17- Scritture/Narrazioni – Confini

Scritture/Narrazioni

Confini

di Antonio De Lisa

Il suono e lo sguardo

Seguo la scia di un certo “paradigma indiziario”.
Dove mi portano? Nel quattrocentesco
Studiolo a tarsie di Federigo da Montefeltro a Gubbio,
magnifico esempio di scienza della prospettiva,
sulla scorta di una importante affermazione di Leonardo:
“Sempre la pratica debbe esser edificata sopra la bona teorica;
della qual la Prespettiva è guida e porta,
e sanza questa nulla si fa bene ne’ casi di Pittura” (Codice G, 8 r).
Vi si trovano raffigurati: un tamburello e un picccolo tamburo,
due liuti, una citola, un’arpa, una ribeca, due cornetti,
un corno da caccia, un piffero, un organo portativo.
“Nel Rinascimento -scrive Winternitz – fu gettato un ponte,
non meno sorprendente,
tra il regno del visibile e quello del sonoro.
Da Vitruvio fino agli ultimi epigoni di Palladio,
i teorici hanno sempre esortato gli architetti
a prendere le regole delle proporzioni armoniche
dai musicisti, maestri in questo campo.
Leonardo, che nella sua ricerca sulla prospettiva
scoprì le proporzioni armoniche con cui un corpo
che si allontana dall’occhio sembra diminuire,
considerava la musica come ‘sorella della pittura’”.
Le intersezioni sono numerose tra Quattro e Seicento,
fino a Borromini che proietta nello spazio
una concezione armonica con effetti sorprendenti.
Nel Barocco maturo il suono si farà spazio materializzato.
Nella vertigine delle pieghe,
delle curve e delle linee ondulate
diventerà altra cosa,
divaricando la forma della sua strumentalità,
come era concepibile ancora nello Studiolo di Gubbio:
“Gli strumenti musicali raffigurati nello studiolo
hanno un’importanza maggiore
di quella di una semplice decorazione;
sono gli strumenti di un’”arte-scienza’
degna di venerazione al massimo grado.
La citola di cui si è parlato prima è rappresentata
insieme a due compassi e a una clessidra,
cioè gli strumenti per misurare lo spazio e il tempo
che, è vero, sono accessori comuni
in uno studio del Rinascimento,
ma che, posti fianco a fianco,
e soprattutto insieme a uno strumento musicale,
costituiscono una composizione
che non può essere accidentale:
sono certamente i simboli mediante i quali,
secondo la teoria rinascimentale,
viene indicato il fondamento matematico della musica”.

 

I mille volti della Cina

Leggendo i giornali mi è capitato
di ripercorrere con la memoria
un viaggio di qualche anno fa in Cina,
che è lo scenario in cui è esplosa la Sars.
Precisamente nel sud e nel centro
della Cina e a Hong Kong.
Quando si arriva in vista
del Mar Cinese Meridionale
si ha l’impressione di nuotare in un acquario.
Un acquario gelatinoso, melmoso, soffocante.
E’ certo una prima impressione,
ma è difficile scrollarsela
di dosso definitivamente.
Incide senz’altro il clima tropicale,
il traffico, la ristrettezza degli spazi.
La città si sviluppa tutta verso l’alto.
A Hong Kong avevamo qualche amico,
così risulta in un certo senso tutto più facile.
Gli arranco dietro.
Con gli occhi di oggi rifletto su che cosa
debba significare per quella città asiatica
lo scoppio del contagio da Sars:
un incubo; con 105 casi di morte
sui 1.458 casi registrati in quella città.
Un vero incubo.
L’ex colonia britannica è la città
del “non luogo” metropolitano,
così come l’ha definito un sociologo francese.
Il più evidente è lo shopping center.
Enormi shopping center sono collegati
l’uno all’altro da strade pedonali sopraelevate.
E’ come una rete di labirinti.
Ma in questo “non luogo” persiste
una credenza antica,
geomantica e superstiziosa,
il “feng shui”, il buon auspicio,
che ingarbuglia con le sue regole
capricciose la rete dei labirinti urbani.
Se un terreno risulta privo di buon auspicio
non vi costruiscono sopra,
col risultato di intasare le zone di buon auspicio
elevando grattacieli giganteschi.
Eccoci, dopo un avventuroso viaggio
su un bimotore da Hong Kong, a Canton (Guangzhou),
una delle capitali, con Pechino e Shangai,
della nuova Cina.
Canton non è trendy come la città
più “americana” della Cina, Shangai,
dove ai tavoli dei megaristoranti
(il “Red snapper” può ospitare 3.000 persone)
i ravioli al vapore ripieni
di brodo di carne e polpa di granchio (“jiao zi”)
vengono serviti da camerieri su pattini a rotelle,
ma è sempre un grande laboratorio
del paese dell’estremo oriente
che si appresta a sfidare il mondo occidentale
sul suo stesso terreno,
quello della competizione commerciale.
L’amico orientale ci fa da Cicerone,
esaudendo divertito le mie richieste:
la televisione, l’università, le biblioteche,
i luoghi di ritrovo dei giovani.
Mi interessa in particolare il ruolo dei media.
La Cina inaugurò la sua prima stazione televisiva
solo nel 1958, e fino al 1979, in tutto il paese
col suo miliardo di abitanti,
c’erano meno di cinque milioni di apparecchi.
Tuttavia oggi i cinesi stanno diventando
fanatici della televisione
quanto gli americani e i giapponesi,
per lo meno nelle zone urbane
dove si concentra il maggior numero di televisori.
Quando una stazione di Pechino
mandò in onda il suo primo programma americano,
una serie di telefilm di fantascienza
che ha come protagonista un uomo
che sa nuotare come un pesce,
“The Man from Atlantis”,
il numero delle persone
che il sabato sera rimase in casa
per seguire il programma fu tale che i cinema,
di solito superaffollati, rimasero vuoti
e il numero dei crimini a Pechino scemò di colpo,
come mi racconta un giornalista
dello studio televisivo.
Mi incuriosiva sapere perché le autorità
politiche del paese avessero scelto
un programma così strano,
per non dire inverosimile,
come prima serie regolare di telefilm stranieri.
Lo sceneggiato, privo
di qualsivoglia messaggio sociale,
mostrava gli occidentali,
in questo caso americani,
in ambientazioni ricche, seducenti e avventurose,
niente che scoraggiasse l’invidia
per il modo di vivere di quei paesi.
La ragione, mi spiega il giornalista,
risiedeva nel fatto che la stazione televisiva
governativa disponeva di un bilancio ristretto
(trasmetteva una quantità minima di pubblicità)
e “The Man from Atlantis” era la serie più economica
che la Cina avesse potuto comperare ad Hollywood.
E’ la volta di una biblioteca.
Nello schedario del dipartimento di storia
cerco la scheda di Trotsky, così, per curiosità,
ma la scheda rimanda a Lev Bronstein,
il suo nome d’origine.
Vado a cercare Bronstein e la scheda rimanda a Trotsky.
In seguito un laureando mi dice che lo stratagemma
è il residuo di un recente passato,
in quanto le autorità politiche cinesi
erano fino a non molto tempo fa ancora
pieni d’ammirazione per Stalin
e consideravano Trotsky un apostata.
Quelle schede sono semplicemente non aggiornate,
perché ora anche Stalin è scomparso dai punti di riferimento.
Fuori campeggiano grandi cartelloni pubblicitari
di marche giapponesi e dentro le carte
disputano ancora dell’ortodossia di Trotsky,
ma sono solo carte;
la vera Cina ha fatto un passo in avanti
e nessuno può prevedere quello
che ci riserverà in un immediato futuro,
anche se oggi ha ricevuto un duro colpo
dall’epidemia della polmonite atipica.
Poi, questo gioco di carte
può stupire soltanto chi non sa che l’Oriente,
da quello vicino a noi, il Medio Oriente,
a quello più lontano, viveva e ancora vive
– sia pure in maniera diversa –
in un perenne stato di scissione mentale:
da un lato si avverte l’esigenza di salvaguardare
quello che si è acquisito con tanti sacrifici,
un’identità nazionale e politica (Cina e Vietnam),
talvolta con caratteristiche etniche e religiose
(mondo islamico, India),
dall’altra si guarda con ammirazione a Occidente.
Certi fenomeni sono normali,
anche se possono apparire curiosi;
questo mi è capitato di vederlo
in Tunisia come in Turchia,
in India come in Tibet e in Cina.
Certe titubanze nel rivelare
i dati del contagio derivano anche da questo.
Sempre sul filo della memoria
mi capita di spostarmi nelle pianure del sud-est cinese,
per poi risalire verso il Sichuan,
proprio i luoghi di incubazione del terribile virus Sars,
la cosiddetta polmonite atipica.
Il 17 maggio 2003 le statistiche
hanno fanno registrare 7.761 casi di contagio da Sars.
Sembra che il responsabile della Sars
non sia stato un solo virus,
ci sono stati forti sospetti sul corona,
della famiglia dei virus che danno banali raffreddori.
Forse erano implicati altri microrganismi complici
ed è quasi certo che si fosse trattato
di un nuovo ceppo di corona mutante.
Il bollettino dell’Oms di quel giorno
parlava di 33 nuovi casi in più rispetto
al venerdì precedente, concludendo
che l’epidemia stava frenando,
se si tiene conto del fatto che fino a quel momento
il contagio viaggiava alla media di 100 casi al giorno.
Intanto il totale era salito a 623 vittime.
Sabato c’erano stati 12 morti,
7 in Cina e 5 ad Hong Kong.
Ma il capo degli ispettori dell’Oms,
il dottor Daniel Chin, frenava gli ottimismi:
“Basandoci sugli ultimi dati,
riteniamo che il calo dei nuovi casi di infezione
registrato negli ultimi giorni non derivi purtroppo
da un reale contenimento dell’epidemia.
Abbiamo ragione di ritenere che,
da qualche tempo, i medici negli ospedali di Pechino
abbiano cominciato a non dichiarare i casi sospetti
che manifestano sintomi lievi o allo stato iniziale,
come invece facevano prima,
e come richiesto dal nostro protocollo di analisi.
Quindi, per ora, riteniamo che la situazione
non sia realmente migliorata rispetto
a quando si registrava una media
di 100 nuovi casi al giorno”.
Il corona era mutato rispetto
a quelli umano e animale noti,
diventando nei passaggi più cattivo.
Una delle caratteristiche dei coronavirus
era di far evolvere la struttura del loro genoma,
acquistando nuova virulenza.
Lo hanno fatto attraverso vari meccanismi,
come ricombinandosi con altri virus.
Per questo aveva un genoma voluminoso:
il doppio rispetto ai virus influenzali e all’hiv.
Qualcuno ha sostenuto che le pianure
del sud-est della Cina, appunto,
dove “l’uomo convive in promiscuità
con oche, volatili e maiali”
abbiano costituito un habitat ideale.
Ma perché proprio lì?
Non è certo l’unico posto in cui
si verificano queste circostanze.
Ma purtroppo la società dell’informazione,
che sembra sapere tutto di tutto,
quando si verifica un episodio del genere
va letteralmente in tilt.
Più che informazione, infatti, possiamo
parlare di propaganda,
a oriente come a occidente.
I ricordi cinesi sfumano,
continuando a sfogliare giornali,
in quelli scolastici.
Che cosa ci fa venire in mente la parola contagio?
Lucrezio, Boccaccio, Poe, Manzoni.
E poi i grandi storici, antichi (Tucidide) e moderni.
Nei sintomi la sindrome asiatica
somiglia alla peste ateniese:
occhi rossi, febbre, starnuti, raucedine;
poi il morbo scende agl’intestini (Tucidide, II, 49).
Nella tempesta delle fortune saltano gli equilibri,
cadono i motivi inibitori,
sparisce la pietà e la benevolenza;
lo scioglimento dei connettivi civili
libera cariche aggressive latenti;
ognuno diventa predone (II, 53).
Lucrezio da parte sua postulava un “morbidus aer”
o effluvi dalla terra imputridita
sotto “intempestivae pluviae”
ovvero arsa dal sole
(“De rerum natura”, VI, 1093-1102)
e anch’egli descriveva l’effetto
del morbo sul consesso umano.
La città degli uomini va in sofferenza
e l’ordine civile cede il posto alla barbarie.
Così come l’ha descritto Boccaccio nel “Decameron”
parlando della Firenze colpita
dalla peste a metà Trecento.
Non si sfugge al morbo, muoiono ricchi e poveri.
E non c’è solo Firenze,
l’intera penisola è colpita e a ondate nel tempo.
A metà Seicento si verifica un altro grande
episodio di recrudescenza.
In una prospettiva di lunga durata
le epidemie giocano sul tavolo della storia
lo stesso ruolo delle grandi battaglie
e delle alleanze politiche.
Questo è vero soprattutto per il passato,
ma non mancano casi anche nella storia recente.
Si pensi alla cosiddetta “spagnola”,
che dal 1918 al 1920,
subito dopo la Prima guerra mondiale
sembra abbia mietuto
dalle 20 alle 40 milioni di vittime.
O al virus influenzale dell’asiatica,
che uccise nel 1957 un milione di persone.
Nel 1968 il ceppo virale della “Hong Kong”
(ancora questo nome), originato
come quello precedente dagli uccelli,
causò più di 700 mila vittime.
Nel 1977 la combinazione micidiale di ceppi
delle due precedenti influenze provocò
il destarsi della “russa”.
Infine, nel 1997, per la prima volta
un ceppo virale ritenuto esclusivo
degli uccelli passa all’uomo senza mutare.
Qualcuno mi ha detto che il “must”
della Honk Kong di oggi è il Felix,
all’ultimo piano del grandioso Peninsula Hotel
(progettato da Philippe Starck),
il bar-ristorante più “cool” della città.,
mentre nella Cuaseway Bay
si espongono le creazioni ispirate all’Oriente
della stilista Vivienne Tam,
cinese d’origine ma trapiantata a New York.
Anche l’arte contemporanea,
che non ha mai avuto un grande mercato a Hong Kong,
mostra o mostrava una certa controtendenza,
con le gallerie dei giovani artisti di Para/Site e Laspace.
Ma dietro l’ottimismo ufficiale
e le ufficiose preoccupazioni
emerge il volto inquieto della Cina d’oggi.
Nel cinema di Wong Kar-wai e John Woo
si manifesta la perdita d’identità di questo paese,
segnato da “non luoghi” metropolitani,
da scenari iperrealisti e da personaggi-fantasma
che attraversano inquieti megalopoli
punteggiate da luci al neon.
Tuttavia all’ora di pranzo i manager
e i dirigenti di un certo livello
si tolgono la cravatta e vanno
in palestra a praticare il “kung fu”,
più una filosofia di vita che una lotta.
Ma com’è il “kung fu” praticato con una mascherina?
Non lo sapremo mai.
I cinesi sono molto discreti e riservati,
specie nei confronti degli occidentali.
Ne hanno viste tante.

@ 2011- Antonio De Lisa

Tutti i diritti riservati

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