Giambattista Vico – Poesie

Giambattista Vico

Poesie

I
AFFETTI DI UN DISPERATO

Lasso, vi prego, acerbi miei martìri,
a unirvi insiem ne la memoria oscura,
se cortesi mai sète in dar tormento;
poiché son tanti, che lo mio cor dura,
di mille vostre offese i vari giri,
ch’i’ non ben vi conosco e pur vi sento:
talché di rimembrar meco pavento
le mie sciagure. Or voi, sospiri accesi,
ite a seccarmi i pianti in mezzo al varco
del ciglio d’umor carco;
e voi, da miei sospir miei pianti offesi,
tornando in giù, di lor vi vendicate
con sommergerli adentro ‘l mesto core,
a cui per le vostr’onte omai si toglia
che possa la sua cruda amara doglia
sfogar, poiché così agio non fate
ch’uscendo fuor con voi il mio dolore,
lasci l’albergo d’ogni nostro affetto;
perch’io, finché m’ha morto, in mezzo al petto
serbarlo vo’, se mai quel che m’avviva
potrà menarmi del mio corso a riva.

Perché cadente omai è ‘l ferreo mondo
e son già instrutti a farci strazio i fati,
di pari con le colpe i nostri mali
crebber sugli altri delle prische etati
troppo altamente, poiché sotto il pondo
di novi morbi i gravi corpi e frali
gemono smorti, ed a la tomba l’ali
il viver nostro ha più preste e spedite,
e son sempre feconde le sventure
di sì fatte sciagure
non più per nova o antica fama udite,
e dal pensier uman tanto lontane
che crederle men sa chi più le prova:
talché sembra lo ciel che non più accenda
benigno lume, onde qua giù discenda
un’alma lieta. Or chi cotanto strane
guise di mali intende mai per prova,
se potesse mirar qual è lo scempio
che di me fa mio destin fèro ed empio,
al suo, ch’or chiama avaro ed or crudele,
grazie sol renderia, non che querele.

Di qualunque animal, quando primiero
a l’ime soglie del suo viver giunge,
lo ‘nfocato vigor onde ha la vita,
con dolci nodi amici e’ si congiunge
la sua salma; e un caso adverso e fèro,
pur sia stella avara in darmi aita,
o natura dal suo corso smarrita,
di duo adversari me, lasso! compose:
il mio mortale infermo, afflitto e stanco,
ch’omai par venir manco,
strazia l’alma con pene aspre, noiose;
e ‘l mio miglior, che d’egre cure abonda,
affligge ‘l corpo con crudeli pesti;
e mentre, oimè! con pensier molto e spesso
me ‘nterno a sentir me contro me stesso,
membro non ho ch’a l’anima risponda,
poiché non ho vertù che i sensi dèsti,
se non se ‘n quanto mi si fan sentire
gli acerbi effetti de’ lor sdegni ed ire.
In sì misero stato e sì doglioso
va’, spera, se tu puoi, qualche riposo.

Ma ‘l piacer fèro di dolermi sempre
parmi ch’alleggi in parte ‘l mio cordoglio,
se del mio stato a lamentar mi mena;
ond’io, ch’a più e a più dolor me ‘nvoglio,
farò, cantando con suavi tempre,
che pel contrario suo poggi mia pena.
Vita sovra ‘l mortal corso serena,
moderati piacer, delizie oneste,
tesori per valor vero acquistati,
onori meritati,
mente tranquilla in abito celeste;
e, perché più lo mio dolor s’avanzi,
talché null’altro mai fia che l’agguagli,
amor di cui è sol amor mercede,
e vicende gentil di fé con fede,
venite al tristo pensier mio dinanzi,
ch’e’ vi farà sembrar pene e travagli
a lo mio cor, perché di duol trabocchi,
sì come rossa gemma avanti gli occhi
posta talora, egli adivien che facci
rassembrar sangue il latte e fiamme i ghiacci.

Rinfacciatemi or voi, s’unqua potete,
qualche vostro favor, stelle crudeli!
Ite, e ven prego, a ritrovarlo omai
entro quei moti de’ benigni cieli,
che ‘nfluiscon qua giù gioie men liete.
Solo ben io da me so che non mai
bevvi respir, che non traessi guai.
Deh! perché da la vita altra beata,
stanco da tante alte sciagure e rotto,
misero, fui condotto
a la presente amara e disperata?
Poiché, se mai a’ giorni, a’ mesi, agli anni,
c’ho speso nel dolor, i’ son rivolto,
veggio esser nato per mia cruda sorte
solo a fiamme, sospir, lagrime e morte.
E così crudi scempi e acerbi affanni
non m’hanno in quel che i’ era ancor disciolto.
Ah, che daranno tempo al fato rio
che meglio studi ‘l precipizio mio;
se non è forse che la morte avara
tema col mio morir farsi più amara!

Mi venne sol da luminosa parte
del cielo una vaghezza di destare
a piè de’ faggi e poi de’ lauri a l’ombra
la bella luce che fa l’alme chiare,
ch’a la povera mia si spense in parte
quando se ‘ndossò ‘l velo onde s’adombra:
talché, d’alto stupor finor ingombra,
parea a se stessa dir: — Lassa! chi sono? —
Oimè! ch’a tal desio travaglio come
debbami dar il nome;
ma sempre ‘l chiamerò pena e non dono,
se affligge più chi più conosce il male.
Oh inver beati voi, ninfe e pastori,
cui sa ignoranza cagionar contenti,
ch’obliati sudor, fatighe e stenti
acquetar vi sapete a un dono frale
o di poma o di latte over di fiori;
ed al caldo ed al gel diletto e gioco
vi reca l’ombra fresca e ‘l sacro foco;
né altra gioia a voi sembra che piaccia
che rozzo amore o faticosa caccia!

Ma qual piacere i’ seguo, afflitto e lasso,
fra tanti strazi abbandonato e solo,
ne la misera mia vita che meno?
che fatto son noioso incarco al suolo,
anco infecondo, dove ‘l tronco e ‘l sasso,
come in suo centro, han la lor quiete. Almeno
il mio piacer e’ fosse il venir meno;
ma ‘l fato me ‘l disdice. Or, se mi serbo
sempre a novi sospiri e a pianti novi,
piovi miserie, piovi
sovra ‘l mio capo, empio destino acerbo;
e non voler meco mostrarti avaro
d’altri scempi più infesti e più nemici,
ch’i’ tua penuria e non pietà la stimo;
se non è forse invidia ch’i’ sia ‘l primo
tra disperati e che mi renda chiaro
essempio di dolor agl’infelici.
Ma per le pene mie i’ giuro a queste
aspre selve, solinghe, orride e meste,
che non mai turberà, mentre respiro,
i lor alti silenzi un mio sospiro.

Canzon, sola rimanti a pianger meco
dove serbo ‘l dolor, né fra la gente
d’ir chiedendo pietate abbi vaghezza;
ché l’alto mio martìr conforti sprezza.
Ma, se doglia compianta e’ men si sente,
sdegna ch’ancor tu resti a pianger seco
l’afflitto cor, che disperato vòle
che l’aspre pene sue si sentan sole.

II
IN MORTE DEL MARESCIALLO ANTONIO CARAFA

O del petto dell’uom vane e fallaci
speranze e cure, che fra vie sovente
son da’ fati interrotte! Ecco, oimè lasso!
del capitàn ch’a la divota gente
facea difese incontra i fieri traci,
poco cener chiudendo in picciol sasso,
quella che sempre mena dritto ‘l passo,
in sua ragion sì rea, sì trista in volto,
qual dinanzi ‘l pensier or veder parmi.
Del mestiero de l’armi
l’onor più grande, il più bel pregio ha tolto:
ond’oscurato ‘l ciel da l’alta parte,
coi venti, a’ quai l’annoso pin s’atterra,
nevò qua giuso d’ognintorno; e donde
s’abbassa, svegliand’ire in mezo l’onde,
pianse con tuoni e piogge il nostro Marte,
e de l’acque la mente di sotterra
col gran tridente a tal scosse la terra,
che del mondo parea lo spirto stanco,
che ‘l desta e nutre, omai venisse manco.

Ben è ragion che ‘l colpo aspro, mortale,
ch’ogni più bel sperar n’ha ‘n cor trafitto,
pianga Occidente, e ‘l di lui capo Roma.
Quando udirem più l’Ottoman sconfitto?
Quando vedrem che stenda le grand’ale
l’augello imperial su l’Asia doma?
Chi fia, d’eterno allòr cinto la chioma,
chi a la gran tomba? Ma gli chiari acquisti
troppo dasezzo, lasso me! sospiro,
quando temer già miro
le perdite i cristian paurosi e tristi.
Tra le sue glorie e i nostri pianti amari
che far degg’io? chi mi consiglia e come?
Anzi qual, non che ‘l mio pur troppo umìle
e da duol rotto, alto e spedito stile
unqua giunger potrà suoi pregi rari?
Ma del dolor sotto le gravi some
non mi curo incontrar, purché ‘l suo nome
per me laudando in rime non si taccia,
de l’arte pria che del dever la taccia.

D’armi gran padre, almo Sebeto mio,
torbido l’onde sì per fama chiare,
e senza onor le dolci rive amene,
ti stai raccolto infra tue doglie amare,
né acquisti fé col pianto al dolor rio.
Ma più ch’al Tebro e a l’Istro a te s’attiene,
largate omai del lagrimar le vene,
l’onor di nostra patria, anzi del mondo,
pianger per sempre a piè de la sua santa,
regale, immortal pianta,
che da diviso suol nel tuo fecondo
traspiantò ‘l Fato, e la vertute antica
alto senno e valor v’innestò poi:
ed indi, ‘n vece di terrestri umori,
fatica l’enaffiò co’ suoi sudori,
cui fecondando alfin con aura amica
alta fortuna, fruttò poscia a noi
tanti e sì chiari, illustri, invitti eroi;
tra quali ultimo, è vero, a le memorie
Antonio sì, ma ben primo a le glorie.

Quante grazie deggiamo a quel Destino,
che di quagiù tempra le cose e regge,
e i secoli e l’età tiene ‘n sua forza,
ch’al maggior uopo de la nostra legge,
quand’era spento ‘l gran nome latino,
dal ciel, che ‘nforma in noi valor e forza,
a prendere mandò terrena scorza
de la più chiara stella il maggior lume.
Or chi fia, di lui senza, il gran periglio
membrando, non dal ciglio
versi di pianto amaramente un fiume?
e dica a voi, che di gramigna il crine
poveramente ornando, e ‘l valor vostro
pel giogo tolto a la città, che ‘l pose
poi senza meta a l’universe cose,
vostre bell’opre fèste senza fine
degne di marmi e d’opere d’inchiostro:
s’unqua fossivo nati al secol nostro,
nascer giamai non potevate in vero
a destino più grande e più guerriero?

Ma perché ad ismarrir la dritta via
uopo non v’ha di luminoso raggio,
e l’andar giuso agevole si mostra,
spediti al mal oprar facciam viaggio
solo col tener dietro a l’ombra ria,
che ‘n guardia tien l’umida prigion nostra.
Qual chiaro eroe, da la stellata chiostra
di bel nuovo disceso, indrizzò mai
il miglior vostro al poggio faticoso,
u’ siedi or glorioso,
o bel segno di tutti i nostri lai?
Ché, fin d’allor ch’un braccio era tua sede,
il tuo vagir sol potea far sereno
o suon di tromba o di destrier nitrito,
e ad elmi e scudi, da le fasce uscito,
accomandavi ‘l teneretto piede.
Di tai cure indi avesti ‘l petto pieno:
trattar la spada o maneggiar il freno;
giovane poi, con atterrar le belve,
adattarti a pugnar entro le selve.

Alma città, cui da lo ciel fu dato
senza mete lo ‘mpero, onde col sole
stendesti ‘l braccio in queste parti e ‘n quelle,
l’ombra or di cui e le reliquie sole
destar sanno valor di mezo il prato
in chi le mira: le vertù più belle,
che ‘n tanti duci, anzi ‘n cotante stelle,
ch’ornâro ‘l ciel de le tue glorie, e ‘n tanti
tuoi chiari essempi di valor più raro
sparte si ritrovâro,
quel che ‘l petto or ne fa bagnar di pianti,
tutte leggendo, ne ‘nformò sé solo.
Talché colei, che del fral senso i danni
ristora in noi, de l’uom propia maestra,
che spesso avanza ogni più forte destra,
così lo strusse a glorioso volo,
ch’i suoi spirti guerrier spiegando i vanni
ispediti assai più de’ suoi fresc’anni,
tra Fortuna e Vertù nacquer contese,
chi più giovasse alle sue chiare imprese.

E tu, gran donna, che gli umani petti,
ove t’aggrada più, dietro ti meni
con lacci d’òr a le tue labra avvinti,
che dèsti duol ne’ placidi e sereni,
e in questi poi svegli contrari affetti,
quanti ‘n tua scorta, ancorché lo cor cinti
di duro smalto, fûro in pace vinti
dal duce mio? Ma tra’ suoi tanti pregi
abbia la doglia mia pur tanto loco,
quanto sospiri un poco;
ed altri, che di lei tal s’orni e fregi,
c’abbia sua vera imago in bocca espressa,
ond’infra Atene e Arpin vadasi chiara
la patria nostra, e’ sol potrà ridire
quanto al Polacco quei seppe mai dire,
che ‘l mosse a liberar Vienna oppressa:
qual, mentre aita a noi cotanto cara
n’attende, il vede, o vista a’ traci amara!
con Giovanni venir de l’oste a fronte,
e un mar d’arme a vendicarci l’onte.

Or chi m’apre dal duolo il chiuso ingegno,
sì ch’agguagli ‘l pensier la grand’impresa,
alto subietto a chi di Muse ha cura?
Santa Vertù, di cui quell’alma accesa
oprò l’atto d’eterna gloria degno,
vagliami tua ragion, talché sicura
d’oblio sen vada ad ogni età futura.
Non vide ‘l sol, da che ‘l Fattor sovrano
da prima il mosse de la terra intorno,
fuor di quel chiaro giorno
più saggio di consiglio e pro’ di mano.
Tanto per Cristo di pugnare ha sete,
che non posa pensier, spirto non langue
in petto, in braccio; talché nulla luce
scernerlo può se sia soldato o duce:
finché colse a la fé le palme liete
sul campo dove restò l’Asia essangue;
e pur (tant’era pio!) da poco sangue
d’alcun de’ suoi, che morto in guerra giacque,
la vittoria macchiata a lui dispiacque.

Ma più gli omei non può chiudere il seno;
oimè, ch’è morto il duce, a la cui morte
pietà, senno, valor morîro uniti!
Degna d’amari pianti ahi nostra sorte!
da non venir a’ pensier nostri meno.
Chi fia, lasso! chi fia che più n’additi
a le vittorie i bei sentier smarriti,
se di nostr’arme il lume oggi è mest’ombra?
Oimè lasso! oimè tristo! oimè dolente!
Ma nostra cieca mente,
che di bassi pensier sempre ne ‘ngombra
il senso fral, né sa levarsi al cielo!
O del divino Amor cura e diletto,
anima grande, omai da quella spera,
ch’al tuo ritorno si fe’ più sincera,
pon’mente al nostro addolorato zelo:
e se portasti ‘n ciel teco l’affetto,
onde quaggiuso avesti caldo il petto,
tu l’Austria scorgi incontra i fier nemici
ad imprese più grandi e più felici.

Canzon, per far a le sacr’ossa onore,
a la tomba che chiude ‘l cener santo,
vanne carca di pianto;
e ‘n nome del tuo lasso, egro signore
pria te ‘nchina, e poi dille, s’e’ pur lece:
un cor umìl, d’immortai fior invece,
de’ quai lo ‘mpoverîro i suoi martìri,
per me vi sparge intorno alti sospiri.

III
A MASSIMILIANO EMANUELE ELETTORE DI BAVIERA
PANEGIRICO IN TRE CANZONI

1

Qual novo lume col divin suo raggio
d’almo splendor la mente orna e rischiara,
e di gran cose i miei pensier informa?
Onde mi viene omai luce sì chiara,
che m’apre ad alta impresa il gran viaggio,
a cui muover da me non posso un’orma?
Chi mai con luminosa altèra norma,
l’ombre scuotendo a lo mio ingegno intorno,
me ‘ndrizza ad opre un dì forse pregiate?
Lume di nostra etate,
che d’ogni alta virtù riluci adorno,
signor, che reggi di Baviera il freno,
le meraviglie ch’io provando ammiro,
sono del valor vostro effetti usati,
tal ch’i pregi in altrui via più lodati
le minor laudi vostre avven che sieno:
se quell’ampio splendor, che ‘n me rimiro,
breve barlume è sol che diffondete
di quella luce onde sì ricco sète.

Che dunque dietro a voi mie lodi alzassi,
ardir non è; poich’egli osar non vòle,
né può cotanto, e né, potendo, il deve:
ma son quasi cristallo opposto al sole,
ove si rompa il raggio, e non trapassi,
che la rimanda il lume onde ‘l riceve.
Fugga or da me cura noiosa e greve,
che ‘l veglio che giamai non stanca l’ale
mio nome alfin d’oscuro oblio non copra;
se m’avvalora all’opra
chi puote in sua virtù farmi immortale;
ché son di tanta gloria e d’onor degni
fuor d’uman corso i minor pregi suoi,
che di lor chi può mai ritrarre ‘n carte
alle future età picciola parte,
fa più di quel ch’i più spediti ingegni
fêto lodando i più nomati eroi.
Or di quest’alta speme il bel pensiero
a ragionar di voi mi mena altèro.

Ma di tante virtù di quant’io posso
col debil sguardo sostener la luce,
quai fien mezze a narrar e quai fien prime?
Tal dubbio in forse ogni consiglio adduce,
e la copia del dir, la qual m’adosso,
sul bel principio fa mancar mie rime.
Or qual convien che de la fin s’estime?
Pur seguendo ‘l desio che mi fa strada,
vo’ con lo stile a mio poder alzarmi.
Prima gloria de l’armi,
onoro in voi quella temuta spada,
a’ cui lati si stan senno e valore,
ov’è la maestà nell’else assisa,
e da la punta sua dipende il fato.
Quella spada onor’io, a cui vien dato
dalla terra e dal ciel ogn’alto onore
sovra qualunque più onorata guisa,
salvo ciò sol che di lei non rimbomba
di Smirna e Manto assai più chiara tromba.

E ben eran omai di nobil carme
infin d’allor le vostre geste degne,
che sotto ‘l grave acciaio il capel biondo
primier premeste intra le chiare insegne
di quel gran padre vostro, in pregio d’arme
primo a tutt’altri, ed or a voi secondo:
indi non mai sperò cotanto il mondo,
che non restasse dietro a vostre imprese
ogni qualunque suo desir più egregio:
allor nel vostro regio
animo il dio combattitor discese;
dove poi la ragion, ire spirando,
quel valor sovrumano in voi produsse
che conoscer non sa rischi e terrori.
Quinci dell’armi in sui più fèri ardori
quanto fu vago mai di gir pugnando
là sempre ove maggior periglio fusse,
tu, vera Gloria, testimon di lui
in mille chiari fatti, il narra a nui.

Narra pur anco a noi come de l’arti
di sovran duce egli arricchì lo ‘ngegno,
non con gli altrui, ma co’ suoi sommi imperi:
e ‘n conquistar città, provincia o regno,
come deggia adempir l’alte sue parti,
e’ l’apparò da’ suoi trionfi altèri.
O nati a bel destìn almi guerrieri,
sotto colui trattando i ferri vostri,
che de’ consigli suoi va sì potente,
qual di noi presta mente
tanto vigor in una a’ sensi nostri
porge giamai, quanto ‘l suo senno a tante
armate schiere, ed intra lor diverse
e d’abiti e d’ingegni e di linguaggi?
E quando di pensier più accorti e saggi
videsi un duce mai fra tutte quante
le chiare armi o latine o greche o perse?
Cotanto quel di voi senno canuto
ha visto di lontano e proveduto.
Quind’è che degne sol de’ vostri impieghi

son le più dubbie imprese e le più grandi,
s’ove il poder ostil siasi dimostro,
tal ch’ogni uman consiglio a terra mandi
ed ogni mortal forza o rompa o pieghi,
ivi ‘l senno adoprate e ‘l valor vostro.
Deh! prestare credenza al sermon nostro,
vegnenti a noi, che di sua altèra, invitta
vertù narra pur poco: e a chi nol crede
allor fanne tu fede,
in virtù di sua mano, Asia sconfitta;
o possanza d’Europa, o forte mano,
infra tanti furor d’arme infedeli,
te non essendo, or chi di noi saria?
Che se ‘l pensier indietro là me ‘nvia
rimembrando me ‘ngombra un timor vano
di veder da per tutto empie e crudeli
straggi di noi, e fumar d’ogni loco
in un orribil misto il sangue e ‘l foco.
Già parmi di veder madri piangenti
co’ figli pargoletti uccisi in seno,
ch’émpian di tristo orror il petto mio;
e le sacre donzelle udir non meno
sospirar, vergognose, egre, dolenti,
il fior de l’onestà donato a Dio.
E già mi sembra al furor empio e rio
altro scampo che ‘l Ciel a noi non resti;
onde la vita in me medesmo abborro.
Però dove trascorro,
sì vaneggiando co’ pensier funesti,
e non più tosto mi rallegro omai
con meco stesso, sol però ch’io veggia
un’età ch’un signor sì grande onora?
Sia benedetta mille volte l’ora
che tanto in alto i miei pensier alzai,
onde convene ch’altro ben non chieggia,
se tal senno al valor è ‘n voi congiunto,
che ‘l mestiero de l’armi al sommo è giunto.

Canzon, tu via me ‘nfiammi anzi ch’acqueti
nel bel novo desio che a dir me ‘ncende
de la più altèra e chiara gloria nostra:
però rimanti, prego, entro la chiostra
de’ pensier miei di te gioiosi e lieti,
fin che la man l’usato stil riprende,
poiché d’aver compagne hai vera brama
a gir colà dove ‘l dover ti chiama.

2

Alto signor, più di fallace il nome
non merta il mondo ora ch’a voi se ‘nchina,
poiché ben ha dond’inchinar vi deggia:
se adorna la di voi parte divina,
a cui le membra fan vesti e non some,
valor, che nullo uman pensier pareggia
(i’ dico quel valor che signoreggia
con dolce impero i vostri piani affetti,
per più illustrar ne l’arme il secol nostro):
valor uguale al vostro
non chiuser mai de’ prischi duci i petti,
quand’eran l’alme al ben oprar accese,
e segnavan nel calle, onde a virtute
si poggia, più spess’orme umane piante.
Quind’è che le lor opre oneste e sante,
che ben eran da noi finor intese
con meraviglia sì, ma non credute,
oggi, mercé di voi, ciascun le crede,
e da’ vostri costumi acquistan fede.

Ma, se l’acquistan sì ch’al paragone
de la di voi virtù mancan di pregio,
chi le vostr’opre crederà da poi?
I’ spero, allor quando sia al fato in pregio
che la terra già vinta al ciel vi done,
per accrescer chiarezza a’ lumi suoi,
ch’a quegli che verran dopo di noi
una stella assai più chiara che ‘l giorno
testimon sia delle vostr’opre degne.
Ché donde l’alte insegne
portaste a far passaggio over soggiorno,
non pur non ricevêro oltraggi ed onte,
ma liete s’allegrâr le messi o i prati
de la lor non più vista alma innocenza.
Chi, fuor che voi, frenò l’empia licenza
de l’armi a mal oprar spedite e pronte?
poiché mal può affrenar popoli armati
duce che suoi desir non anco affrena
e col suo essempio altri a ben far non mena.

Dond’è che poi molte fiate e molte
ad imprese da voi tutte lontane
giungeste pria che n’arrivasse ‘l grido?
onde a sì nòve meraviglie e strane
il Reno e l’Istro attoniti più volte
l’onde al corso fermâro? O tu che nido
fai nel suo regio petto, albergo fido
de l’altre tutte, alta Virtù che prendi
in mezzo le fatiche i tuoi riposi,
di sì meravigliosi
effetti la cagion omai ne rendi.
Tu sola a l’angosciose opre di Marte
talmente agevolasti il mio signore,
che di folgor de l’arme oggi ha la loda:
né giamai col valor bellica froda
venne de l’alte sue vittorie a parte;
ché non ha maggior palma il vincitore
di quella in cui gli animi ancor de’ vinti
son da la sua virtù presi ed avvinti.

Or se nell’atto de la fèra pugna,
peroché in voi l’oste nemica ammire
l’alto invitto valor, forz’è che v’ami,
qual è a pensar, quando gli sdegni e l’ire
omai sgombri dal petto, ivi raggiugna
la virtù ch’al perdon poi vi richiami?
Egli è colui sol degno ond’uom si chiami
ch’a l’inimico umìle e lagrimoso
dimostra il volto di pietà dipinto.
Ma consolare ‘l vinto,
e di saggio lodarlo e valoroso,
la perdita recando a rio destino,
duce che sappia oprar sì nobil atto,
rassembrar non può mai terrena cosa;
ma che ‘n sembianza umana in lui sti’ ascosa
un’alta mente di valor divino,
donde ‘l sommo Fattor abbia ritratto
tutti color che fûro a’ prischi tempi
di creata clemenza altèri essempi.

Di voi che dunque imaginar degg’io,
se tal godete oprar atti sì degni,
che vi dorrebbe il non potergli usare?
Se ‘l pregio in me di tutti i chiari ingegni
fosse, pur mancarebbe il pensier mio
in capir di bontà forme sì rare.
O chiara idea de l’anime più chiare,
valoroso signor, entro ‘l cui seno,
come ‘n suo trono, è la Virtù seduta,
se fosse conosciuta
la sana gioia di che ‘l cor va pieno,
allor quand’ella è da voi posta in uso,
saria dal mondo omai l’error sbandito,
che mena l’uom dietro al piacer fugace.
Quinci, non pago sol di usare ‘n pace
le virtù regie, onde cotanto in suso
siete sul poggio de l’onor salito,
vi menâr anco i di lor santi amori
fra disagi de l’armi e fra terrori.

Però, se a quei che fece in guerra chiari
sol un nobil desio d’eterne glorie,
furon eretti altari e pòrti incensi,
a voi, colmo di tante alte vittorie,
sol per usar vincendo atti sì rari,
di qual onor per debito conviensi?
Premio ben poco a’ merti vostri immensi
egli è di trionfali alte ghirlande,
che la gloria vi cinga il crine augusto.
Ah! che lo Ciel, ch’è giusto,
non seppe destinar premio più grande
a la virtù che la virtude istessa:
peroch’ella di sé cotanto è paga,
che ciò che non è lei, sdegna o non cura.
Quindi ‘l saggio il destino o la natura
ringrazia, perché l’abbia in cor impressa
la copia degli affetti errante e vaga:
perché su l’ombre lor spiega la luce
ragion, dond’ei simile a Dio riluce.

Quest’è dunque il trionfo almo, immortale,
che per quanto lo stil se ‘nalzi a volo,
manca via più, se ‘n lui via più m’interno:
o bel trionfo, di cui degno è solo
che sia l’animo vostro alto regale
e spettator e Campidoglio eterno!
Trionfo u’ de’ pensier sède al governo
Prudenzia, a cui l’avvenir mal si pote
celar, più che non soffre umana usanza:
Fortezza e Temperanza
belle quant’altre mai reggon le rote
ch’a l’alma e l’ira ed il desio formâro:
e ‘n cima al carro in maestate è assisa
la regina Virtù, la Virtù intera.
D’affetti vinti una ben folta schiera,
che tôrre il regno a la Ragion tentâro,
tra dolci lacci alfin siegue conquisa;
e di palme immortai va l’Onor vero
colmo, adornando il gran trionfo altèro.

Canzon, tal mi son io qual mal accorto
nocchier ch’a vasto mar la vela crede,
e spera esser col sole a l’altra riva;
quand’ecco ‘l giorno a nova gente arriva,
ed e’ trovarsi in alto mar si è accorto,
tal che cima di monte ancor non vede.
Riman però, mentre più fogli i’ vergo,
con l’altra insieme, entro ‘l medesmo albergo.

3

Poiché l’umil, devota, accesa voglia
di bel nuovo mi mena, a ciò ch’i’ dica
maggior cosa di voi, real signore,
prego la mente, dell’oblio nemica,
perch’i’ al fin giunga ove ‘l desio me ‘nvoglia,
che raddoppi al bisogno il mio valore.
Se lo stil, che già mosse a farvi onore,
tanta da voi di chiari pregi illustri
tien copia, che mancar non mai potrebbe.
E chi tacer saprebbe,
rimembrando per cento e mille lustri
sudar tra l’arme imperadori e regi
per voi ripor tra le corone e gli ostri
su quella somma altezza in cui sedete,
e l’alta stirpe oltrapassar le mete
degli onor tutti imperiali e regi:
tanto che spiacque agli stess’avi vostri,
non essendo di lor chi mai pensasse
ch’altro loco di gloria a voi restasse?

O grand’alme sì amiche al cielo e care,
ch’or tenete tra bei splendori eterni
le sue parti più alte e più serene,
se giungon mai su’ nidi almi superni
del gran nipote l’opre degne e rare
a recar nòve gioie al vostro bene,
or d’allegrarvi in Dio più vi convene,
poiché sol fu quell’alta gloria vostra
una bell’alba del mio chiaro sole.
Ché ‘n sì gravi parole
non pò mai risonar la lingua nostra,
che dica in quanta maestate altèra
fu da l’invitta sua virtute alzato
sovr’ogni suo più eccelso onor antico;
ch’intenta or pende dal suo cenno amico
di prencipi sovrani un’alta schiera,
che sol confida in suo valor provato,
sicura che da’ regni unqua non cada,
poi ch’appoggiò gli scettri a la sua spada.

E quel re formidabile, che regna
entro l’Alpi, Garona e l’onde salse,
che ‘l giogo omai credeasi al mondo imporre,
incontra ‘l suo poder cotanto valse
il nome sol ch’oggi a laudar m’insegna,
ch’or a piè de la pace umil ricorre.
O nome glorioso! E chi rincorre
tutti tuoi pregi alti, ammirandi in guisa
ch’ognor ne parla, e sempre ‘l più ne tace,
quella Donna loquace
ch’a mezzo ‘l cielo in alta ròcca assisa
de’ rumor di qua giù si nutre e cresce,
voce formando, che, se via più gridi,
divien men roca e ‘n chiaro suon più sale.
Indi accoglie ogni nome alto, immortale,
a cui vaghezza e meraviglia mesce,
e per tutti i remoti estrani lidi,
risuonando tra noi, chiaro il riporta
fin da l’una del sole a l’altra porta.

Alto desio, tu sì me ‘nfiammi ‘l petto,
ch’i’ ben m’avveggio omai che là mi meni
ov’è forza atterrarsi il pensier mio:
onde, di riverenza e timor pieni,
treman lo stil, la mano e lo ‘ntelletto,
ch’i’, te seguendo, tanto in su gl’invio:
e potrebbe sdegnar ‘l Ciel, perch’io
col tenebroso debil guardo interno
voglia spiar le più riposte cose
di Colui che dispose
de le basse cagion l’ordin eterno,
e formata di ben saldi diamanti
stende di lor lunghissima catena,
con la qual cinge e tiene avvinto il mondo.
E, mosso in sua ragion cupo e profondo,
inverso noi da mille etati innanti,
per orror così densi il passo mena,
che chi pon cura di non girli incontra,
quando crede fuggirlo, allor lo ‘ncontra.

Ma, se a la vostra altissima fortuna,
felicissimo Sire, i’ mi rivolgo,
sembra ch’al Fato il valor vostro imperi:
onde sì forte dubio i’ tra me volgo
(tante grazie sul brando il Ciel v’aduna!),
se sien maggior in voi l’opre o i pensieri;
ch’ogni grand’alma di desir più altèri
non può giamai desiderar cotanto,
quant’otteneste voi da’ cieli amici.
Faccian pur i nemici
schermo che ‘n sicurezza abbia ogni vanto
di montagn’aspre e d’alti spaziosi
rapidi fiumi, o pur d’orrido cielo,
ch’ad un sol cenno vostro obbedienti
vedransi e la natura e gli elementi,
agevolarsi i monti faticosi,
seccarsi l’onde e dileguarsi il gielo;
tal che non fia per voi tempo distinto
tra ‘l venir, il veder e l’aver vinto.

E svegli pur risse, tumulti e guerre
tra regnanti cristian l’Invidia amara,
che sempre mai colla Fortuna giostra
per far (e questa sola è la più avara
voglia di lei) che tra confin si serre
d’Europa almen l’alta fortuna vostra.
Ché, come allor che da l’eterea chiostra
quando ‘l gran Giove via più d’ira avvampi,
tuona qua giuso, il suo folgor ardente
suole recar sovente
belle speranze agli assetati campi,
e a le torri superbe alti timori;
e’ così recherà la vostra spada
un’alma pace al buon popol di Cristo,
e che pel santo glorioso acquisto
porterà a l’Asia guerra, ira e furori,
u’ con navi e cavalli omai sen vada
già parmi, e d’ascoltar la lieta voce
che sovra la gran tomba alzi la croce.

Rallegratevi, dunque, or con voi stessi,
tu famoso de l’armi alto mestiero,
che per suo senno è tua ragion compita,
e tu, bella virtute, ch’a sì altèro
campione hai gli onor tuoi tutti commessi,
né ‘n questa età più vai sola e smarrita;
e colmo ancor di gioia alma infinita
vadasi il mondo, che la gloria immensa
del suo gran nome riverente onora;
e volga lieto ancora
lo Ciel ch’i suoi favor largo dispensa
a chi mai sempre al ben gli pone in uso;
e sovra tutti omai convien che goda
lo stil che ‘l valor suo mi pose in mano,
ed oh bel pregio mio sommo e sovrano!
s’alzato e’ siasi mai cotanto in suso
che pur si fosse di sua eterna loda
sol indrizzato, non che giunto al segno,
che non fôra del mio stile più degno.

Canzon, andrai con l’altre a veder quella,
che pensier non imita, alma persona,
che ‘ngombro ha di sua gloria il mondo intero;
e, giunta al suo cospetto, umìle, altèro,
dirai devota in atto ed in favella:
— Se ciascun detto nostro una corona
fosse immortal, pur a l’onor devuto,
a voi, signor, saria picciol tributo.

IV
AL MEDESIMO

Per le sue nozze con Teresa Cunegonda figlia di Giovanni Sobieski.

Se mai lieto seguendo il bel desio,
ch’a farvi onor per lunga via mi mena,
ebbi cura di voi, Muse immortali,
poiché di grido in grido alma e serena
fama dal Reno a rallegrar uscìo
tutte l’eterne cose e le mortali,
narrando di due chiare alme reali
gli alti imenei, donde ben ha ch’attenda
il mondo a’ danni suoi certo ristoro;
spirate al mio lavoro,
con destarmi virtù, la qual m’accenda
sì ch’adombrando in carte il gran concetto,
che move dal real nodo gentile,
possa de l’opra mia tornarvi onore.
E voi ch’a’ vivi rai del primo Amore
vi riscaldate, o sposi augusti, il petto,
se l’inchinarvi a picciol dono umìle
vostra maggior grandezza egli è pur mai,
questo più da vicin mirate omai
serto di fior ch’ora vi tesse in voto
per mano de le Muse il cor divoto.

Ché già dal fragil suo caduco velo
peregrinando più la mente mia,
cose vede oltre ogn’uso altère e belle:
vede da presso omai là dove pria
il primo foco ne fe’ adorno il cielo,
tornarsi ‘l sol, la luna e l’altre stelle.
E già le sembra che si rinovelle
la gran serie lunghissima de’ tempi,
e ne rimeni l’innocente etade.
O grazie al mondo rade!
scorge ritratta da’ più vivi esempi,
che prendon più de la divina luce,
mandarsi a noi dal ciel novella prole,
che colmerà d’opre leggiadre ‘l mondo.
E già sembra veder che ‘l grave pondo
del ferro, dentro a cui fèro riluce
il secolo, qual serpe incontra ‘l sole,
si scuota, e di nuov’òr tutto s’adorni;
e a ritrovar la Vergine sen torni,
l’orme sue spente già dal cieco inganno,
e dar nuovo principio al maggior anno.

E per aprir l’alto consiglio eterno
a tai fati e cotanti ormai la strada,
da cui per sì lung’uso il mondo è vòlto,
a te, real signor, che de la spada
a ciascun duce omai prisco e moderno,
e per senno e per cor, la gloria hai tolto,
già commise la cura, ond’ei rivolto,
per te, con oprar forza a la sua forza,
si ravviasse a la virtude antica.
E ‘nvero ogni nemica
oste e le cieche avare voglie ammorza
ratta così, che voi, alme leggiadre,
che rischiarate ardenti e luminose
quella parte del ciel ov’è più vivo,
quando tra noi qua giù lieto e giulivo
verrete a far di voi l’augusto padre,
ritroverete ne l’umane cose
lievi e brev’orme sol di reo costume;
e di virtute il già sepolto lume
fia che ‘ncominci allor chiare e tranquille
a farne riveder le sue faville.

Quindi, real donzella al mondo sola,
perché del mondo il vasto impero degno
sol fôra di quel tuo merto sovrano,
che su qualunque cima alta d’ingegno
lieve cotanto ed ispedito vola,
che aggiungerlo non può pensier umano,
a sì egregio signor la santa mano
non senza un alto nume or porgi in fede
d’aver con lui la saggia mente unita:
ché tal cura gradita
da mille etadi innanzi immobil siede
altamente riposta in petto al Fato,
che ‘l mondo a far d’immortal prole adorno
scelse te, che immortal tutta somigli.
Or, quando i cari teneretti figli
(dolci premî d’amor) t’avrai mirato
pargoleggiar vezzosamente intorno,
dando or a questi abbracci, or a quei baci,
sarà quel dì de’ più bassi e fallaci
desiri sgombro, e sol vedremo e ‘n parte
per vaghezza di fama usarsi Marte.

Ma, da poi che i reali almi garzoni
saran sì ne le forze iti avanzando
che possa il ferro oprar la man guerriera,
quanto l’essempio lor, l’armi adoprando
per la sola virtù, fia che ne sproni
alzar le voglie a la suprema spera!
O di grand’alme gloriosa schiera,
or qui sì ch’abbandono il valor vostro;
né imaginar il so quanto devrei.
Ma pur a’ detti miei
apri attento or il petto, o secol nostro:
tutt’altro allor vedrai lieto e felice,
ché l’alta legge scritta in sen di Giove
chiara si specchierà ne’ nostri petti;
e tempreranne sì gli umani affetti
soavemente, che sol ciò che lice
fia che ne piaccia, e ciò che piace giove,
e un nome avranno e l’utile e l’onesto.
Ah! che però m’è l’aspettar molesto,
pensando, o bella etate, a’ tempi tuoi,
con gli uomini veder misti gli eroi.

Or intendo che ‘l Ciel voleasi dire
allor che incontra la sua fé diletta
sostenne armarsi l’Asia in mille schiere:
ond’ella tutta nel timor ristretta
steasi aspettando già furori ed ire
da tante mani ostil, crudeli e fère:
e poi, sposa real, le destre altère
del tuo gran padre e non minor tuo sposo
insiem congiunse a far la pia difesa.
Né doppia fiamma accesa
così, spirando spesso, Austro cruccioso
strugge biade, arde selve, incende armenti,
e quanto pasce più, via più divora,
fin ch’ogni cosa avrà spenta e distrutta,
come a’ danni del fior de l’Asia tutta
di celeste pietà co’ petti ardenti
i sovrani guerrier mostrârsi allora:
tanto oprâro col senno e col coraggio!
Allora ‘l Ciel volle mostrarne un raggio
de la virtù del di lor germe espresso,
che fia liberator del mondo oppresso.

Quanta e qual dunque nova, altèra mostra
farà Germania allor, di glorie eterne
atti usando sì degni e sì pregiati?
Se ‘n destinar le lor grazie superne
ristasser mai le stelle, e a voglia nostra
ne concedesse ‘l Ciel comporre i fari,
fra me volgendo onor tanto laudati,
non so se voi, del Reno abitatori
popoli fortunati, unqua potreste
voi medesmi di queste
fabricarvi qua giù glorie maggiori.
Ch’i greci pongan pur ogni pensiero
in gir al ciel con la terrena soma,
e la terra adornar d’alte dottrine.
Sia cura de le chiar’alme latine
oltre le vie del sol stender l’impero,
e la ròcca del mondo essersi Roma.
Altri studi sien d’altri almi e sovrani;
ché vostre arti saranno, o gran Germani,
a lo Scita, a l’Etiope, a l’Indo, al Mauro
riportar le virtù del secol d’auro.

Però vittime, incensi e fiori offrite
divoti a lui, ch’al vostro onor fatale
or con gli onesti e santi amori attende:
ond’egli incontro a te, sposa reale,
l’ali battendo de le voglie ardite,
come fenice al sol, tutto s’accende;
ed entro il tuo splendor lieto s’incende
di fiamme ond’arde in ciel la terza idea;
se ‘n mirar gli atti, il portamento e ‘l viso,
quai tutti t’han diviso
da l’altre donne, e ti somiglian dea,
scorge bellezze in te, che quai per sorte
vorrebberle i desir, tai sembran esse;
né inganno a’ bei pensier fanno i desiri:
onde versa per te caldi sospiri
quel valoroso pien di senno e forte
core, quel cor che spesse volte e spesse
fa temer l’Asia più che cerva o damma;
e quel cor, mentre nel tuo amor s’enfiamma,
perché a vincer formollo uso e natura,
vincer te ancor in ben amar procura.

Deh! non soffrir che così bella gloria,
ch’a la tua gentilezza Amor destina,
or, donzella real, tolta ti vegna:
anzi, a prova d’amar sì pellegrina,
riporta pur leggiadra alta vittoria,
di cui de’ vincitor riporta insegna:
e come Amor, ch’è vero amor, t’insegna,
ama lui sol per lui, ed in te stessa
sol ama il tuo piacer, perch’a lui piace.
Vien dunque or con la face
de la fiamma ch’a Dio via più s’appressa,
vieni, santo Imeneo, e i regii sposi
colma di gioie in sé tanto ripiene,
che da’ più bei desir non mai sien vinte;
ché già ‘l caduto sol ha in ciel distinte,
co’ chiari raggi al veder nostro ascosi,
le stelle più seconde e più serene,
de le sinistre e rie nulla accendendo:
onde sen gìo la terra ricovrendo
di notte a noi tanto aspettata e cara,
che fia de’ giorni d’òr madre ben chiara.

Canzon, se mai là sù temprossi giusta
del mio fato la legge, e se consente
che questo incarco lo mio spirto regga
fin che le sole prime geste io vegga,
e le minor de la gran prole augusta
(qualor in cima a la divina Mente,
pien di vera umiltate, onoro e ‘nchino),
spero tanto sul greco e sul latino,
che ‘l tosco suon di loro alto ribombe,
che torrà ‘l pregio ad amendue le trombe.

V
GIUNONE IN DANZA

Per le nozze del principe della Rocca Giambattista Filomarino con Maria Vittoria Caracciolo dei marchesi di Sant’Eramo.

Io, de le nozze riverito nume,
che le genti chiamâro alma Giunone,
che, perché sotto il mio soave giogo
or due ben generose alme congiunga,
gentili cavalieri e chiare donne,
co’ prieghi umili di potenti carmi
invocata, qua giù tra voi discendo;
e perché sotto il mio soave giogo
due alme al mondo sole or io congiunga,
menovi meco in compagnia gli dèi,
che ‘nalzò sovra il ciel l’etade oscura,
con Giove mio consorte e lor sovrano.
Come? ben si convenne al secol d’oro
con semplici pastori e rozze ninfe
in terra conversare i sommi dèi,
e, ‘n questo culto di civil costume
ed in tanto splendor d’alma cittade,
almeno per ischerzo, almen per gioco
vedersi in terra i dèi or non conviene?
Questa augusta magione
e d’oro e d’ostro riccamente ornata,
ove ‘n copia le gemme, in copia i lumi
vibran sì vivi rai
qual le più alte e le più chiare stelle
di cui s’ingemman le celesti logge,
s’albergare qua giù vogliono i dèi,
ov’alberghin i dèi non sembra degna?
e quell’argentee ed ampie mense, dove
l’arte emulando il nostro alto potere,
l’indiche canne e i favi d’Ibla e Imetto
presse di eletti cibi
in mille varie delicate forme,
le quali soavemente
si dileguan sui morsi,
si dileguan tra i sorsi,
non somiglian le nostre eterne, dove
bevesi ambrosia e nettare si mangia,
che quali noi vogliam dànno i sapori?
Tutto a questo simìl, dolce concento
di voci, canne e lire
risuonan di Parnaso
le pendici e le valli,
quando cantan le muse e loro in mezzo
tu tratti l’aurea cetra, o biondo Apollo.
Ma questi regi sposi,
de’ rari don del cielo
quant’altri mai ben largamente ornati,
di tai mortali onori
di gran lunga maggiori
degni pur son d’un nostro dono eterno;
onde adorniamo in essi
i nostri stessi eterni don del cielo.
I terreni regnanti,
che stanno d’ogni umana altezza in cima,
stiman sovente di salir più in suso
scendendo ad onorare i lor soggetti;
e i terreni regnanti
son pur essi soggetti a’ sommi numi,
e, perché sol soggetti a’ sommi numi,
han stabilito i sommi regni in terra.
Perché lo stesso a noi lecer non debbe?
che, perché onnipotenti,
credettero le genti
poter pur ciò ch’è ‘n sua ragion vietato,
e fûr da noi sofferte
che credessero il tutto a noi permesso,
purché credesser noi potere ‘l tutto
e sì le sciolte fiere genti prime
apprendesser, temendo,
dal divino potere
ogni umano dovere.
Del garzon dunque valoroso e saggio
che coll’alte virtudi
veracemente serba il nome antico,
che d’IMMORTALITÀ risuona AMANTE,
e de l’alta donzella,
di cui sovra uman corso
vien dal bel corpo la virtù più bella,
ond’è a la terra e al ciel cotanto CARA
che fatto ha sua natura il nobil nome,
omai l’inclite nozze
festeggiamo danzando, o sommi dèi;
e chi a menar la danza ha ben ragione,
l’auspice de le nozze ella è Giunone.

Esci dunque in danza, o Giove,
ma non già da Giove massimo,
di chi appena noi celesti
sostener possiam col guardo
il tuo gran sembiante augusto;
esci sì da Giove ottimo,
con quel tuo volto ridente,
onde il cielo rassereni
e rallegri l’ampia terra,
e dovunque sì rimiri,
fondi regni, inalzi imperi,
tal che ‘l tuo guardo benigno
egli è l’essere del mondo.
Deponi il fulmine
grave e terribile
anche a’ più forti,
non che lo possano
veder da presso
queste che miri,
queste che ammiri
tenere donne
tanto gentili
e delicate.
Ti siegua l’aquila,
pur fida interprete
de la tua lingua,
con cui propizio
favelli agli uomini
e loro avvisi
palme e grandezze.
Anzi voglio, e non m’è grave
(ché gelosa io qua non venni),
che tu prenda quel sembiante
d’acceso amante
non di sterili sorelle,
ma di quelle
chiare donne
che di te diêro gli eroi;
e ‘n sì amabile sembianza
esci pur meco, o sovran Giove, in danza.

Il mio gran sposo e germano
non già in terra qui da voi,
caste donne, i chiari eroi
unqua adultero furò.

Suo voler sommo e sovrano,
che spiegò con gli alti auspìci,
tra gli affetti miei pudici
ei dal ciel gli eroi formò.

Porgi or l’una or l’altra mano
a chi finse la gelosa,
e d’eroi tal generosa
coppia ben fia quanto da noi si può.

E tu vaga, gentil, vezzosa dea,
alma bellezza de’ civili offici,
che son le Grazie che ti stan da presso,
e poscia i dotti ‘ngegni t’appellâro
de le sensibil forme alma natura,
e una mente divina al fin t’intese
de l’intera bellezza eterna idea;
per Stige, non istar punto crucciosa
perché tu qui non empi il casto uficio,
qual ti descrisse pure a nozze grandi
un’impudica più che dotta penna,
ché ‘l mio (qual dee tra noi, pur regni il vero)
è sopra ‘l tuo vie più solenne e giusto,
poiché tu sembri (e sia lecito dirlo)
ch’a letti maritai solo presiedi
le licenze amorose a far oneste;
se de le proli poi nulla ti curi,
ma ben le proli io poi, Lucina, accoglio,
Quest’or mio dritto fia,
qual fu tuo dritto ne la gran contesa
dal regale pastor come più bella
di riportarne il pomo: or più non dico;
ché, quando del mio uficio si ragiona,
allor parlar non lice
d’altro che di concordia, amore e pace,
talché mi cadde già da l’alta mente
il riposto giudizio;
anzi unirò co’ tuoi
tutti gli sforzi miei
pel tuo sangue troiano,
e l’imperio romano
per confin l’oceàno abbia e le stelle.
Ti cingano
or le Grazie;
ti scherzino,
ti volino
d’intorno mille Amori,
e a le tue dive bellezze
dà’ le forme più leggiadre
di sorrisi, guardi, moti,
atti, cenni e portamenti,
qualor suoli quando Giove
vuolsi prendere piacere
di mirar la tua bellezza.
In tai guise elette e rare
esci, Venere, omai meco a danzare.

Da questa dea
prendete idea,
o sposi chiari,
o sposi cari;

ché della vostra
in questa chiostra
più bella prole
non veda il sole;

e a te di padre,
a te di madre
figli vezzosi
rendano i nomi più che mèl gustosi.

E tu, gran dio del lume,
che nel cielo distingui al mondo l’ore,
e qua giù in terra sopra il sacro monte
presso il castalio fonte,
valor spirando al tuo virgineo coro,
fa’ i nomi de’ mortai chiari ed eterni;
memore io vivo pure
che, ‘n buona parte a te debbo io le nozze,
sì che ‘n gran parte a te debbo il mio regno,
che ‘n quella senza leggi e senza lingue
prima infanzia del mondo,
la téma, l’ira, il rio dolor, la gioia
con la lor violenza
insegnarono all’uom le prime note
di téma, d’ira, di dolor, di gioia,
qual pur or suole appunto,
da tali affetti tòcco gravemente,
il vulgo, qual fanciul, segnar cantando,
indi le prime cose
che destassero più lor tarde menti,
o le più necessarie agli usi umani,
quai barbari fanciulli,
notâro con parole
di quante mai poi fûr più corte ed aspre;
ed in quella primiera e scarsa e rada
e, perché scarsa, rada lor favella,
eran le lingue dure,
non mobili e pieghevoli, com’ora
in questa tanta copia di parlari,
a’ quali ‘n mezzo or crescono i fanciulli,
a proferir da émpito portati,
e a proferir da l’émpito impediti,
qual fanno i blesi, prorompean nel canto;
e, perch’eran le voci
corte, quai fûr le note poi del canto,
mandavan fuori per natura versi;
né avendo l’uso ancor di ragion pura,
i veementi affetti
soli potean destar le menti pigre,
onde credean che ‘n lor pensasse il core.
Ed in quella che puoi
dir fanciullezza de l’umanitade
soli i sensi regnando e, perché soli,
ad imprimer robusti
ne l’umano pensiero
le imagini qual mai più vive e grandi,
e da la povertà de le parole
nata necessità farne trasporti,
nata necessità farne raggiri,
o mancando i raggiri e gli trasporti,
da evidenti cagioni o effetti insigni
o dalle loro più cospicue parti
o d’altre cose più ovvie ed usate,
co’ paragoni o simiglianze illustri
o co’ vividi aggiunti o molto noti,
s’ingegnâro a mostrar le cose istesse
con note propie de le lor nature,
che i caratteri fûr de’ primi eroi,
ch’eran veri poeti per natura
che lor formò poetica la mente,
e si formò poetica la lingua;
ond’essi ritrovâr certe favelle,
che voglion dire favole minute
dettate in canto con misure incerte,
ed i veri parlari o lingue vere
gli uomin dianzi divisi unîro in genti
e le genti divise unîro a Giove,
ond’è il mio sommo Giove eguale a tutti;
e tal fu detto favellare eterno
degli uomini, de’ dèi, de la natura,
onde nefandi son, né mai pòn dirsi
ch’era in lor favellar, non mai pòn farsi
le madri mogli ed i figliuoi mariti.
E sì la forza de’ bisogni umani
e la necessità scovrirgli altrui
e la gran povertà de le parole
e la virtù del ver comune a tutti,
che mostrò l’utiltade a tutti uguale,
destâro unite il tuo divin furore,
di che pieni que’ primi eroi poeti,
de’ quai fêro tra lor le greche genti
famosi personaggi o comun nomi
celebri, Orfeo e Lino ed Anfione,
che coi lor primi carmi o prime leggi
primi sbandîro da le genti umane
ogni venere incerta e incestuosa;
e venne in sommo credito il mio nume,
ond’io presiedo a le solenni nozze,
le quai fêro solenni i divi auspìci
presi del ciel ne la più bassa parte,
perché Giove più sù balena e l’etra
fin dove osa volar l’aquila ardita.
E perché son le certe nozze e giuste
le prime basi degl’imperi e regni,
Giove egli è ‘l re degli uomini e de’ dèi,
a cui ‘l fulmine l’aquila ministra,
l’aquila assisa a’ regi scettri in terra
e del romano impero
alto nume guerriero;
ed io, di Giove alta sorella e moglie,
sì fastosa passeggio in ciel regina
e coi comandi d’aspre e dure imprese,
quante Alcide se ‘l sa, pruovo gli eroi.
Questi tutti son tuoi gran benefìci,
de’ quali eterne grazie io ti professo.
Però, canoro dio,
per la tua Dafne, volentier sopporta
che la gran coppia de’ ben lieti sposi
non t’invidi Parnaso e ‘l sacro coro,
ché quest’alma cittade,
fino da’ primi tempi degli eroi
patria de le sirene,
perpetuo albergo d’assai nobil ozio,
nutrì sempre nel sen muse immortali,
e pruove te ne fan troppo onorate
i Torquati, gli Stazi ed i Maroni.
Ma tu taci modesto or le tue pompe,
ma io grata, anzi giusta, or te l’addito;
né a scernergli me ‘l niega
con l’ombre sue la notte,
la qual, col nostro qui disceso lume
onde tu vai vie più degli altri adorno,
vince qual mai più luminoso giorno.
Colà stretti uniti insieme
vedo il rigido Capassi
col mellifluo Cirillo.
De le genti egli maggiori
quegli è ‘l mio dotto Lucina,
con cui va fido compagno
il sempre vivo,
sempre spiegato,
sempre evidente,
Galizia nostro.
V’ha l’analitico
chiaro Giacinto;
e a chi il cognome,
provido il cielo,
diede d’Ippolito,
il cui costume
al casto stile
avea di questi
serbato il cielo.
Quegli, se rompe
cert’aspri fati,
sarà ‘l Marcello [1]
d’un’altra Roma.
V’è pur colui
a cui nascendo
col caso volle
scherzare il fato,
e di Poeta
diègli il cognome.
Quegli è l’Egizi,
ch’a lento piè
e con pia mano
cogliendo va
dotte reliquie
d’antichità.
E, a quello unito,
d’un che s’asconde
agli altri tutti,
il qual tu, Febo,
spesso e ben vedi,
esce un bel nome,
che chiaro a tutti
suona Manfredi.
Stavvi ‘l Rossi[2] meditante
alta impresa presso Dante:
una dolce e gloriosa
là verdeggia nobil Palma;
e v’è un Dattilo sublime.
Ivi ‘l Buoncore
coltiva l’erbe
di cui gli apristi
tu le virtudi;
e là ‘l Perotti
con nobil cura
e’ sta rimando
l’egra natura.
A le cose alte e divine
indi s’erge e spiega il volo
il gentil dolce Spagnolo.
Quei ch’è ‘n sé tutto raccolto
entro sua virtude involto
è ‘l buon Sersale,
sempre a sé uguale;
e quell’altro egli è il Salerno,
in cui parlano i pensieri.
Quegli è ‘l Luna[3] , dal cui frale
or la mente batte l’ale
su del ciel per l’alte chiostre
a spiar le stelle nostre.
Quello, al cui destro
omero aurata
pende una lira,
sembra un romano
Nobilione;
e v’ha quel che la fortuna,
non già il merto, il fa Tristano.
Ve’ ‘l Valletta l’onore
del suo nobil museo;
anche ‘l Cesare ornato
del bel fiore di Torquato;
il leggiadro Cestari,
il Gennaio festivo,
il Viscini venusto,
pur l’adorno Corcioni,
il Forlosia dolciato
di mèl che timo odora,
il Mattei che valore
ha del nome maggiore,
e con atti modesti
l’amabil Vanalesti,
e ‘l de’ tuoi sacri studi
vago Salernitano,
e ‘l di te acceso Puoti,
altro Rossi splendente
quanto l’ostro di Tiro.
Ma que’ che lieta accoglie
la Sirena sul lito,
l’un cui par che ‘l petto aneli
ed a un tempo stesso gieli
tutto e bagni di sudore
sol la fronte, è ‘l Metastasi,
pien del tuo divin furore,
a cui serve or senno ed arte;
l’altro è ‘l Marmi teneruzzo.
Venuti anche tra questi
son da l’Attica tosca
in bel drappel ristretti,
bei tuoi pregi e diletti,
cento gentili spirti,
cinti di lauri e mirti.
È con questi il gran Salvini,
il qual presso al nobil Arno
è un’intera e pura e dotta
gran colonia d’Atene,
che comanda a cento lingue
ed un gran piacer dimostra
d’ascoltar l’origin nostra.
Per onorar tanti pregiati ingegni,
ch’a nozze tanto illustri or fanno onore,
mastro divin de l’armonia civile,
che tu accordasti con le prime leggi,
e, perché son le leggi
mente d’affetti scevra
la qual qui scende agli uomini dal cielo,
le leggi poi stimate don del cielo
mastro ti fêr de l’armonia celeste;
àgiati al seno omai cotesta cetra,
c’hai finor tòcco assiso agiata in grembo,
e col più vago e più leggiadro vezzo
esci a danzare, o dotto Apollo, in mezzo.

Tempra, Febo, l’aurea lira
a’ bei numeri del piè,
qual s’arretra o inoltra o gira
o pur salto in aria die’.

Di tua cetra il dolce suono
l’aspre fère raddolcì,
e di tua bell’arte è dono,
perché l’uom s’ingentilì.

Sì la venere ferina
de le terre Orfeo fugò,
e la cetra sua divina
poscia ornata di stelle in ciel volò.

Non ti mostrar sì schiva
e ritrosa, Diana;
è sì ben la tua vita,
vita degna di nume,
menar l’etade eternamente casta
d’ogni viril contatto;
talché le sante membra
né men tocchi col guardo uomo giammai,
come pur d’Atteon, che n’ebbe ardire,
tu già facesti aspra vendetta al fonte;
ma, se pur mai seguisse ogni donzella
i tuoi pudici studi,
non aresti or, o dea, chi t’offrirebbe
e vittime ed incensi in sugli altari.
Però Giove, che ‘l regno
sopra ‘l gener umano a noi conserva
onde ‘l regno ben ha sopra di noi,
egli siegue un piacer dal tuo tutt’altro:
piacer che gli produce
ne l’ordine de’ dèi il nome augusto,
che ‘l dal giovar creando è detto Giove,
che dal profondo nero sen del Cao
trae fuor le cose in questa bella luce
sotto le varie lor forme infinite
de le quali fornisce e adorna il mondo,
e da tale suo studio
«;padri» voi dèi, «madri» noi dèe siam dette.
E quindi avvien che, come Giove abborre
la rea confusion de’ semi tutti,
che poi dissero «Cao» color che sanno,
così odia e detesta
la rea confusion de’ semi umani,
che prima disser «Cao» le rozze genti.
Intendi, intendi pure
l’alte leggi del fato;
tu t’innalzasti in cielo,
perché Giove con teco e gli altri numi
serbasse in terra le virtù civili,
che pòn sole serbar la spezie umana:
ei comanda le nozze,
che madri son de le virtù civili,
ond’io, moglie di Giove,
le fo certi e solenni,
Venere, dolci, e tu le fai pudiche,
e ‘n carmi ne dettò le leggi Apollo;
onde Imeneo sul Pindo a lui sacrato
nacque d’Urania che contempla il cielo,
e l’educâro le sue sacre muse,
che cotesta, che tu pregi cotanto,
eterna castità vantano anch’elle.
Deh mira adunque,
deh mira intorno
con ciglio grato
tante matrone,
fide custodi
de l’alto sangue
di tante illustri
chiare famiglie,
tra’ quai torreggia
la bella madre
del vago sposo.[4]
Né creder tutte
le tue seguaci
ch’abbiano in core
quel c’hanno in viso.
Vener te ‘l dica
quai caldi voti
pur d’esse alcune
l’offron secreti.
Però non isdegnare
ch’eschi meco a danzare.

In quest’aria vergognosa
sì ti voglio, o casta diva,
e mi piaci così schiva,
che mi sembri tu la sposa.
Come ben la castitade
fa più bella la bellezza!
Prende più che gentilezza
un’amabile onestade.

Così ‘nsegna il tuo diletto
ad amare e riverire;
e così convien covrire
bella sposa, l’ardor che nutri in petto.

Ma tu non tutta spieghi,
Marte, qui la tua fronte,
la qual sembra turbar cruccio importuno,
forse perché non tosto dopo Giove
e, se bene m’appongo, innanzi Giove,
io t’inchinai ch’uscissi a danzar meco?
In questa diva festa
celebrata in Italia, ognor feconda
madre di saggi, prodi, invitti duci,
ne la città che sovra l’altre in grido
il pubblico inalzò genio guerriero,
per queste liete nozze
e d’una nobil sposa
il cui gran genitore
per raro valor d’arme è assai ben chiaro, [5]
e d’un sposo gentile,
il cui gran zio, che puoi tu dir gran padre,
nel mestiere de l’armi è assai ben noto.[6]
Io tutto ciò confesso e riconosco
essere tutto ciò ben tua ragione,
e dirò molto più: siamo in tua casa.
Non per tanto io peccai contro la legge
che de la danza già prescrisse l’uso,
ma sommisi la danza ad una legge
la quale m’ha dettato alta ragione.
Pria t’accese al valor alta pietade
e somma diligenza inverso Giove,
ond’egli avviene che d’eterne glorie
segnan gli annali e adornano l’istorie
le guerre che tu imprendi e pure e pie,
che ‘ncominciasti a far fin da que’ tempi
che difendevi l’are o i primi asili
con l’asta pura o scevra ancor di ferro;
e l’asta pura poi serbò ‘l romano
per premio insigne al militar valore,
ond’è Minerva astata
la mente che delibera le guerre,
Pallade astata che n’insegna l’arti,
Bellona astata alfin, che l’amministra;
e l’aste sole fûro arme d’eroi,
e perciò abbiam da l’asta
tu di Quirino, io di Quirina il nome,
che sopra degli eroi le nozze intesi
e portava a la luce i figli loro
quando ancor non avean le vili plebi
le mie nozze tra lor solenni e giuste.
E ricordar ti dèi che molto innanzi
che spirassi furore, ira e spavento
agli schierati eserciti in battaglie,
questa Venere i tuoi spirti feroci
con la scuola d’amor rese gentili,
e la fierezza ti cangiò in braura;
poi t’ispirò Diana i suoi diletti
d’assalir orso o di ferir cinghiale;
studi ben degni de’ primieri eroi,
che gli Alcidi portâr sopra le stelle.
Indi Apollo cantò le sante leggi,
ond’i tuoi araldi, ad alta orrenda voce
chiamando in testimon il sommo Giove
che non son essi i primi a far l’offese,
e se lor non s’emendano l’offese,
intiman le solenni aspre crudeli
e da le madri detestate guerre.
Par c’hai posto in oblio
l’antica e vera origine ch’avesti:
non sei tu, puoi negarlo,
la fortezza di Giove,
ch’esercitasti pria contro te stesso,
con vincere e dipor ne le catene
de la ragion invitta
la libidine vaga? e d’una donna
solo contento e pago, indi apprendesti
domar sotto il paterno imperio i figli
ed a lor pro domare i fèri mostri,
domar i tori a sopportare il giogo,
domar la terra a sopportar l’aratro?
Poscia le plebi erranti, inerti ed empie,
a cui apristi gli asili
ove si rifuggìan da l’onte e i torti
che lor faceano i violenti ingiusti,
domasti a sopportar legge e fatica,
e col tuo esempio a riverire i dèi,
e per la patria alfine,
ch’a’ popoli conserva
e moglie e figli e casa e campi e dèi,
con la guerra domar genti e cittadi?
Dunque, tempra l’aria fiera
col mirare riverente
il tuo re benigno Giove,
col mirare innamorato
la tua Venere benigna.
E mesci insieme
l’ira d’Achille;
ma che le leggi
non isconosca
de la natura,
né arroghi a l’arme
ogni ragione.
Mesci d’Enea
l’alta pietade:
ma le regine
non abbandoni
e se ne porti
col loro onore
anche la vita.
Mesci l’amore
del grand’Orlando,
ma più temprato
da la ragione.
Con tai leggi ch’io ti reco
esci, Marte, a danzar meco.

A questa immago altera
d’alta virtù guerrera
nascano i figli a voi, ben lieti sposi:

talché gl’incliti e gravi
bei trionfi degli avi
sieno a petto dei lor meno famosi;

e ne le loro glorie
s’ergano sì l’istorie
che poema giammai tanto non osi.

Son tuoi propi doveri
festeggiar queste nozze,
Mercurio mio, gran messaggier di pace;
ché gentilesca lode è ben di questi
Filomarini padri
esser grati egualmente
al popolo e a’ sovrani
e di placare i re coi lor soggetti,
qual agli uomini tu concili i numi;
come di te poscia cantâr coloro
che vollero di noi
far più alte l’origini e più auguste.
Ché tu qui primo in terra
a le plebi per tedio sollevate
di sempre coltivare i campi a’ padri
per solo sostentar l’egra lor vita,
che per salvar pria rifuggîro a l’are,
portasti l’alme leggi,
che Cerere leggifera ti diede:
ch’avessero le plebi
il commerzio de’ campi,
che pria occupâro e reser colti i padri;
e questa fosse loro
la mercé giusta d’obbedire a’ padri,
donde tu avesti di Mercurio il nome.
Indi, nate le guerre,
fosti poi santo apportator di pace.
Dunque in questa alleanza
esci ora meco in danza.

Questa pace
con la face
tratta Amor:

e gli amanti,
anelanti
d’almo ardor,

la tua verga
non asperga
del tuo, ch’uopo or non fa, dolce sopor.

La sapienza di Giove
d’invitar non ardisco,
ché troppo onor pure ne fa Minerva
con lo stare a guardar la danza nostra.
Dunque bastar ci dee che qui v’assista,
o fortunati sposi,
ed a pure, sublimi e chiare idee
d’eterne verità v’alzi la mente,
a cui saggi formiate i vostri figli
talché ‘n senno niuno altro somigli.
Però, benché di te sol paga, sdegni,
non che parlar giammai di tue bell’opre,
pur udirle giammai lodar da altrui;
soffri, Minerva, pur che ‘n tua presenza
tanto io ne dica sol quant’egli ‘mporta
ch’io ne adorni il mio uficio onesto e santo.
Da te provenne a l’uomo
il talento divin di contemplare,
e poiché l’ampia terra
tutta seccò l’umore onde gran tempo
dal gran diluvio ella restò bagnata,
talché poteo Vulcano
fulmini mandar sopra l’Olimpo a Giove,
i fulmin ch’atterrâr gli empi giganti;
l’uom da quel primo tempo
ne l’ozio, solitudine e, per somma
povertà di parlari,
necessario silenzio,
dal fulmine destato
a contemplar pur finalmente il cielo,
da’ moti insigni degli eterni lumi
animato il credette e ‘l fece dio;
e la sua volontà chiamò «’l mio Giove»,
che scrivesse nel cielo
col fulmine le sue temute leggi,
o vero pubblicassele col tuono;
che scrivesse nel cielo
de l’aquila coi voli
gli adorati comandi,
o li dettasse d’altri augei col canto:
onde ne l’aurea etade
fu detto che leggessero le genti
l’alte leggi de’ fati in petto a Giove.
E quindi poscia vennero a’ poeti
quei lor nomi di «vati» e di «divini»,
che fûro «sacri interpreti de’ dèi»,
quando una cosa istessa
era sapienza, sacerdozio e regno.
E questi in quel sommo stupor del mondo
quei «pochi» fûr «ch’amò Giove benigno»,
ch’over mossi da téma o da vergogna
de la vener ferina in faccia al cielo,
pentiti del comun brutal errore,
presa ciascun per sé sola una donna,
e credendo i volati degli augelli
fosser cenni di Giove,
proseguendo dell’aquile gli auspici
in certi sacri orrori,
si fermaro de’ monti,
dove loro mostrò Diana i fonti,
e quivi con le lor donne pudiche
fondâro le famiglie, e poi le genti
fabbricâro le picciole cittadi,
cui con l’aratro disegnâr le mura;
il concubito vago proibîro,
dier le leggi a’ mariti
e ‘ntagliâro nel rovere le leggi:
e questa fu prima sapienza in terra,
ond’è venuto in questo culto il mondo.
Tanta parte, Minerva, hai ne le nozze,
se non le nozze a te si debbon tutte.

Vulcano qui non danza,
ché ne men danza in cielo;
ma, ‘n cambio de l’onor qui da degnarvi,
doni di lui più propi or v’apparecchia.
In Etna ignivomo
sotto la lurida
fucina altissima
con Bronte e Sterope
altri monocoli
or con le fervide
braccia roboree,
irsute e ruvide
in torno armonico
i lor gravissimi
martelli inalzano
su la ben solida
e grande incudine;
e vi distendono
le lenti e flessili
argentee lamine;
e sì ne formano
gli usberghi lucidi,
i tersi clipei,
le gravi gàlee;
e ‘l duro calibe
temprato aguzzano,
temprato affilano
in taglientissime,
in pungentissime
e spade e cuspidi,
di che si vestano,
di che si cingano,
le qual’impugnino
in guerra i strenui
figli, e ne portino
alte vittorie.

Alma Cerere intanto, or tu cortese
per cotesta deità ch’a me pur devi,
da me inchinata or danza a tante nozze.
Per me di questa terra
la già gran selva antica,
poiché Diana ne purgò le fiere,
onde sicuro il suo germano Apollo
in Anfriso poteo guidar gli armenti,
col fuoco che Vulcano
di dura selce viva
da le battute viscere pria scosse,
bruciando da per tutto
rover gravi, dur’elci e querce annose,
ridottovi il terreno atto all’aratro
col ferro che ti die’ Marte per uso
del grave aratro, poi vi seminasti
la prima spezie di frumento, il farro;
e ‘l farro poi dal vincitor romano
fu dato in premio a’ forti
che ‘nsigni l’arme oprâr ne le battaglie;
ed i più forti de’ romani, i padri,
che soli imprima aveano i sacerdozi,
le lor nozze col farro consacràro.
Quindi tu altere desti
le tue leggi de’ campi,
e le tue fûr le prime leggi umane,
con le quai si fondâr gl’imperi e i regni:
ch’appo le genti, i territori o campi
sieno in sovrana signoria de’ forti;
quei che men forti sono,
n’abbiano solo gli commerzi o gli usi.
Perché gli uomini, accorti
che non potean divisi
difender i lor campi
da l’altrui forza ingiusta,
congiunser tutte le lor forze in una;
e sì fondâro in terra il sommo impero,
cui sommiser le lor forze private,
perché guardasse loro
colti i campi e sicuri,
che guardando sicuri erano colti;
e tutto ciò per téma che la terra
non ritornasse alla gran selva antica.
Tanta è la tua possanza,
tanta hai tu dignità d’uscir qui in danza.

Tu seconda,
feconda
i suoi campi
ch’al signore
splendore
recâr.

Tu a lui cara,
prepara
altri ed ampi,
ché ricchezze,
grandezze
puoi dar.

Da viltà
nobiltà
sol tu campi;
co’ tesori,
gli onori
usi serbar.

Ma tu, Saturno, portator degli anni,
non so qual mai superstizion ti tiene,
ché par che ti nascondi
agli occhi d’una sì nobil corona.
Prendiam gli augùri in meglio,
non quai falso stimò finora il mondo.
Cotesta tua gran falce,
in quella età che tu versavi in terra
(forse perch’assai vecchio,
tu vuoi ch’io te ‘l rammenti?),
non ebbe altr’uso che di mieter biade,
da le quai seminate avesti ‘l nome;
e ‘n quella rozza etade
e ‘n quella povertà de le parole
l’uom con le mèsse numerava gli anni
onde avvenne che poi,
del tempo dio, fosti allogato in cielo.
Né cotest’ali invero
ti fûr date perché tu voli o fugga,
perché ‘nver tu non sei tardo né presto,
ma ben misuri i moti presti o tardi.
Coteste sono insegne
che ti diêr i patrìci
che trovâro gli auspìci,
onde poi da la lor propia pietade
divenner saggi, temperati e forti,
e fûr gli eroi di favole spogliati,
i cui prenci fondâr gli eroici regni;
e sol di questi poi le discendenze,
perché aveano tra lor certe divise
che non avean tra lor l’oscure plebi,
tutto mercé de le mie certe nozze,
da l’ordin lungo de’ lor certi padri
sol essi meritâr con vero nome
de le genti maggiori dirsi «patrìci».
E noi da quelle antiche inclite case,
che, non essendo ancora i regni in terra,
diêro a noi ‘l regno sovra lor nel cielo,
siam detti «dèi de le maggiori genti»
talché quest’ale son l’istesse appunto
di che ‘l Pegaso il dorso
e Mercurio i calcagni orna e le tempia,
perché i nobili primi ritrovâro
i seminati, ond’hai tu nome e nume;
i nobili trovâr le leggi prime,
con cui Mercurio richiamò le plebi;
nobili domâr primi il cavallo,
che lor servì poi ‘n guerra, ma assai ‘nnanzi
con la sua zampa fe’ sgorgare il fonte,
presso a cui si fondâr le prime terre,
ove abitâro poi le sacre muse
che le città de le bell’arti ornâro;
da poi ch’Apollo ritrovò la lira,
ne la quale compose de’ privati
tutti dianzi divisi o nervi o forze,
con cui dettò le prime leggi in carmi.
Però con lieti auspìci,
che voglion dire in lor vera ragione
una lunga prosapia e assai feconda
d’indole generosa e giusta e pia
e ben istrutta in tutte l’arti umane,
su coteste grand’ali omai ti libra,
ed agile a danzar meco ti vibra.

Tu per sposi così lieti
tante nuove biadi mieti,
che tua falce ottusa fia.

Ne la lor casa immortale
di Lucina e di Giogale
ferva pur la cura mia.

E già in aria a destra move
il regale augel di Giove,
e ‘n ciel segna una dritta e lunga via.

Non fa d’uopo che, Vesta,
tutta religiosa e diligente
tu t’apparecchi l’ara,
e che ‘l foco v’imponghi,
ch’eterno serbi infin d’allor che ‘l foco
ridusse in campi la gran selva antica;
né ti prepari da que’ fonti l’acqua,
presso a’ quai si fondâr le prime terre,
onde con l’acqua e ‘l foco
fèrsi le nozze poi giuste e solenni.
Sol lece a me, ché vano è ‘l sacrificio,
ch’or io, tutta composta in maestade,
adempia qui il mio civile uficio.

Or sotto questa mia potente insegna,
che tanti e tali ben produsse al mondo,
per cui ‘l mio nume in ciel sovrano regna,
questo mio giogo d’òr lieve e giocondo,
piega l’alte cervici, o coppia degna,
in presenza del ciel tutto secondo.
E voi, matrone, a lei più fide e grate,
la moglie al marital letto menate.

[1] Il signor don Marcello Filomarino, delle amene e severe discipline ornatissimo, nipote di Ascanio, cardinale arcivescovo di Napoli.
[2] Il signor don Casimiro Rossi, che sta componendo in terza rima e con lo spirito di Dante un poema eroico proprio delle cristiane repubbliche, intitolatoLe persecuzioni dei cristiani.
[3] Il signor don Andrea di Luna d’Aragona, di cui s’allude alla nobilissima canzone, che aspettata giunse l’istesso giorno che si dava questo foglio alle stampe, onde si leggerà nel fine della raccolta.
[4] L’eccellentissima signora donna Carmela di Sangro de’ duchi di Casacalenda.
[5] L’eccellentissimo signor don Marino Caracciolo marchese di Santeramo, generale di battaglia.
[6] L’eccellentissimo signor don Giacomo Filomarino duca di Pierdifumo, nella gioventù capitano de’ cavalli.

VI
ORIGINE, PROGRESSO E CADUTA DELLA POESIA

A Marina della Torre, marchesana di Novoli.

Il candor luminoso
de l’alma stirpe, che di rai celesti
a le muse vestìo gli alti natali
onde s’odon chiamar figlie di Giove,
di Giove il re degli uomini e de’ dèi,
e là sovra le stelle
si salutan sorelle
e da Perseo e da Bacco
e da’ Bellorofonti e dagli Alcidi;
tal fresca origin diva
destò ne’ lor ben generosi petti
pensier tutti magnanimi e sublimi,
schivi di laude ornar virtù volgari,
ma celebrar sol opre e chiare e grandi
con tai divine imagini e sì vaste
che imitarle dispera umano stile.

Perché applicâro ogni alto studio e cura
d’intesser i bei lor lavori eterni,
di sé formando ampia immortal corona,
cui fa splendido centro il dio del lume
che a le cose mortai numera gli anni
e de’ spirti immortali eterna i nomi,
al suon di quella lira,
che dolce accorda in melodia celeste
i vari error de le rotanti sfere,
ed in bell’armonia
quant’eran prima dissonanti e fèri,
tanto poi mansueti e ben concordi
fe’ risonar gli uman costumi in terra.

Quindi gli eterni lumi,
ove la terra è ricoverta d’ombre,
or senza nome allumerien l’Olimpo:
anzi l’istesso Febo sconosciuto
or roteria la sua gran lampa al mondo;
Febo, che ‘n forza da le sagge muse
ai dèi dispensa e lume e vita in cielo.
Ond’infra l’alta sfera,
che pigra corre il mietitor degli anni,
sol pel rispetto e per pietà di figlio
ha posto il suo regal inclito seggio,
pien d’apollinea luce, il sommo Giove
per lunghi spazi sopra agli altri dèi;
perché primo insegnò temer gli dèi
a’ fèri empi giganti,
a’ quai le prime sue divine leggi
col fulmin scrisse e l’intimò col tuono.
Sotto lui Marte gira,
che ne le crude guerre e sanguinose,
dentro zuffe, terror, stragi e spaventi,
la rabbia regge e ‘l rio furor de l’armi.
E presso al truce poi Vener fiameggia
con sua ridente alma serena luce,
che, co’ suoi vaghi vezzi, atti leggiadri,
piegonne a gentilezze il ferreo mondo.
Mercurio tutto indi di sol vestito,
celeste araldo, dètta a’ vincitori
di terminar da uomini le guerre
e conservar con giuste leggi i vinti.
La più pressa di tutti a noi Diana
gira tra l’ombre tacita e secreta,
che con schive e sdegnose
sue maniere ritrose
ella pur ne destò l’amor umano,
ch’attese a celebrar cittadi e regni,
restando a solitudini diserte
i Pani ignudi e i satiri sfacciati.

E nel sommo del cielo eterno tempio,
ch’erge le vòlte d’immortal zaffiro,
queste pittrici dive
con terren’ombre e co’ celesti lumi
dipinsero i primier famosi eroi,
che del cammin del sole oltra i confini
portâro con le lor grand’opre eccelse
su l’ali della gloria il greco nome.
Anzi sovra il sublime
Campidoglio del mondo,
di cui son spettatori uomini e dèi,
per mano de le muse
le insegne de le lor stupende imprese
in eterni trofei veggiam sospese.
Là del leon la spoglia,
che la selva nemea distrusse ed arse,
tuttavia, quando la s’indossa il sole,
secca i torrenti e le campagne asseta.
E colà dove pende
de la Gorgone il teschio:
col terribile aspetto e spaventoso
tuttavia sembra d’impetrar le stelle,
quas’indi per stupor sieno in ciel fisse.
E là dove la nave,
che traggittò di Ponto a’ greci lidi
il vello d’òr, ch’a la feroce amante
costò gran scelleragini e vergogna,
verso l’eternità lenta veleggia.
Poiché gli eroi famosi e i lor trofei
con corso egual al sole
camminan stanchi una sì lunga via,
ch’oltra il cui fin non più cammina il tempo.

Da sì sublime stato,
che ‘n lavori celesti entro le stelle
spaziavan le lor menti divine,
sceser quaggiù le sante suore in terra;
non già per consecrare ampie virtudi
che conferîro de’ gran beni al mondo,
ma più per condennar robusti vizi
che strepito facean di gloria e vanto.
Ed Omero, di tutti altri poeti
per merto e per età principe e padre,
cantò con chiara alta sonora tromba
i violati ospizi dal troiano,
quando armâr d’ira il risentito Achille
e di frodi infiammâr le faci greche,
ond’in cener cadeo Ilio distrutto;
e quanto mai senno e valor fermâro
al ben accorto e tollerante Ulisse
gli error del mar irato, e più del mare
le Calipsi, le Circi e le sirene,
per punire in un dì ben mille offese
fatte al suo onor da’ dissoluti proci,
ghiotti, infingardi, giucatori e vani
assediator de la pudica moglie.

Però le caste dèe, pudiche e sante,
ravvolgendo in sozzure i puri spirti,
indebolîro il generoso e maschio
ingegno che sortîr dal padre Giove.

E con mostrose maschere caprine
salîr su i plaustri; e quelle che mai sempre
bevute avean le sacre linfe e pure,
quali salian dal limpido Ippocrene,
di vin bagnate con ridevol motti
notâr di vizi i re, gli eroi, gli dèi.

Indi osâr comparire in su le scene
ed esporre i conviti empi e nefandi
di fatti in brani pargoletti figli,
pòrti in vivande agl’infelici padri;
talché, per non veder le infami mense,
ritorse indietro il suo cammino il Sole.

Da tai scelleratezze atre esecrande,
benché per detestarle e farne orrore,
a le vergini dive
pur profanati indi i pietosi petti,
degenerâro alfine in reo costume;
e, burle atroci a la virtute ordendo,
a’ santissimi Socrati tramâro
le sempre piante ed onorate morti.

Così quelle che prima
per felice natura eran portate
cantar sole virtù divine e grandi,
col volger tempo e col cangiar costume
fûro per legge teatral costrette
sotto finte persone
e con civili motti ed innocenti
de la vita insegnar privati ufizi.

E quella lira alfine,
ond’Apollo tessé inni agli dèi,
che recatasi in seno il forte Achille
cantava i fatti di più grandi eroi,
si diede a celebrare
in Ismo ed in Elea
il lottatore vincitor del giuoco,
o con l’ardenti rote
chi del volante cocchio
schivò la meta e non v’infranse l’asse;
e tali innalzò al ciel entro gli dèi.

Ciò soltanto restava (e pur avvenne)
che le caste donzelle,
fatte d’Amor ancelle,
tributasser cantando
a bellezza mortale onor divini,
e loro rassembrasse a’ numi eguale
chi di Lesbia contempli il divin volto,
che d’ogni qualità mortal disciolto,
per lui n’abbia anco a vil scettro regale
le lor alte, immortali opre d’ingegno.

Perché si divolgâro
le loro alte immortali opre d’ingegno,
né in Pindo né in Parnaso
ebber più templi e regni e propie terre,
ma profane e private
andâro da per tutto egre e raminghe
l’alte figlie di Giove,
e ne le regie corti,
a caldi prieghi di ben vista pace
util vie più di gloriosa guerra,
radi e brievi ricovri elle trovâro;
il perché ne saran chiari mai sempre
e gli Augusti e gli Alfonsi ed i Leoni,
e i prenzi ne vivran tutte l’etadi,
e Roveri ed Estensi e Medicèi.

Or se le somme laudi, onde si ornâro
a prischi tempi giusti i sommi numi,
le magnanime donne e i forti eroi,
or son maniere di laudar volgari,
quai maschere talor senza subbietto
di Diane, di Veneri e di Alcidi;
che pur di voi mi resta dir, gran donna,
TORRE d’alta onestà, d’alto savere,
cui modestia cortese orna i costumi,
cui gravità gentil gli atti compone,
cui dottrina e pietà veste i pensieri
e forma il favellar leggiadro e saggio?
Che ‘n questa età di raffinati gusti,
o gran Marina, voi ne rassembrate
sabina donna in attiche maniere.
Queste son vostre laudi e propie e vere.

VII
PER IL DOTTORATO IN UTROQUE DEL CONTE ABATE FRANCESCO SAVERIO BOREA

Ne la primiera dolce età dell’oro
era facil natura il bel costume,
e schietto di beltade il dolce lume,
e nuda leggiadria d’arte e lavoro.

Dal sacro monte col virgineo coro
del divino furore il santo nume
versava a tutti d’Elicona un fiume,
e vestìa membra umane il sacro alloro.

Stretta Astrea con gli eroi giva in drappello,
voci tra lor portando amiche e grate;
né nomi aveano ancor Lite e Tenzone.

Dunque rimani tu la prima etate,
consigliando, Savier, dritto e ragione,
chiaro vate leggiadro, onesto e bello.

VIII
A GHERARDO DEGLI ANGIOLI

Garzon sublime e pien d’animo grande,
che poche carte far questa età d’oro
estimi e, come Circi altre, quai fôro
sopra il vulgo mostrar forze ammirande!

Col tuon Giove forzò l’uom da le ghiande
ad ammirare il suo divin lavoro,
ché sugl’ingegni e le vaghezze loro
sol può chi ‘l poter suo per tutto spande.

Il divo Augusto perché ad onorarlo
Roma ebbe l’oceàno e ‘l ciel confini,
chiaro feo da per tutto il padovano.

Ah, dir non puoi: — Son pronti ad essaltarlo, —
perché l’autor, poi che scovrì la mano,
e’ si nascose a’ popoli vicini.

IX
A ROBERTO SOSTEGNI

Per la morte di Angela Cimmino marchesa della Petrella.

Tornò al ciel la gran donna e saggia e forte,
che sol volle mostrarla al cieco mondo
mentre dal proprio abisso atro, profondo
crolla tra scosse di capriccio e sorte.

Poiché ha le somme laudi or tutte assorte
de l’adulare altrui vil vezzo immondo,
quai via gittate senza scelta e pondo
son di virtude atro veneno e morte;

questa di lei dirò picciola parte:
l’aura mancò, che m’innalzava al cielo,
Sostegni mio, per farmi a lei dappresso.

Giaccion l’opre d’ingegno a terra sparte,
d’atra nebbia mi preme il terren velo,
fatto, non che ad altr’uom, grave a me stesso.

X
NELLA PROMOZIONE DELLA SANTITÀ DI CLEMENTE XII
AL SOMMO PONTIFICATO

Che insolito in me sento e raro e novo,
onde in quest’egro afflitto,
ch’al fondo mi premea, mortale incarco,
più che spedita mai volar si vide
aquila altera o scitica saetta,
fendo le nubi e m’ergo
su le superbe, stolide, feroci,
empie cime di Pelio, Ossa ed Olimpo?
Ecco di sfera in sfera,
di pianeta in pianeta e d’astro in astro,
il più puro del ciel squarcio e sorvolo.
Deh! come già l’argivo legno occhiuto,
Perseo, le spoglie del famoso Alcide,
e ogni altro che fissò la greca gloria
a l’etra de’ suo’ eroi chiaro trofeo,
mi fugge sotto e cade,
s’impicciolisce, si dilegua e sgombra!

Oh quanto corto, oh quanto
col suo lungo aguzzar l’occhio ne’ vetri
è quel che ne le stelle Urania osserva!
Poiché quanto le fredde
sono minor de la gran fascia ardente,
tanto maggior de la gran fascia ardente
sparsa vegg’io d’inaccessibil luce
zona che cinge e tiene avvolto il mondo,
ov’a note di ben saldo diamante
alto vi leggo sculti i grand’imperi;
i quai ben da una parte
tutti insieme attenuti
latini e greci e assiri e medi e persi,
con magnanimo sforzo
ciascun tenta e s’adopra a sé di trarre
tutto l’orbe de’ popoli e de’ regni;
ma da la parte opposta
tutti col suo forte soave cenno
pei vasti campi de l’immenso abisso
gli si strascina dietro il sommo Giove.
Del divin cenno e nume
a condur la grand’opra
sono menti e virtù ministre elette;
a le quali fremendo
dura necessità presta ubidisce,
e con necessitade
ben cento e mille Enceladi e Tifei,
di vizi vinti, debellati e domi,
con cervici di bronzo e ferrei petti,
con braccia e piante di ben duro acciaio,
tra lo strido e ‘l fragor d’aspre catene
gemono in eseguire il gran comando.

Oh il mio pur troppo infermo occhio mortale!
che là nel basso mondo,
per ravvisare il vero
che nascondono in sé le cose umane,
tutte scevere e sole
tu le scorgevi, e sì scevere e sole
l’umane cose nascondèanti il vero,
e ti dolea, con grave
sdegno gentil de la ragion delusa,
veder misero il giusto e ‘l reo felice.
Vedi ora, vedi, come
quelli che ti pareano e laidi e brutti,
o dal fato scoppiati
over dal caso usciti orrendi mostri,
rapportati tra loro e ben intesi
quai ti presentan ora
di bellissimi obbietti eterne forme.

Su la grand’Asia il capo
la superba Babelle alza e torreggia,
perché dipoi per Alessandro il Magno
a la greca sapienza in Dario inchini.
La perfida, feroce, alta Cartago,
ch’ambiziosa affetta
su l’impero del mar quello del mondo,
dal fulmin de la guerra inclito Scipio
veduta appena e tòcca,
consegrata cadeo
a la virtù romana, arsa e distrutta.
Di sua felicitade ebbra ed insana,
donna de le provincie,
infuria ne’ capricci e ne’ piaceri
sfacciatamente dissoluta Roma,
che per ornar di marmi e bronzi e d’oro
parve insultare a la natura il fasto;
com’a meraviglioso
splendid’ampio covile
di tante crude, immani, orrende fiere,
da l’aquilon gelato
scendon barbare genti a darle il foco,
perché, quando a sì rei fini infelici
pur condussero il mondo
e la sapienza e la potenza umana,
contro a le quai nimiche il vero Iddio
sostenne la celeste
con prove di miracoli e martìri,
quivi fermasse il regno
sua veritade eterna,
la qual a un bene immenso ed immortale
gli oracoli dettasse ai ver-credenti.

Questa somma e sovrana
gloria di Roma ond’è l’Italia in pregio,
che di questa di cui oggi nel mondo
ne’ mestieri di Marte e di Minerva
non vede il sol più valorosa parte,
i primi regi col possente Augusto
v’adorano divori il gran triregno;
da minaccevol turbo
di fiera guerra, in punto ch’a lei manca
del catolico gregge il gran pastore,
posta in forse, di sé forte paventa.
Quivi al grand’uopo e al paragon di tutti
gli altri almi, incliti padri, ognun de’ quali
fôra degno pastor di tanto gregge,
il gran Clemente s’alza al sagro soglio.
Tanto grand’uopo e paragon fan prova
quanta virtù inalzovvi il gran Clemente.

XI
A FILIPPO PIRELLI

Contro un meschino il Fato armossi, e ‘n lui
sue cieche rabbie in altri unqua disperse
unìo, e di venen atro il coverse
nel corpo e i sensi, egri suggetti sui.

Ma Provvedenza, che suggette altrui
le sue menti non mai volle o sofferse,
quindi il menò per vie tutte diverse
a scovrir com’ell’abbia il regno in nui;

e i fin spiegò di sue mirabil opre
sopra le genti, u’ tutta ferve ed arde,
ch’entro a’ ciechi suo’ abissi asconde e copre.

E per tue laudi andrà già fatto antico,
Pirelli, all’altre età lontane e tarde
chiaro, in sua vita l’infelice Vico.

XII
A ROBERTO SOSTEGNI

Il cieco insano vulgo estima uom saggio
chi tra la turba sa mirar sé solo,
e sé inalzando da vil stato a volo,
corse mai di fortuna un gran viaggio.

Poiché nullo mi die’ di tal vantaggio,
la pietosa mia patria onoro e colo,
e traggo da mia sorte alto consuolo
che, perch’io giovo altrui, luogo non v’aggio.

Severa madre non vezzeggia in seno
figlio, che ne fia poscia oscura e vile,
ma grave in viso ancor l’ode e rimira.

Sì ‘l mio fral, messo di ragione in freno,
la Provvedenza benedice e ammira,
ch’or mi fa degno di vostr’alto stile.

XIII
PER LE NOZZE
del marchese di Casalbore Tommaso Caracciolo con Ippolita di Dura dei duchi d’Erce.

Bench’io mi veggia da quel fato oppresso
che l’ingiust’odio altrui creò sovente
e affatto lungi dalla molta gente
viva, che appena me trovi in me stesso;

poiché il raro valor dal ciel concesso
a voi, bell’alme, unisce amor possente,
al pubblico piacer mio spirto sente
disio di riveder l’alto Permesso,

e cantar lieto in dilettosa schiera
vostro nodo real, gli onor degli avi,
e svelar que’ futuri invitti germi.

Poi ricaggio in me stesso e, da mie gravi
cure sospinto a tornar là dov’era,
di me, non per mia colpa, ho da dolermi.

XIV
A GAETANO BRANCONE

Per le nozze del principe di Sansevero Raimondo di Sangro con Carlotta Gaetani dei duchi di Laurenzana.

Né corone né ostro o gemme ed auro
giamai mi ponno, o mio Brancon gentile,
rimenar il mio già caduto aprile,
ne qual serpe di nuovo al sol m’innauro.

Hammi in Pindo aduggiato il verde lauro
invida nebbia, a rio tòsco simile;
da la tremante man cade lo stile
e de’ pensier si è chiuso il mio tesauro.

Ove manca natura, inferma è l’arte,
perché l’ingegno è ‘l gran padre felice
di bell’opre ammirande, eccelse e chiare.

A te, cui Febo ispira e nuove e rare
forme di laudi, d’allogar ben lice
la gran coppia da tutt’altre in disparte.

Fonte
Giambattista Vico, Poesie – Biblioteca Italiana

Strumenti di consultazione.

Giuseppe Ferrari, Opuscoli di Giambattista Vico nuovamente pubblicati con alcuni scritti inediti da Giuseppe Ferrari, Milano 1836.

File Pdf

http://books.google.it/books?id=7Fg_AAAAIAAJ&printsec=titlepage&source=gbs_v2_summary_r&cad=0#v=onepage&q&f=false

Risorse vichiane in rete:

Portale Vico

http://www.giambattistavico.it/

http://www.inpoesia.org

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