Fantasmi della mente e idee ossessive

Fantasmi della mente e idee ossessive

Fantasmi della mente e idee ossessive,
note per una discussione
di Antonio De Lisa

Che cosa sono i fantasmi della mente? In che cosa consistono le idee ossessive, considerate al di fuori di un quadro strettamente psicologico? Prima di rispondere, occorre sottolineare che la prospettiva con cui guardo a questi fenomeni è una prospettiva dichiaratamente filosofica. Ma gli spunti che ci forniranno i materiali di lavoro non sono strettamente filosofici: sono letterari, artistici, cinematografici, mitopoietici in senso lato.

Dante e il Minorauro

Il Minotauro (Μινώταυρος) è una figura della mitologia greca. È un essere mostruoso e feroce metà uomo metà toro. Era figlio del Toro di Creta e di Pasifae regina di Creta. Il suo vero nome è Asterio o Asterione.
Il Minotauro appare anche nella Divina Commedia. Precisamente nel dodicesimo canto dell’Inferno (vv. 11-13).

« e ‘n su la punta de la rotta lacca
l’infamïa di Creti era distesa
che fu concetta ne la falsa vacca »

È il guardiano del Cerchio dei violenti ed è qui che Dante e Virgilio lo incontrano. Nonostante tenti inizialmente di sbarrare loro la strada, Virgilio riesce a allontanarlo, e allora il minotauro comincia a divincolarsi qua e là come un toro.
Allegoricamente, il Minotauro è posto a guardia del girone dei violenti, perché nel mito greco esso simboleggia proprio la parte istintiva e irrazionale della mente umana, quella che ci accomuna agli animali (la «matta bestialità») e ci rende inconsapevoli. I violenti sono proprio quei peccatori che hanno peccato cedendo all’istinto e non hanno seguito la ragione. Per la teologia cristiana rappresenta un grave peccato, perché mentre agli animali non si può dare alcuna colpa, perché fanno ciò che è necessario per sopravvivere e nulla più, l’uomo dovrebbe usare la ragione per non compiere atti di pura crudeltà. La scena di Virgilio che vince il Minotauro rappresenta allegoricamente il trionfo della ragione sull’istinto.
Nella Divina Commedia è presente inoltre un accenno a Pasifae, madre del Minotauro, nel ventiseiesimo canto del Purgatorio, dedicato al vizio dei lussuriosi. Pasifae vi è citata due volte, come emblema dell’animalità del peccato di lussuria: Dante la definisce con eloquente sintesi “colei che si imbestiò ne le ‘mbestiate schegge” (cf. Purg. xxvi, vv. 41-42, 86-87).
(Wikipedia)

Jorge Luis Borges tratta il tema del Minotauro nel racconto La casa di Asterione. Lo scrittore argentino afferma di aver preso spunto da una tela di George Frederic Watts del 1896, intitolata appunto Il minotauro.

Una nota simpatica: osservando il tenore dei miei Topics, delle discussioni che promuovo nel blog, una mia amica (che non vuole essere nominata) mi ha chiesto: “Ma dove stai portando, tu guida filosofica, i tuoi lettori? in quale realtà parallela pensi di accompagnarli?”.
Forse la mia amica – che mi racconta in chat il suo stupore rispetto agli argomenti che tratto nei Topics- era rimasta colpita dal tema di oggi, sui Fantasmi della mente e sulle idee ossessive; dai riferimenti che metterò in gioco: il Minotauro, Edipo. Moby Dick e il capitano Achab, Abdrej Rubliev… ascoltandola mi sono reso conto di quanto sia profondo quest’argomento.

Edipo e la sua Sfinge interiore
Edipo è uno dei protagonisti della saga tebana nell’ambito della letteratura e della mitologia della Grecia antica. E’il figlio del re di Tebe, Laio, e di Giocasta, nipote di Labdaco.
Edipo giunse a Tebe dove incontrò la Sfinge. Accovacciata sul monte Ficio, presso Tebe, la creatura figlia di Tifone e di Echidna era un mostro con testa di donna, il corpo di leone, una coda di serpente e delle ali di rapace. Essa era stata inviata da Era per punire i Tebani irata contro Laio perché aveva rapito il fanciullo Crisippo di Pelope. Ad ogni passante, la creatura esponeva un enigma insegnatole dalle Muse: «Qual era l’essere che cammina ora a due gambe, ora a tre, ora a quattro e che, contrariamente alla legge generale, più gambe ha più mostra la propria debolezza?». Esisteva anche un altro enigma: «Esistono due sorelle, delle quali l’una genera l’altra, e delle quali la seconda, a sua volta, è generata dalla prima?». Ma nessuno, fra i Tebani, aveva mai potuto risolvere questi enigmi, e la Sfinge li divorava uno dopo l’altro.
Una versione, forse più antica, raccontava che ogni giorno i Tebani si incontravano nella piazza della città, per cercare di risolvere in comune l’indovinello, ma senza riuscirvi mai, e ogni giorno, a conclusione di quella seduta, la Sfinge divorava uno di essi.
Ora Edipo, che era passato da lì, dopo aver ascoltato gli enigmi della creatura, comprese immediatamente quali erano le risposte; la risposta al primo indovinello era l’uomo, perché esso cammina durante l’infanzia, a quattro gambe, poi a due, e infine si appoggia ad un bastone nella vecchiaia; al secondo, era il Giorno e la Notte (il nome del giorno è femminile in greco; è dunque «sorella» della notte). La Sfinge, indispettita, si precipitò dall’alto della roccia sulla quale era appollaiata. Oppure, fu Edipo stesso a spingerla nell’abisso.
Creonte, soddisfatto dell’impresa del giovane eroe, e soprattutto di vedere vendicata la morte di suo figlio, cedette il trono ad Edipo il quale sposò Giocasta. La profezia si era avverata fino in fondo: il figlio aveva sposato la madre. Dalla loro unione nacquero due maschi, Eteocle e Polinice, e due femmine, Antigone e Ismene.

“Quello che non si vuole sapere non esiste”, gridano ad Edipo,
ma lui vuole sapere, è ossessionato dalla verità

Tebe è contaminata e il popolo sussurra che tale contaminazione è dovuta a qualcuno che l’ha resa empia; da qui l’ira degli dei e l’affanno del re che si dibatte a ritrovare le cause e le ragioni, le responsabilità
Sappiamo, come ci dice più volte Sofocle, che le ragioni sono scritte nel destino stesso di Edipo che ha ucciso suo padre Laio e giace con sua madre Giocasta e che è padre e fratello insieme dei suoi figli. L’interdetto, il divieto, cammina sulle spalle inconsapevoli di Edipo e la ricerca della verità, verità interiore quindi, dura il tempo della tragedia. Lui che ha risolto l’enigma della Sfinge e con il suo ingegno ha conquistato la città, ora si trova alle prese con un enigma più grande e più terribile: guardare nel fondo della propria anima; leggere i segni del suo destino. Inizia quindi un gioco di decifrazione dell’enigma – Edipo che rimbalza da una parte all’altra della scena: c’è Tiresia che sa ed è il primo ad essere convocato; poi c’è un servitore che sa e anch’esso verrà convocato; c’è inoltre Giocasta che sa e un pastore del Citerone. E pezzi di verità si rincorrono e si inseguono da una voce all’altra; saltano soprattutto sulla pelle dì Edipo, che inquieto, afflitto, angosciato chiede e teme disperatamente di sapere. La verità gli occorre per liberare la città dalla pestilenza ma è evidente che il percorso è soprattutto interiore, per questo più arduo e complesso. Quello che non si vuole sapere non esiste, gli dicono, nella speranza che lui desista dal suo proposito; ma Edipo ha sfidato la Sfinge e, eroe tragico per eccellenza, non può non raccogliere quest’altra fatale sfida. La verità infine gli crollerà addosso ed Edipo piomba nella cecità e nel buio assoluto. La città è salva ma la rovina di Edipo sarà assoluta, come la tragedia che rappresenta.

La storia di Edipo finisce con il vagabondaggio dell’esule. E non comincia forse con la famosa frase: “Chiamatemi Ismaele” il “Moby Dick” di Herman Melville? “Chiamatemi Ismaele” equivale a dire “Chiamatemi esule, vagabondo”. Poi c’è Don Chisciotte. Strano! Stavo affrontando il tema dell’ossessione e mi ritrovo con quello del viandante. Sarà un caso? O vi è un’intima connessione? La storia si fa interessante.

Moby Dick di Herman Melville
il racconto di un’ossessione

Moby Dick (Moby-Dick; ovvero, La Balena) è un romanzo pubblicato nel 1851 dallo scrittore americano Herman Melville. Ismaele, il narratore, decide di mettersi in mare come marinaio e spiega che nella sua anima alberga la malinconia.
“Chiamatemi Ismaele. Alcuni anni fa – non importa quanti esattamente – avendo pochi o punti denari in tasca e nulla di particolare che m’interessasse a terra, pensai di darmi alla navigazione e vedere la parte acquea del mondo. È un modo che ho io di cacciare la malinconia e di regolare la circolazione. Ogni volta che m’accorgo di atteggiare le labbra al torvo, ogni volta che nell’anima mi scende come un novembre umido e piovigginoso, ogni volta che mi accorgo di fermarmi involontariamente dinanzi alle agenzie di pompe funebri e di andar dietro a tutti i funerali che incontro, e specialmente ogni volta che il malumore si fa tanto forte in me che mi occorre un robusto principio morale per impedirmi di scendere risoluto in istrada e gettare metodicamente per terra il cappello alla gente, allora decido che è tempo di mettermi in mare al più presto.”
Una nostalgia indicibile lo spinge a prendere il largo. Si tratta di qualcosa di irrinunciabile. Ognuno ha una misteriosa attrazione per ciò che pure potrebbe costituire un pericolo mortale. Ismaele è il narratore ed è attraverso i suoi occhi che è vista quest’impresa. All’inizio è effettivamente il personaggio principale, ma egli è soprattutto un narratore onnisciente, che con la sua criticità e la sua profondità talvolta scompare dalla scena per narrare e poi inserire le sue riflessioni. Egli si auto-presenta con la nota frase «Chiamatemi Ismaele» (Call me Ishmael ): il nome ha origine biblica, nel Genesi infatti Ismaele è il figlio di Abramo e della schiava Agar, cacciati nel deserto. Sicché “Chiamatemi Ismaele” è come dire “Chiamatemi esule, vagabondo”.
Così comincia il viaggio della baleniera Pequod, comandata dal capitano Achab, a caccia di capodogli e balene, e in particolare della enorme balena bianca (in realtà un capodoglio) che dà il titolo al romanzo. Tuttavia in Moby Dick c’è molto di più: le scene di caccia alla balena sono intervallate dalle riflessioni scientifiche, religiose, filosofiche e artistiche del protagonista Ismaele, alter ego dello scrittore, rendendo il viaggio un’allegoria e al tempo stesso un’epopea epica.
Il capitano Achab guida l’intero equipaggio attraverso la folle impresa di caccia del candido capodoglio-leviatano. Questo accanimento viene descritto da Melville come una monomania:
« Roso di dentro e arso di fuori dagli artigli fissi e inesorabili di un’idea incurabile. »
Achab era assetato di vendetta nei confronti di quella candida balena, che, dopo aver sfondato tre lance, gli aveva tranciato e divorato una gamba. Moby Dick viene descritto come un essere maledetto e vendicativo, che distrugge le lance per puro piacere e davanti al quale anche i pescecani fuggono. La sete di vendetta di Achab però, precisa Melville, non deriva tanto dalla mutilazione fisica subita quanto da un’avversione maturata precedentemente. Melville dice:
« … venne allora che il corpo straziato e l’anima ferita sanguinarono l’uno nell’altra. »
Dopo la mutilazione e il necessario ritorno a casa si sviluppò la monomania e
« … Achab e l’angoscia giacquero coricati insieme nella stessa branda. »
Memorbile il film Moby Dick, regia di John Huston con Gregory Peck, Orson Welles, Richard Basehart, Leo Genn, Harry Andrews; USA 1956.

“Cuore di tenebra” di Jospeph Conrad

Nell’autunno del 1890 il Capitano Konrad Korzeniowski, ottenuto il comando di un vaporetto, risale il Fiume Congo. Otto anni dopo sulla “Blackwood Magazine” nel 1899, esce la prima puntata di tre episodi di ‘Hearth of Darkness’ (Cuore di tenebra). L’autore è proprio il Capitano Korzeniowski, diventato scrittore con lo pseudonimo di Joseph Conrad.
Il romanzo racconta di un capitano di un battello a vapore destinato al commercio sul fiume Congo, nell’Africa Nera. Tra apparizioni inquietanti ed echi della violenza e della schiavitù, ricorre sempre più spesso un nome, quello di Kurtz, commerciante di avorio, uomo dalla personalità enigmatica e inquietante. Capolavoro della letteratura anglosassone, frutto di una straordinaria maturazione creativa, ‘Cuore di tenebra’ fonde insieme le dimensioni concrete di testimonianza autobiografica, di denuncia sociale e politica e quelle simboliche di parabola e cupa meditazione metafisica. Attraverso la voce recitante di Marlow, Conrad ci conduce nel cuore dell’Africa nera: l’incontro con la terribile realtà dello sfruttamento del Congo Belga di Leopoldo II si dilata fino a trasformarsi in riflessione generale sull’esperienza del colonialismo nella sua totalità, destinata a scuotere le certezze di un ottimismo evoluzionistico ed eurocentrico, in un inquietante confronto con il diverso e il primitivo.
Kurtz viene descritto come un uomo intelligente e dotato, in parte mosso all’inzio da ideali sinceri, ma che alla fine non è in grado di resistere alla tentazione di un potere assoluto che gli indigeni gli hanno attribuito proprio in ragione delle sue indubbie capacità personali. Per Conrad dunque è l’onnipotenza la vera “prova ordalica” dell’uomo occidentale, ossia ciò che rivela il suo “cuore di tenebra” e lo spinge a giudicarsi con “orrore”.
‘La narrazione di Marlow inizia col suggerire che l’esplorazione ha trasformato uno spazio vuoto in uno spazio di tenebra, e finisce concludendo che l’esplorazione ha trasformato l’ignoto in indicibile. In realtà si potrebbe osservare che, invece di portare la luce in mezzo alle tenebre come proclama, la missione ‘civilizzatrice’ svela la ‘tenebra’ che sta nel proprio cuore’. Kurtz è la dimostrazione del fatto che l’uomo occidentale moderno si muta in un mostro quando nessuna regola o convenzione esterna impedisce che la sua libertà si spinga oltre ogni limite, coronando il grande sogno (come compimento della metafisica nel senso di Heidegger) di imporre la propria volontà di potenza.
Al racconto di Conrad è liberamente ispirato il film “Apocalypse Now” di Francis Ford Coppola, ambientato però in Vietnam al tempo della guerra.

E’ questa allora l’ossessione dell’uomo occidentale: la volontà di potenza? A leggere Conrad si direbbe di si. Volontà di potenza nel senso di Heidegger: di voler ridurre tutto a cose, enti fra gli altri enti, liberamente manipolabili e distruggibili. Edipo quanto più conquista potere tanto accelera la sua rovina. E’ questo il racconto dell’ossessione occidentale? il tentativo di nientificare le cose? Il nulla?

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Categorie:A03- Critica tematica - Critical Issue, A04- Le lettere e il mondo - The Letters and the World, P01- Psicologia e psicoanalisi

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6 replies

  1. L’ossessione occidentale? Si, credo l’uomo occidentale continua ad essere ossessionato di voler conoscere se esiste un al di la’ con cui puo rendersi onnipotente, Questa misteriosa attrazzione non e’ altro che una sfida alla morte che pertanto, spesso, e per varie ragioni, e’ anche per svingolarsi dal terrestre.

  2. Io credo però che quest’ossessione occidentale, questa volontà di potenza non abbia soltanto un accezione negativa.
    Non deve essere interpretata soltanto come volontà a nientificare le cose, quanto più una volontà a entrare a far parte delle cose e capirle.
    Capire tutte le cose dalla più futile a, come dice Nancy, la conoscenza di un al di là e di quello che realmente significa.
    La voglia di conoscere e di capire le cose non è di certo visibile con accezione negativa. Potremmo azzardarci a parlare di un ossessione positiva

    • credo definitivamente che l’uomo occidentale lotta ed ossessiona sulla mortalita al limite di inventare. Ammesso e concesso che ha una volonta’ di voler entrare e far parte delle cose e capirle, bene daccordo,nel mondo in cui vive, le cose che lo circondano e che lui e’ parte, non di un al di la’, vagare nell’effimero non si arriva ad una realta visibile o palpabile, ci si inoltra in un mondo immagginario e senza confini.
      A mio giudizio un ossessione, in maggior misura se l’oggetto e’ il al di la’ rende l’uomo schiavo di se stesso e lo costringe ad una misera esistenza.

      • Siamo daccordo sul fatto che spostare la speculazione su un mondo al di là è qualcosa che porta a niente se non si inventa. Però mi pare esagerato dire che un ossessione porta l’uomo ad essere schiavo di se stesso. Spesso causa questo se ci si dedica solo alle fantasticherie su quello che ci sarà dopo, ma se quest’ ossessione è spostata dalla volontà di conoscere l’al di là alla volontà di comprendere al meglio quello che abbiamo quì si riuscirebbe a eliminare quest’ossessione sulla mortalità. Una prima fase di Conoscenza di quello che abbiamo, magari integrata da una seconda fase di aiuto annullerebbe l’ossessione occidentale vista in accezzione negativa

  3. Commento piu che per altro perche’ fa piacere a chi lavora con tanta accortenza e dedicazione per presentare queste/a pagine/a.
    Dunque si e’ gia qui stabilito che l’uomo occidentale e’ ossessionato. da stabilire e’ se questo stato puo rendere l’uomo schiavo di se stesso. L’ossessione e’ un’affascinazione, un pensiero costante su qualcosa o qualcuno, una mente che fa uso di logica, nel vero significato della parola, deve concludere che l’ossessione rende l’uomo schiavo di se stesso, dovuto che per vivere la vita e’ necessario che l’uomo abbi la mente libera e non occupata a ponderare al di la di ogni realta’ umana. Il QUI ed ORA e’ il mondo in cui l’essere umano vive, e’ questo il terreno, fertile su cui ponderare e dove l’uomo, fino ai suoi ultimi sgoccioli di vita non avra’ ancora imparato a capire tutto.

    • Sembrerà banale come risposta ma se si pensa soltanto al QUI ed ORA la vita è molto più vuota di quel può apparire, anche se è quello che sembra suggerire la logica. Può , è vero, sembrare l’unica cosa reala priva di elementi ossessivi ma non è da escludere che anche il QUI ed ORA sia soltanto una fantasia di quelli prima di noi. La loro utopia divenuta realtà… E nessuno ancora ha stabilito che quella loro utopia, questa nostra realtà sia quella corretta. Essere ossessionati da qualcosa che potrebbe esserci dopo ci spinge a cercare quello che per noi dovrebbe essere il QUI ed ORA.

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