono omicidi; scavando la terra, cercano argento; trovato l’argento, vogliono una terra; acquistata la terra, ne vendono i frutti; smerciati i frutti, rimettono la mano sull’argento. Quanto sono instabili, quanto sono cattivi! Se non sono ricchi, desiderano la ricchezza; venutine in possesso, la nascondono e la sottraggono agli sguardi. Io mi faccio beffe dei loro fallimenti, scoppio a ridere sui loro insuccessi, perché‚ trasgrediscono le leggi della verità; rivaleggiando in odio, danno battaglia ai loro fratelli, ai loro genitori, ai loro concittadini, tutto questo per beni di cui nessuno morendo rimane padrone; si massacrano a vicenda; incuranti delle leggi, guardano dall’alto i loro amici o la loro patria in difficoltà; attribuiscono valore a ciò che è indegno e inanimato; dilapidano tutte le loro ricchezze nell’acquisto di statue, col pretesto che l’opera scolpita sembra parlare, ma detestano chi parla davvero. Ciò che suscita la loro bramosia è ciò che sta fuori della loro portata: quando abitano sul continente vogliono il mare; insulari, devono vivere sul continente. Deviano tutto nella direzione del loro personale desiderio. In guerra sembrano lodare la virilità, ma giorno dopo giorno si abbandonano alla dissolutezza, all’amore per il denaro, a tutte le passioni che li rendono malati. Sono tutti dei Tersiti della vita. Allora perché, Ippocrate, mi hai rimproverato di ridere? Non c’è uomo che rida della propria insensatezza, non c’è scherno se non reciproco: chi ride degli ubriachi, credendosi sobrio, chi degli innamorati, mentre una malattia peggiore lo affligge; taluni si burlano dei navigatori, altri degli agricoltori; ché‚ non sono d’accordo né sulle arti né sulle opere”.

Giovan Battista Marino

“Heraclito, e Democrito.”

Levate il guardo al vostro albergo eterno,

Anime curve, e’n quest’Abisso immerse,

che nome ha Mondo, ed è più tosto Inferno.

0 cecità mortal, menti perverse,

s’a la luce del Ciel non vi volgete,

ben a gran torto il Sol gli occhi v’aperse!

Deh come, prigioniero entro una rete,

che tante morti in poca vita aduna,

può l’uom sempre in travaglio aver quiete?

Soggiace il poverel fin da la cuna,

agitato dal piè de la nutrice,

a l’agitazion de la Fortuna.

Nato in un punto istesso ed infelice

va lagrimando le miserie estreme,

che l’umana natura gli predice,

e ne’ vagiti suoi sospira e geme

la lunga serie de’ futuri affanni,

che con tal tronco han la radice insieme.

Che gravi incarchi ne’ più debil’anni,

mentre vaneggia e pargoleggia infante,

a mille rischi esposto, a mille danni!

Tenero sovra il suolo e vacillante,

stampa dubbie vestigia, e non ben pote

senza le braccia altrui fermar le piante,

Le membra avinte e d’ogni forza ha vòte,

e de’ vasi materni il cibo chiede

con lingua balba e mal distinte note.

Cresciuto il senno, e stabilito il piede,

in più perfetta età, di quanti mali

fatto gioco e bersaglio ognor si vede?

Ecco con duri e velenosi strali

incominciando a saettarlo Amore,

gli fa piaghe pestifere e mortali.

Vien rabbia, gelosia, speme e timore

con l’altre cure e passion’ nemiche,

anzi Furie tiranniche del core.

Succedono i disagi e le fatiche,

degl’ingordi desir’ l’avide brame,

che quanto acquistan più, più son mendiche,

de l’òr la sete, e de l’onor la fame,

de’ sozzi morbi la perpetua guerra,

e del giogo servil l’aspro legame.

Chi può dir poi gl’incommodi che serra

de la pigra Vecchiezza il peso greve,

che già mira il sepolcro, e pende a terra?

De’ dolci dì la Primavera è breve,

tornan freddi gli spinti, i corpi lassi,

dove spuntava il fior, fiocca la neve.

Tardi il tremulo piè distende i passi:

né merlo intorno ha più che ben sussista

la corona de’ denti, e rara fassi.

Solca ruga senil la guancia trista,

infossan gli occhi, e fosca nebbia involve

d’importuna caligine la vista.

Alfin pur si distempra, e si dissolve,

questa fragil testura d’elementi,

e ritorna la carne in trita polve.

Fermate il passo, o Peregrin’ dolenti,

voi che quaggiù cercate ombra di bene,

né trovate già mai se non tormenti.

E conchiudete pur, che ben conviene

che ‘n un mar la cui fede è tanto infida,

fra tante or liete, or dolorose Scene,

l’un Filosofo pianga, e l’altro rida.

Da: Giovan Battista Marino, La galleria del cavalier Marino divisa in pitture e sculture, Venezia 1620.

Bibliografia:

Il riso (Le rire – Essai sur la signification du comique) (1901) è un saggio di Henri Bergson precedentemente apparso sulla rivista “Revue de Paris”.

È diviso in tre capitoli:

I Capitolo: Del comico in generale; Il comico delle forme e il comico dei movimenti; Forza d’espansione del comico.

II Capitolo: Il comico di situazione e il comico di parola.

III Capitolo: Il comico di carattere.

Baudelaire, De l’essence du rire et généralement du comique dans les arts plastiques

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