Antonio De Lisa – Recensione: Guido Mazzoni, “I mondi”

Guido Mazzoni

I mondi

Donzelli (“Poesia”), Roma 2010.

di Antonio De Lisa

Sono 31 le poesie – scritte fra il 1997 e il 2007- assemblate nella raccolta di Guido Mazzoni (1967), I mondi, che Donzelli ha mandato in stampa nel 2010.Questo è il suo primo libro di poesie. Le sue prime pubblicazioni di poesie risalgono però ai primi anni Novanta, su riviste: nel 1991 alcune, selezionate da Cesare Garboli, su «Paragone», e nel 1992 sul terzo dei Quaderni di Poesia Italiana contemporanea sotto il titolo «La scomparsa del respiro dopo la caduta». Ha collaborato all’Almanacco dello Specchio della Mondadori e diretto la rivista «Arte poetica».
I mondi è diviso in sei sezioni. La più folta contiene nove testi. L’impianto strutturale sembra quindi disegnato all’insegna del minimalismo. Ma ci si accorge ben presto che le sezioni hanno segrete corrispondenze interne, che si lasciano cogliere però solo a uno sguardo più attento. La stessa cosa capita con le scelte formali delle singole poesie. Ce ne vogliono tre perché si capisca quale è la misura più congeniale all’autore. La prima (“Questo sogno”) ha versi medi e piccoli, in un’unica gittata strofica, la seconda (“Prato est”) versi medi, divisi però in due quartine ben scandite, la terza (“Giocatori”) ha versi lunghi, divisi in due strofe. Poi ci accorgiamo che le prime tre poesie dettano il “la” ai tre leit-motive principali della raccolta. E inoltre la prima, nel suo impianto formale, è molto simile all’ultima (“Pure Morning”) che se ne sta tutta sola nella sesta e ultima sezione e chiude il libro.
Da quanto andiamo dicendo sembra scaturire un gioco alla dissimulazione, che Mazzoni pratica con un apparente atteggiamento informale, che in realtà cela una sapienza formale tutta sotterranea.  Mazzoni insegna letteratura (all’Università di Siena) ed è un saggista di prim’ordine – è autore  dei saggi «Forma e solitudine» (Marcos y Marcos, 2002) e «Sulla poesia moderna» (il Mulino, 2005).
La stessa cosa – dissimulazione e sapienza formale- potremmo dire del gioco delle figurazioni sonore che emerge nei singoli testi. Prendiamo ad esempio il primo testo, “Questo sogno”. A una prima lettura sembra un frammento memoriale che aleggia nel ricordo dell’autore (“la mano / di mio padre, che mi porta / sulla spiaggia”); poi ci si accorge degli ingredienti che danno vita al sapore della lettura. Tutto è giocato in assonanza su una terna di vocali sia all’interno sia in terminazione di verso: aia (sabbia, ansia, infanzia, plastica), che ruota talvolta sulla mutazione di una delle vocali: aio (squarcio, paesaggio, attimo), anche col retrogrado in oia (memoria), o anche in eio (risveglio) o uio (buio) o altre combinazioni. La trama del ricordo è sorretta da una metamorfosi di vocali, che forniscono un ritmo incantatorio con una cadenza sdrucciola alla fine (“attimo”), anticipata da “indefinibile” e “nitido”.
Ma a questo punto va letta, per coglierne i valori:

Ogni voce torna nel risveglio
quando le forze compresse in questo sogno
sono il mondo che attraverso.
La forma della costa dopo il temporale,
l’odore di pioggia nell’aria, la mano
di mio padre che mi porta
in alto, sulla sabbia,
se lo stupore nomina le cose
e le fa essere davvero,
mare e casa, darsena e spiaggia,
mentre nel sole respiro la mia ansia
quando l’infanzia cede alla memoria
la paura, l’origine delle parole, questo squarcio
pieno di cose che parla del paesaggio
di una mattina degli anni Settanta mentre guardo
il mio volto, nel vetro ancora buio,
apparire tra le nubi. Ricordo
sempre più spesso solo gli atomi compiuti,
la vita presso di sé, così perfetta
nelle monadi dove eravamo veri
per un istante indicibile il suono
della pioggia sui teli, il vento della plastica,
mia madre chiude la tenda, tra il fulmine
e il tuono un vuoto indefinibile,
fuori dal tempo di tutti
il mare nitido, noi stessi per un attimo.

Anche la fissità assonanzata della vocale “o” (“sogno / sono il mondo” e altri esempi simili) contribuisce alla combinatoria delle vocali di cui si parlava in precedenza. Questa poesia si intitola “Questo sogno”.
Il pedale memoriale attraversa tutta la raccolta, a delineare un’elegia del ricordo, che sembra la cifra stilistica più peculiare di questo libro di Mazzoni (“Le domeniche informi lo accolgono bambino”). La prima sezione si chiude con la rievocazione di un incidente stradale. E qui notiamo un altro tratto stilistico delle poesie di Mazzoni, l’incipit avverbiale o congiuntivale, talvolta aggettivale: “come se” (“Come se non ci fossero questi pezzi intorno a me e non sentissi / nell’urto del corpo, una forma di stupore”); “ecco” (“Ecco la curva del cielo, ecco la luce”); già nella prima poesia avevamo un “ogni”; ancora un “come se” (“Come se non avessi un’esperienza”); “benché”; “come quando” (“Come quando, nel parco che chiudeva”), e così via.
La seconda sezione rompe l’indugio lirico-elegiaco per presentarsi senz’altro in prosa, ma in realtà si tratta di poesia in prosa. Una forma di variazione.
Altri luoghi del testo fissano e richiamano luoghi urbani variamente vissuti e attraversati dall’autore (che ha vissuto e ha lavorato a Pisa, Parigi, Londra e Chicago), con una netta prevalenza di luoghi di grandi città, con il corollario di un senso di spaesamento e solitudine. Sono ritratti della “vita collettiva in una grande metropoli mondiale”. L’ultima parola dell’ultima poesia è una sigla che esplicita e raccoglie tutti i fili e tutte le trame che si sono andate svolgendo nel corso della raccolta. Questa parola è: solitudine.

Antonio De Lisa

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