Antonio De Lisa – Recensione: C. Damiani, “Poesie (1984-2010)”

Claudio Damiani

Poesie (1984-2010)

a cura di Marco Lodoli. Fazi (“Le strade”), Roma 2010.

di Antonio De Lisa

Fazi ha mandato alle stampe nel 2010 la raccolta antologica delle poesie di Claudio Damiani, Poesie (1984-2010), curata da Marco Lodoli. Comprende testi di Fraturno (Abete, 1987), La mia casa (Pegaso, 1994), La miniera (Fazi 1997), Eroi (Fazi, 2000), Attorno al fuoco (Avagliano, 2006), Sognando Li Po (Marietti, 2008) e una sezione di inediti, Il fico sulla fortezza. Un ampio quadro della poesia di Daniani, che è nato nel 1957 a San Giovanni Rotondo, ma residente a Roma fin dall’infanzia, dove ha svolto le sue esperienze più significative. Si ricorda il suo ruolo sulla scena poetica romana degli anni ’70, in particolare in relazione alla rivista Braci.

Marco Lodoli nella Prefazione scrive: “La poesia di Claudio Damiani ha un timbro e una sostanza immediatamente riconoscibili, perché afferra il cuore e perché viene da lontano – dal sempre, direi, se il sempre fosse una categoria letteraria”. Questa sembra verosimilmente una prima categoria per definire la poetica di Damiani: il “sempre”; ma sarebbe incompleta se non aggiungessimo il “dove”, come fa Raffaella Scarpa nella presentazione di Damiani nella raccolta Parola plurale: “La costante che aggrega l’intera produzione poetica di Claudio Damiani è la necessità dei versi di inscriversi in un luogo. Lontanissimo dagli sfondi indistinti, dalle espropriate terre di confine di tanta poesia contemporanea, Damiani traccia nella sua opera una mappa di spazi certi, nominabili: la Sabina, la fonte Bandusia, il lago Fraturno, Percile, Morella, il Gargano e il villaggio minerario dell’infanzia, l’Elba, la Cala degli Eredi, Portoferraio, il Monte Bello”. Sono appunto gli scenari che scorrono nelle varie raccolte antologizzate, i luoghi dell’ancoraggio e della memoria. Non fondali scenografici, ma punti fermi di un continuo ritorno. Ci dovremmo però chiedere quali dimensioni figurali assumano nella poetica di Damiani e lo si dovrà fare auscultando i testi in profondità, dotati come sono di una chiarezza e di un’evidenza palmare, ma anche solcati da inquietudini sottaciute o appena emergenti.

Non conosce storia la poesia di Damiani: “Che bello che questo tempo / è come tutti gli altri tempi, / che io scrivo poesie / come sempre sono state scritte, / che questa gatta davanti a me si stia lavando / e scorre il suo tempo…/ che bello che questo tempo, come ogni tempo, finirà, / che bello che non siamo eterni, / che non siamo diversi / da nessun altro che è vissuto e che è morto, / che è entrato nella morte calmo / come su un sentiero che prima sembrava difficile, erto / e poi, invece, era piano” (da La mia casa, 1994). Basterebbe questo solo esempio per illustrare la poesia di Damiani, anche se poi, successivamente, ha conosciuto evoluzioni e sviluppi interni.

Nella poesia citata c’è insieme una concezione filosofica e una stilistica. Quella filosofica è più o meno chiaramente riconducibile a un certo stoicismo di fondo (consapevole e anti-eroico); quella stilistica è analizzabile nell’impianto metrico-formale della poesia, che sembra riferibile alla tradizione poetica ma in realtà lo è solo in parte. Troviamo una forma chiusa, ma non isostrofica, senza scansione interna, la sua unità è solo concettuale. I versi non si lasciano ricondurre a metriche censurabili. E’ un quieto ragionare, consapevolmente e studiatamente senza musica, senza ritmo. Quieto, appunto, senza movimento. Il profilo sembra volgere a una passiva accettazione dell’esistenza, ma è, in realtà, della vita nella sua essenza (il “sempre” di cui parlava Lodoli). “Come sto adesso io qui davanti alla tomba di mio padre / – né più né meno- starà mio figlio davanti alla mia tomba” (da Eroi, 2000). I versi sono due solo tipograficamente, ma nonostante non abbiano una misura interna ci appaiono come necessari, “poetici”, di quella poesia tutta giocata su un’interiore gentilezza d’animo.

La poesia di Damiani non esibisce artifici retorici, non gioca con figure di senso o di suono, ma è incline a un certo slittamento semantico, fino a replicare la stessa parola in fine di verso (“ci vorrei abitare / con la mia famiglia, per tutto il mio tempo / in questa casa con un pagliaio, / al centro del paese, fuori del tempo”, da Eroi) dove è il diverso significato della stessa parola che è importante. E non a caso è la parola “tempo”. Ancora un esempio: “Gli uccelli cantano, vorrei accarezzarli, / vorrei fermarmi questa notte con loro. / Vorrei sedermi qua e solamente respirare, / respirare come questi fiori, questi steli, / come l’aria che posa quieta su loro (da Eroi). Ogni poesia di Damiani è un manifesto programmatico della sua concezione della vita e della morte, ma non dispiace, nella loro leggerezza, vederle scorrere una dopo l’altra nelle varie raccolte. Rare sono le accensioni analogiche (“C’è la sera intorno ai tuoi capelli”) o le estroversioni da una medietà assoluta del linguaggio (“Morire è come nascere / qualcosa che non è che dobbiamo fare noi”).

Solo in Sognando Li Po (2008) la poesia di Damiani acquista un altro passo; nel farlo, guadagna in varietà ma perde in riconoscibilità. Nella sezione degli inediti (Il fico sulla fortezza) il poeta sembra tornare sui suoi passi, ritrovando il suo mondo che aveva lasciato per un attimo.

“Vorrei semplicemente descrivere / quello che vedo, non altro”. In questa descrizione consiste il realismo della poetica di Damiani. Un realismo nutrito di rovelli filosofici che si placano sotto un albero, in un giardino, sul far della sera, con il vento che muove i capelli.

Antonio De Lisa

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