11- A. De Lisa- Un secondo orizzonte (Poesie 2010-12)

Antonio De Lisa

Un secondo orizzonte
Poesie 2010-12

I-LA PRIMA DELLE PARTI
(VOLGE AL NERO)

Insensata allegria d’autunno
nella raffica di gocce
che ritmano sull’asfalto
il respiro della pioggia.

Fornisce una musica nascosta
al silenzio dei vivi tutt’intorno.
Radi e circospetti
Incappucciati.

I.1
OMBRE

Cenno

Basta un cenno di benvenuto
quando arriva il silenzio
anche se prima l’ho bevuto
in mille gocce d’assenzio.

La fine della giornata

Alla fine di una giornata equinoziale
d’autunno si depositano
pensieri come grani di polvere
abbandonati dal sole e dal vento.

Sembrano contenti che oggi
è già ieri. Ma allora perché
si sente ancora il mormorio
indistinto dei tuoi desideri?

Notte su notte

Oggi la notte è entrata
nel giorno in profondità,
protraendo l’alba fino
al primo pomeriggio

e lasciandosi dietro
una bava di sogni.
Il giorno ha ceduto
all’oltranza inferta

con un’indifferenza
rassegnata ma ostile.
Capita che un giorno
abbia poco da dire.

Notte a notte che entra
si ricongiunge stasera.
Attenua ogni respiro,
annullando ogni urgenza.

Tra il non ancora e il mai più

Non capita di frequente
di spendere un intero giorno
completamente senza ritmo;
galleggiano gli accenti,

urtandosi a caso in posti
sbagliati; non senti il tempo
e non ti manca: se ti manca
qualcosa non è il tempo;

ti senti indifferente
nel flusso silenzioso;
pause divorano i momenti forti
nel brulichio d’istanti

di cui si percepisce appena
il senso che affiora:
il tempo
si autoinghiotte;

uno strascichio di momenti
sincopati, sillabati è soltanto
quello che affiora
ma non senza un sereno oblio

di come e di perché; volteggiano
come pedine
nella stessa casella
questi momenti,

si pentono di essere nati,
nella mistica di urti
trasognati tra il non ancora
e un mai più.

I.2
AUTUNNO

Viaggio notturno

Sugli scogli che affiorano pigri
tenero è il sussurro del vento
per onde che fremono cantilenanti
nella scia della barca che solca la notte.

Nel mare una distesa di silenzio
complice delle ombre sulla costa
in un manto che nasconde le anse
come una coperta di affanni.

Il viaggio notturno cerca l’orizzonte
e la sua concava malinconia
nella brezza ondivaga e mutevole
delle sue diecimila direzioni.

Insomnia

Solo gli oggetti sono nitidi e vividi
ai riflessi di luci trasognate
nella dolce tragedia di nottate
abbandonate dal sonno.

L’inizio è duro, quando sembra
che tu solo stia a vegliare
in un mondo appagato,
che se di uno sguardo ti ha degnato

lo ha fatto per cortese abitudine,
prima di volgersi da un altro lato.
Senti il duro peso dell’ingiustizia
come un’offesa inferta ai tuoi desideri;

ma è quando anch’essi ti abbandonano
che lentamente la notte si svela
– notte che non è il rovescio del giorno
ma la netta antitesi, la negazione.

Spazio lascivamente improduttivo
in cui danzano fantasmi
dimenticati, lontane erranze
brandelli di addii.

Erranza

Nelle vibratili e liquide luci
di un paesaggio inconsueto
disegnano le impressioni ramificano
strani contorni sul nucleo delle cose.

Le grumescenze di folla anonima
traccianti convoluzioni sconosciute
nell’agitarsi di un pulviscolo di volti
volgono alla condizione delle ombre.

A dirti: non è lì che devi andare
non è qui che dovresti stare.
Ma non sanno che è proprio questo
il segreto dell’erranza: spaesare.

La scossa della divergenza

La scossa della divergenza si spande
solo in un’ora particolare
doppia direzione sperimentale
quando è difficile restare o andare.

Tempo contraentesi e dilatandosi
gonfiando di possibilità inespresse
l’ebbrezza del salto, la pace della quiete
Lo stato d’animo volge al suo contrario.

Vuole e non sa, sa di non volere
scivola tempo in un passato presente
Di tutti i viaggi resta il fascino
di quell’unico, impossibile e irreale.

I.3
RIFLESSI A SPECCHIO

Il canto delle ombre

Sussurri disordinatamente
infittiscono di vuote presenze
il paesaggio della mente.
E’ il canto delle ombre.

Lo specchio

La cornice è vuota davanti
alla quiete dello specchio
nella bottega polverosa.
Lo specchio è appoggiato

davanti a una pila di tele vuote,
immacolate, in un ghirigoro
di dimensioni irregolari.
Nel bordo di una striscia di polvere

-frammenti  del mio volto distratto-
con un simbolo strano, di riflesso
(segno di nessuna mano).
Nell’atto di sfogliare

-ingordigia di possesso come
un’illusione di opera compiuta-
si allontana distratta
la cornice dallo specchio

che cade al rallentatore. Nello specchio
lo specchio va in frantumi,
in ciascuno dei quali
c’è una parte del mio volto distratto.

Motivo quaternario

Il motivo quaternario
di questo battito
quotidiano
che si dipana enigmatico

negli anfratti delle ore
costruisce la trama delle attese
come una prigione
ancestrale.

Uno sguardo

Uno sguardo dall’ermeneutica
ambigua e sfuggente
trasforma la luce in una tenebra
accecante. Il significato

compensatorio di questi segni
mi sfugge, anche se non mi allarma,
come nella quieta familiarità
di un fraterno arcano.

I.4
L’OSTAGGIO INCONSUETO

(I)

Io ti chiamo Poesia,
amante e infine sposa.
Un trattato di metafisica
in sedici versi. Un viaggio

nell’infinito di sola andata,
senza ritorno.
Dopo millenni
fresca come una rosa.

(II)

Avete presente
quando un cagnolino
vi scodinzola intorno
svegliandovi

o anche un bambino
di cui avvertite sulle guance
il contatto del bacio
prima di aprire gli occhi?

Così mi è apparsa
un’idea all’alba
che sto inseguendo
da mille notti.

Nientedimeno che
una “definizione”
della poesia.
Una vocina ripeteva:

“Che cos’è la poesia?
Tutta la musica,
più il senso”. Ora
ci penserò tutta la giornata.

(III)

Quando finisce un verso
finisce il mondo.
Gli “a capo – è vero –
segnano la rinascita,

miracolo di continuità
all’insaputa degli dèi inferi.
Il mondo sembra far da sé,
tesse la sua tela di nodi,

ma quello stacco
di fine verso
è fosso dopo
l’inciampo.

(IV)

I suoni della notte
hanno qualcosa della musica
e qualcosa della casualità
del rumore.

Segnano lo spazio,
scandiscono il tempo,
sono come un’eco
della giornata trascorsa.

Amici che ci trattengono
dall’entrare troppo in profondità
in noi stessi. Ci accudiscono come
cani fedeli. Il silenzio non esiste.

II- LA SECONDA DELLE PARTI
(NERO PROFONDO)

Rattrappito

Facile il paragone
-nel giorno del solstizio d’inverno
con il sole a mezzogiorno
allo zenit sul tropico del Capricorno-

coi momenti migliori dell’estate
soffiati appena via e non da poco.
Il freddo rattrappisce
i pensieri e le membra.

Ma qualcosa di buono ce l’ha
anche se con questo freddo
la musica non suscita emozioni
e le notizie non sembrano buone.

Non lo sarebbero forse anche
senza. Condensa la normale
e burocratica tristezza
di vita quotidiana

in grumi che con docile
facilità scivolano via.
Non sembra ci sia tutt’intorno
posto migliore dove stare.

II.1
QUI E ALTROVE

Una solitudine di sabbia

Alle cinque del mattino suona l’allarme
nel nostro albergo di Los Angeles,
un falso principio d’incendio.
E’ buio sulla California.

Ne approfittiamo per fumare
nella smoking area fuori l’hotel:
in cinque, tutti arrivati la sera prima,
tutti reduci dal deserto dell’Arizona.

Adunata che sembra un ritrovo,
con negli occhi il ricordo
di quella straordinaria
esperienza. A turno salmodiamo

il mondo attraverso i deserti:
il Sahara, il Sinai, il Negev,
qualcuno anche quelli dell’Australia
e dell’Estremo oriente. Il mondo

raccontato attraverso i deserti,
ciascuno con le sue caratteristiche,
al confronto con la propria
solitudine. Una solitudine di sabbia.

Agave americana

Sto rispondendo qualcosa
mentre mi accorgo
che dal finestrino dell’auto
su una strada della California

si vede un albero di Agave
americana. Questa
pianta ha qualcosa
di familiare, come

una metafora. Si accresce
con gran vigore
per dieci-quindici anni,
quindi fiorisce

un’unica volta e poi muore.
E’ una pianta poetica
e stenta a tollerare
la replica della bellezza.

La chiave d’argento

Ci siamo fermati in un pub
sulla baia e a un certo punto
lei dice qualcosa, ma strascicando
le parole, confuse in una specie

di cappuccino.
“A trent’anni Randolph Carter
perse la chiave della porta dei sogni…”
Non riesco a seguirla,

ma riprende:
“A cinquant’anni disperava ormai
di trovare quiete e appagamento
in un mondo che era divenuto

troppo affaccendato
per apprezzare la bellezza
e troppo smaliziato per sognare”.
Faccio finta di aver seguito

ma in realtà non è così, mi sporgo
per leggere il titolo del libro
da cui sta citando poi capisco,
è H.P.Lovecraft:”La chiave d’argento”.

Radiazione cosmica di fondo

Mentre ascolto una bella esecuzione
della Domanda senza risposta
di Charles Ives, un compositore
americano che amo particolarmente,

fantastico sulla mostra
sui primi tre minuti dell’universo
che ho appena visto a San Francisco.
Un poema dello spazio,

come la domanda senza risposta.
Ci vorrebbe un nuovo Lucrezio
per narrare poeticamente
l’attimo in cui è nato il Tutto.

Tra quindici e venti miliardi
di anni fa non c’era nulla.
Il Tempo Zero segna l’origine.
Ma la cosa interessante

è che non si riesce a capire
cosa sia accaduto
nell’intervallo di tempo
tra il Tempo Zero e dieci elevato

a meno quarantatre secondi
dopo il Big Bang. Gli astrofisici
la chiamano Singolarità.
La mente vibra al pensiero

di cosa possa esserci nel tempo
indicato, come al pensiero
di un infinitesimo e ancora di più
al pensiero dello stato fisico

in cui materia ed energia
erano addensate
in un sistema senza spazio e tempo.
Impossibile, ma terribilmente affascinante:

un buco nero della spazio-temporalità
denominato “Era di Plank”.
Dopo si creano lo spazio e il tempo,
con una sola “superforza”

e dalle dimensioni infinitesimali
e con una temperatura con un dieci
seguito da molti zeri nella Scala Kelvin.
Ovviamente, sull’onda della musica

di Ives, mi chiedo: cosa c’era
tutto intorno? Una domanda
senza risposta. A questo punto
l’universo comincia a espandersi

a velocità elevatissima.
Ma la nostra storia si interrompe
qui, nel primo microsecondo
dopo l’Era di Plank.

Riprendo ad ascoltare
la musica di Ives.
Ma ora so che cos’è
una domanda senza risposta.

II.2
L’INCANTO DI SOPHIE

Dublino

Da lontano si pensa meglio,
specie camminando,
con Sophie accanto, muta,
sotto la pioggia, come un oltraggio.

“Ti devo portare nella
necropoli d’incubo di R’lyeh
-Sophie era con me
quella sera incantata-

E’ lì che giacciono
il grande Cthulhu e le sue orde”.
Eravamo stati rapiti da Dublino,
dalla sua tristezza, dalla malinconia,

dalla compostezza della sua gente
(tranne che nei pub, ma va bene).
La sera del nostro arrivo,
dopo tre bicchieri al Temple Bar

sarà stata la stanchezza
(o forse il fatto che non erano proprio tre)
vedemmo la necropoli d’incubo di R’lyeh.
Faceva freddo, ma non lo sentivamo.

A Terrible Beauty

“A Terrible Beauty” è la mostra
di Francis Bacon alla “City Gallery”
di Dublino. Una bellezza terribile.
Come quella di Sophie, vertiginosa

come una droga. Nel “Dublin
Writers Museum” c’è una prima
edizione del “Dracula” di Bram Stoker
(che ovviamente era di Dublino).

In nessun altro posto poteva nascere
l’autore di un libro come quello.
Ma chi, tra noi due, tra me e Sophie
darà il bacio mortale?

Nella notte di Dublino

A Dublino la prima notte
ha segnato il cammino
le altre le sono state sorelle
dispettose e inquietanti.

Ma quella prima notte
-e quando la rievochiamo
io e Sophie sogniamo
da svegli, ipnotizzati-

quella prima notte è stata l’alba
di un mondo, ma nato che era già finito,
ornato da ridenti cristalli di ghiaccio,
ma già ombrato da quella vena

di rimpianto che avrebbe poi
conquistato la scena.
Dublino complice e spettrale
diafana come una vestale.

Un posto e la fine di tutte le cose

Anche se è ancora praticamente
buio alle nove del mattino
(siamo un’ora indietro)
un po’ ci dispiace lasciare

questo posto, Dublino.
Certo, Edimburgo e soprattutto
Big City (Londra)
saranno più frizzanti

ma è qui che si pensa bene
da qui si potrebbe assistere
con quieta riluttanza
alla fine di tutte le cose.

Lungo il Royal Mile

Sophie detesta la folla
e non è facile con lei
attraversare il Royal Mile
di Edimburgo.Oltre

al solito pallore esibisce
una freddezza provocante e altera.
Nemmeno quando le parlo
dei tre grandi scrittori

scozzesi Robert Burns,
Walter Scott e soprattutto
di Robert Louis Stevenson
riesco a scuoterla

dal suo malumore.
Ma giù per i gradini
di Lady Stair’s Close,
di fronte al “Writers’ Museum”,

sento che un po’ si scioglie
e mi fa qualche domanda
ma con occhiate di traverso,
come una ragazzina bizzosa,

subito contraddicendomi
sul vero significato del Mr. Hyde.
Di solito, quando parlo mi si attenuano
le sensazioni, ma questa volta

è diverso. Sento il suo profumo
misto a un certo odore di freddo
che mi arriva
da un altro universo.

Un istante senza ritorno

La fuggevole luce del nord
scolpisce la notte d’azzurro
scivolano su gesti
senza parole

sussurri

sguardi velati
lente movenze come
dolcezze tessute di sogno.
E’ solo un istante e senza ritorno.

Vento sul Walkway

Nightfall è il calar delle tenebre.
I poeti quando ancora esisteva
la poesia nel mondo la chiamavano
“occaso”,  il tramontare.

Come il sole a occidente. Habitat
naturale di Sophie e un poco anche il mio.
Come luogo del tramonto poteva andare.
Benvenuta Sister Nightfall.

Il vento si insinuava
leggero lungo
il Water of Leith Walkway
ma alterava  gli spiriti vitali

e scuoteva a tratti
le parole dei giovani amanti
insinuandosi nelle felpe
e amoreggiando con la sera

incipiente.
Ma quel gelido fruscio
sembrava placare
l’ansia incombente

di Sophie, lontana dalla folla.
E questo mi bastava.
In questa celtica follia
nuotava piano

il mio spirito latino
smarrito ma affascinato,
fors’anche disposto
sommessamente al dialogo

con spettri gotici
dalle parole gentili
ma affilate come lame.
Ma non fu facile

riportare Sophie
sulla terra
e quando lei vi fu
fui io a volare.

Whitehorse Close

Lambisco appena con un’occhiata
i frontoni con ornamenti a gradini
di Whitehorse Close,
con i lucernari

e i piani superiori sporgenti
e le scale esterne
quando Sophie sembra voler
dire qualcosa.

E’ di un pallore mortale,
come quello di una sacerdotessa
di una religione ancestrale.
E’ uno strano colore

quello che brilla
sulle sue labbra
ma di una bellezza miracolosa.
Non mi aspetto molto,

ma a me basta
guardarla.
Non dice una parola
né io forse voglio sentirla.

Si limita a lambire
col suo mignolo il mio
un gesto più dolce del miele,
più aspro

e amaro dell’assenzio.
Una preghiera totemica
a un lontano dio.
Non è scalfibile il suo male,

accarezzato,
cullato dalla mia mite tristezza.
Siamo come due derive
che fendono il gelo che arriva

dal Mare del Nord nell’ora sonora
del silenzio e del tramonto. Vi affondiamo
incuranti dell’ora; ma io non vorrei
essere in nessun altro posto,

con nessun’altra persona.
In nessun’altra memoria.
Con nessun’altra fermare il tempo.
Dire addio alla storia.

II.3
DISSOLVENZE

Pulsazioni sincopate

Ti dicono una parola
e diventa un boato, i sussurri
più tenui vorticano di decibel.
Il ritmo lento dell’attesa

scandisce pulsazioni sincopate
lì, nella parte sinistra della testa.
E’ l’ostinata nevralgia
che pullula di eventi insospettati.

Intanto il nome: nevralgia evoca
un tappeto di nervi in fiamme,
un mare di fiammelle
che guizzano caotiche ma a tempo.

Così il poeta immagina la scena
illudendosi di esorcizzarne
l’oscura, elettrica fiammazione,
mentre i medici parlano di freddo.

Ma questa è opera di magia,
magia di rito vespertino:
tutti i giorni alla stessa ora,
come un orologiaio indispettito.

Il ritmo lento dell’attesa
scandisce pulsazioni
sincopate, lì, nella parte
sinistra della testa.

Appare troppo rumoroso il mondo
in questa parte di mondo,
troppo su di giri il tuo tempo,
per quella parte di tempo non tuo.

Lentezza

Niente ha più senso ormai
nel deserto irrequieto
di abitudini antiche,
di nuove lontananze.

Sto qui, ma non più,
a sperimentare irrealtà
sfiorate, riconoscersi
estranei vivendosi.

Lentezza associo a freddo
e nel freddo non si sta bene.
Nemmeno le parole sono
simili, non si amano,

non si somigliano,
ma mi vengono a lato come
cani molesti, sia pur timidi
e con la coda tra le gambe.

Cercano qualcosa, perplessi.
Non celebro.
Rallento. Nello spazio
di un alberghetto improbabile

dove si mangia male
e nemmeno una spiaggia d’inverno
per dare un calcio ai problemi.
Rallento, rabbrividisco.

Il mare d’inverno

Nella luce che scheggiava il manto
di neri detriti mi sono avvolto
con pacata lussuria,
con splenetica ingordigia.

Sembravo un cane zoppo
e ansimante; ma solo da vicino,
da lontano potevo anche
apparire un dio ignaro

che accarezza la riva.
Così appare la spiaggia
a chi d’inverno
muove lento i pensieri,

spoglio di desiderio.
Ma a me è bastato il rumore
della forte risacca
per rievocarne il lontano splendore.

L’impassibile notte

Nel deserto di ghiaccio
scricchiolano lusinghe
e gemiti; cristalline
escrescenze lunari

si affilano nelle carni
appuntite e sonore ma calme.
L’impassibile notte
cela lo sguardo, ferma

i gelidi passi
nello stupore incantato
che muta con lo sguardo.
Il cielo non dà segnali.

II.4
CRONACHE DI TEMPESTA

Il rimbalzo del gatto morto

Il “rimbalzo del gatto morto”
chiamano in Borsa il parziale
recupero dei titoli, dopo
una disastrosa caduta e il panico generale.

Ma sembra più che altro
di assistere al ringhio
del cane vivo
e a una disfatta colossale

Bisarche e gerani

Nel paese che attraverso alle sette
di mattina tre bar in cinquanta metri.
Il pullman della “Ventre” scarica
operai dello stabilimento SATA

di Melfi, gli operai FIAT,
uno dopo l’altro. Scendono a piccoli
gruppi, qualcuno da solo.
Hanno disegnata sulla tuta la “P” di Punto,

stilizzazione di un guidatore col volante.
Ormai ho capito che quelli che vedo io
sono gli operai del turno di notte.
quelli che in fabbrica entrano alle dieci di sera.

Questa è una regione che d’estate
si veste d’oro, soprattutto nelle valli,
ma ora la nebbia avvolge il paesaggio,
come uno stato d’animo.

Sfrecciano bisarche caricate
con le “Punto” prodotte a Melfi,
e accanto, sulle strade, scorrono filari
di viti ordinatissimi e ben curati.

Quando si attraversa un paese,
Pergola, Paterno, Sasso di Castalda,
si vedono ancora le tendine alle finestre,
con qualche vaso di gerani.

Anche il sottobosco intorno alla strada
è pieno di fiorellini di Gerani di San Roberto.
Una volta si usavano nella medicina popolare
per la medicazione delle contusioni.

E’ tutto sommerso, sotto traccia.
Come nei bar, valvola di sfogo sociale,
un rito, il centro dell’aggregazione,
per giovani e vecchi. La gente va a lavorare

a San Nicola di Melfi, e quando ritorna
scioglie le sue fatiche facendo
battute sulle partite di calcio
giocando a Tressette.

In Basilicata tutto si riassorbe
come l’acqua nella terra.
La Total l’ha bollata con un’immagine:
una regione disantropica.

Io ora sto andando a fare gli esami
di stato ai figli e alle figlie di questa gente,
in paesi simili a quelli in cui De Martino
registrava pietosi, terribili canti di morte

e strazianti lamentazioni funebri.
Come sono questi figli?
Che cosa sanno? In che cosa sperano?
A che cosa ambiscono?

Il petrolio della Val d’Agri

Sono le sette di mattina
quando lancio “Fuel”
nel potente stereo dell’auto.
Tra nebbia, interruzioni,

gallerie lunghissime con luci spente,
fumi di catrame bruciato.
La prima infrazione
la commetto alle sette e trenta.

Ci sono troppi super-Tir
che ingombrano la strada
Potenza-Brienza-Marsico-Taranto.
Vanno a prelevare petrolio

nella Val d’Agri (una delle grandi
valli della Basilicata),
il più grande giacimento
dell’Europa continentale.

Il paese è all’inizio della valle,
laddove il paesaggio bucolico
e agreste si mescola con i super-Tir
che vanno a prendere

il liquido prezioso.
Io porto i Lumi della Ragione.
Loro vanno a prelevare
i Lumi della Ricchezza.

Ricchezza che scorre in mani
di multinazionali lontane,
lasciando sull’asfalto scie
e chiazze di residui oleosi.

Troppo lontane.
Ma io devo fare
il mio dovere,
di fedele servitore dello Stato,

anche se con qualche
piccola licenza
in deroga al codice della strada
e sono già alla terza sigaretta.

Basentana

Sono le solite sette
del mattino. Il traffico
è intenso. Difficile fare
sorpassi sulla Basentana.

Barbe non rasate,
sguardi stanchi, tute chiazzate
di macchie scure,
macchie da meccanici.

La geografia del lavoro
in Basilicata ha qualcosa
di paradossale. Gente che fa
due ore di viaggio

per andare, due per tornare,
più le otto del lavoro. E in turni
sempre diversi. Produciamo
ricchezza con la stessa pazienza

dei contadini di una volta.
Ed enormi sacrifici.
Una vita per strada.
Ma qualcuno dice

che il Sud
è improduttivo.
Un’immensa quantità
di lavoro operaio.

Ma è ricchezza
che scorre.
Altrove.
Lontano.

Il centro della mente

Un po’ li invidio gli indifferenti
non necessariamente rozzi
talvolta anche molto colti e sinceri:
ma indifferenti.

La storia scorre sotto le dita,
tutt’al più un’occhiata distratta
al telegiornale della sera.
Con questo non voglio insinuare.

Solo che il mondo in fiamme
e Wall Street asserragliata
dagli occupanti si situano con spontanea
ferocia al centro della mente.

Nel fango di una tenda indignata e allagata

Nel fango di una tenda indignata
e allagata a Piazza Santa Croce
in Gerusalemme una fanciulla
raccoglie in un diluvio di fulmini

le poche cose che le sono rimaste
e con esse gli ultimi brandelli
della propria dignità. Lo fa con la stessa
metodica malinconia dei suoi bisnonni

in trincea, dei suoi nonni resistenti,
cittadina di un paese, di uno stato,
di una nazione che paga il suo contributo
di sangue a rate al destino

per sentirsi viva, per non buttarsi via.
Fanciulla fragile e testimone
di una Rivoluzione democratica
partita come una marea e ridotta

a un rigagnolo di speranze soffocate.
Protagonista innamorata,
non conosce i giochi dei Big players,
dei Grandi giocatori delle banche

e della finanza che hanno
svuotato di senso la democrazia
ma li odia con lo stesso odio
di trecentomila pacifici indignati

che più di un pugno si sono presi
dai cultori della guerra per bande,
dagli esaltatori del gesto “eroico”
che incendia e stordisce (oltre

che da infiltrati e provocatori di ogni
risma). Entrambi – tranne questi ultimi-
testimoni di un disagio
ma non con la stessa coerenza:

gli uni nel fango, gli altri protetti
da chi nega categorie che loro stessi
si attribuiscono. Non basta
distribuire maalox zuccherati

tra i gas urticanti della polizia.
Ha fatto respirare, ma non ha bloccato
il rigurgito del passato.
Quella fanciulla fradicia e infangata,

custodita nel corteo dagli ultimi
spezzoni della classe operaia,
che scompare non – come voleva
Marx- per farsi Stato,

ma inghiottita dalla disoccupazione,
è l’ultima testimone
della Volontà generale.
Col rischio concreto di farsi massacrare.

Il Dio dell’uno per cento

Il Dio dell’uno per cento
in un mondo insaziato
e vagamente insensato
colpisce e si nasconde

in paradisi immanenti
e più prosaicamente fiscali.
Ma i più anticapitalisti son diventati
i redattori dei giornali di destra.

Con una faccia di bronzo
gridano alla dittatura del mercato
e alla calata di brache dei politici
ai banchieri col sigaro e il cilindro.

Bertolt Brecht a loro confronto
era un moderato di centrosinistra
e anche un tantino stronzo.
Noi li conoscevamo come neo-liberisti

alle vongole, reaganiani de noantri,
apologeti ad horas dello smantellamento
dello stato sociale.
Tra spread alle stelle e minacce

di default la contabilità esistenziale
è come un’inflazione di parole
mentre la cronaca ci scuote
e noi ci tocchiamo il portafoglio.

C’è pure chi ci ha guadagnato oggi:
il denaro è pura astrazione.
Il peggio è per chi ha ancora
qualche valore, mangiato dall’inflazione.

Qualcuno ha ordinato
per caso che si passi
da quelli economici
a nuovi sacrifici umani?

Bandiera

In un nubifragio apocalittico
da giudizio divino
-tra incerate e divise inzuppate-
la banda dei bersaglieri

in piazza Venezia a Roma
celebra l’anniversario
dell’armistizio con gli austriaci
suonando e cantando

canzoni patriottiche
con le tre armi schierate
al gran completo
in un mesto sfolgorio

di glorie lontane
“Ma cosa vuoi festeggiare,
povera Italia!”, mormora,
non il Piave, ma il figlio

di un reduce del fronte
con la sua povera medaglia,
“Siamo un popolo bambino,
dal Tevere al Ticino”.

III- LA TERZA DELLE PARTI
(BIANCO CHE VOLGE AL GIALLO)

Il sole come una fanciulla
alla prima uscita.
Sbatte le ciglia
si inebria di sé.

III.1
Al DI LA’ DELL’EQUINOZIO

Il vento

Il vento gioca come con una foglia.
Non è facile indovinare i suoi disegni;
più arabescate onde che disegni
il vento attorciglia – con il sole

allo zenit sull’equatore – flussi che si dipanano
nell’aria; ora il vento è il mare che sfoglia,
ora le fronde mansuete al richiamo,
che rispondono come un coro ondeggiante

nell’abbandono dell’ora. L’aria d’equinozio
è limpida di benessere, frange le nubi
mostrando il sole che invoglia
come all’apertura di un sipario.

Fa anche un inchino, il vento,
si avvolge, ma poi sbuffa e soffia più forte,
come in preda a un’improvvisa voglia
di spingerti in mare dalla scomoda

posizione su uno strapunto di roccia
con i piedi penzoloni e il volto
all’indietro ad abbeverarti di raggi,
a ricalcare un’immagine antica,

fanciullesca, ancestrale, per sbriciolare gli anni
e dissolvere la nuvola dell’inquietudine.
La bellezza adora eterno il presente.
Ma il vento è movimento,

non lo puoi quietare
accarezzandolo come un docile animale,
sfugge, guizza come quel pesce uccello
che si è levato in volo per corteggiare

la sua preda sul luccichio
di acque stuporose e profonde.
Tutto è movimento sulla soglia dell’immobilità
del meriggio. Tutto freme e guizza

come una foglia. Sei tu quella
foglia. Premio per aver osato l’inosabile.
Aver barattato la propria presenza
con un’ora senza direzione.

Una musica senza nome

Le parole fuori circuito,
quelle che non servono più,
senza funzione,
di puro piacere,

di duemila anni
o di dieci minuti appena,
si alzano come
lucciole incantate

su per la collina e formano
a quest’ora una costellazione
di pura bellezza,
una musica senza nome.

Le nuvole scultrici

Il sole è la fonte, ma le nuvole
scultrici. Attraverso il mutevole
loro configurarsi per masse
e filamenti, cirri e cumuli

proiettano sul mare accogliente
figure cangianti e sorprendenti,
aprono e chiudono il diaframma
del cielo. Quello è un volto,

quell’altro un astratto
coacervo; lì un buco nel velo.
A un certo punto offrono a una vela
che solca le acque ignara

del temporale in arrivo il lembo
di un alone di luce. Sembra
che sia la vela ad espanderlo,
come si tira un lenzuolo.

Ma le nuvole sono capricciose,
offrono e negano.
Sono le amanti del vento,
puro spirito di cielo.

La terra, muta e vagamente
in attesa come una trepida
fanciulla, freme nel grigio
azzurrato d’atmosfera

sotto la collina. Accoglierà
quello che le nuvole decideranno
di dare: il sollievo di una falsa minaccia,
lo scorazzare del temporale.

Canzone

Basta poco, una canzone,
ne decifri le parole
ma forse non hanno importanza,
quello che ti rapisce è il richiamo,

la sua portata,
l’impressionante
suo potere ancestrale.
Basta un niente, un’emozione.

Sembra spingerti a guardare
negli occhi il tuo altrove.
Non ti resta che mormorare
rapito una sommessa serenata.

III.2
DI UN SOGNO OPPURE L’ALTRO


Rizoma

Fuori dal cammino
di un quieto grigiore
in mattine dalle sveglie petulanti,
fuori da giornate piene

di insensate ansie, lontano
dall’uncino di troppo consueti
impegni inutili e snervanti,
ecco la Notte.

Nel fitto ombroso del bosco
la luce apre uno spiraglio
di tanto in tanto. Vedo
qualcosa che non dovrebbe

stare sopra ma sotto:
è un rizoma, il fusto
sotterraneo somigliante
a una radice, più o meno allungato,

lungo il quale si dipartono
le radici. Le sacre radici. Solo
un attimo, lo sguardo poi coglie
la chioma e si schiarisce la radura.

(1)

L’improvvisa instabilità ferroviaria
proietta i passeggeri
in una nuvola di suoni e di sapori
che si assiepano in una folla silente

come un ermetico confine
di un mondo che si vuole sconosciuto;
è fuori dalla traccia e dalle carte
indefinito, incognito e lontano.

La promiscuità razziale confonde
e svia, come l’intruglio delle lingue;
potrebbe essere ovunque, ma lontano
dall’orizzonte delle segnalazioni.

Nessuno sa dove né quando resterà
le sensazioni attutite impediscono
l’orientamento spaziale. Il tempo
fluttua come una nuvola di fumo.

(II)

Dopo un certo numero di passi
inequivoca e netta sensazione
di trovarsi in un labirinto
sotterraneo, scavato nel tufo,

come in certe zone anatoliche
per nascondere l’armata di Senofonte.
La folla nello sprofondo agitata
pulsante  in tutte le diramazioni.

Sotto i bassi soffitti liberando
un chiacchiericcio incessante e intubato
fagocitata folla che invelenisce
in percorsi smisurati e celati.

Le persone ora sembrano senza volto
ma muovono labbra incessanti:
Uomini-Lingua, Uomini-Parole,
come in certi film di vecchi manicomi.

(III)

La ragazza che fugge spaventata
sembra una lontana conoscenza
sui marciapiedi di un vecchio ponte
ai margini di una città ignota.

Le immagini sono scure e confuse,
a tratti sembra un uccello in volo
e qualcuno dietro mi sta strattonando
tirandomi violentemente

un lembo della giacca bagnata,
da cui cade il portafoglio
con una carta di riconoscimento,
ma quella carta non mi appartiene.

Piove a dirotto, sento l’acqua
che mi sale su per le ginocchia
e sto indossando i pantaloni
di un’altra persona.

(IV)

Il macilento portiere dell’albergo
insiste nel cercare di convincermi
di non avere la prenotazione,
che invece ho fatto e pagato.

Più che un hall consona a un hotel
sembra un’aula di tribunale
e il portiere è un portiere togato.
Non si capisce a tratti nemmeno

la lingua in cui parla. Ripete e ripete
ossessivamente una frase
con querula e agitata petulanza
e sempre più accalorato

sotto lo sguardo partecipe
e plaudente della folla radunata.
Qualcuno mi comunica impassibile
che sono stato condannato.

III.3
SOSPENSIONE

Luce di un altro mare

Inquieto,
il suo respiro
cerca il mio
sotterraneo,

umbratile orizzonte.
Sono io
che emergo altrove,
luce di un altro mare.

Sospensione

Mi godo la sospensione
di un’ora senza minuti
nel non-tempo
di un mondo parallelo.

Un’apnea dei pensieri
dove non fa freddo né caldo
dove non si è tristi
né allegri.

E latita la dannazione
dei desideri.
I colori hanno un’apparenza
svagata e insincera

nella zona di confine
tra il giorno e la sera
e i suoni tendono al grave
ma senza intenzione

per forza naturale.
E’ la lenta scansione
dello zero-time.
La quiete dell’equilibrio

il circuito chiuso
dell’oblio
il campo delimitato
dell’addio.

Silenzio

Solo a un certo punto
mi sono accorto
con stupore, che il giorno
trascorreva in silenzio, privo

di suoni senza parole,
con sensazioni ovattate;
nel silenzio i rumori
persino erano radi, circospetti

mestamente educati.
Pensieri insolitamente discreti
si guardavano dalla tentazione
di penetrare questo

mondo di tranquilla penombra
di cui mi sono innamorato ormai
disponibile e pronto
anche subito alla rinuncia

di quello che resta. E allora
sono entrato nel mio stesso
sogno da sveglio e ho indugiato
girovagando a lungo

intorno nell’Ade
del mio passato lentamente
guardando incredulo
occhi e volti dimenticati da anni.

Anche i miei errori erano esposti
in bella vista, ciascuno
una lettera dell’alfabeto.
Avrà pur voluto dire qualcosa

questo linguaggio cifrato
di simboli o è solo un mondo
ben ordinato. Dicono che l’universo
privato dei propri errori è un mondo

soggettivo. Mai errore più grande.
Anche qualche speranza
del tutto dimenticata fluttuava
nel silenzio del non-ritorno.

Derive osmotiche

Un istante d’angoscia
apre uno scenario
di complicate funzioni
simbiotiche, derive osmotiche.

Osservo incantato
quella scena di teatro
come un sogno recitato
di cui sono l’attore

ma non il regista. Il regista
ha un’altra idea dei miei
personaggi interiori. Mi sogna
sognare, nemico giurato.

III.4

L’AMBIGUITA’ DEI SINTOMI

Diagnosi

La diagnosi esatta, che una volta
era un vanto anche per sempli-
ci medici condotti,
come lo era mio padre,

ora sembra basarsi su una nu-
vola di probabilità quantica:
si è rotto un muscolo, ma ti
si spalanca davanti il cimitero.

Anche il mugugno refertoria-
le scribacchiato su un pezzetto
di carta intestata annuncia di-
sastri di cui ignori il significato.

Sembra alludere a una  trombo-flebite,
parola terribile a sentirla pro-
nunciare, come l’inizio di periglio-
se avventure e odissee ospedaliere.

E’ qualcosa che ha a che fare
con arterie e vene profonde,
un tumulto cardio-vascolare,
qualcosa che si ottura,

con una lontana minaccia per
i polmoni e conseguenze nefaste.
Ma non ci sono i sintomi: il gonfiore,
il rossore, la pelle calda di febbre.

Mi produco in una spericolata
semeiotica dello strappo e
delle sue evidenze, ma si sa che con
alcuni medici non c’è mai la parola fine.

Eco-doppler

Una triplice convulsione egoica
mi conduce dalla sala d’aspetto
nelle volute di un mondo do-
ve le dimensioni del corpo

sono materiate di soli nomi
e di circostanze aggravanti:
omeostasi, equilibrio chimico,
pompa sodio-potassio, infezioni.

Mi sono deciso per l’eco-doppler vasco-
lare, una vera macchina parlante, un
congegno super sofisticato che ti
esplora il sistema sanguigno a colori

con lucine rosse e blu che si accen-
dono quando il bravo medico ti preme
vene e arterie. Comincio a preoccuparmi
quando non si accende qualche luce.

Nelle mie astrazioni intellettuali
il sangue entra come una metafora.
In questo caso, invece, le stes-
se tracce diventano sangue illuminato.

Ma lo specialista mi assicura
che va tutto bene, c’è solo
qualche vena varicosa,
ma sull’altra gamba.

Nessun segno di trombo-flebite.
Alzo gli occhi al cielo,
anche se sono in piedi in mutande
sul lettino. Non devo sembrare

un granché. Qui non ci sono metafore.
L’elettronica ti descrive i percorsi
del tuo sangue nei fianchi e nelle
gambe con impassibile precisione.

In fondo, è solo sangue,
e non lo devo neanche vedere dal vi-
vo, ne seguo la sana percorrenza
sul monitor di un aggeggio sofisticato.

Gli occhi che avevo alzato al cielo
si abbassano nella sala d’aspetto
su gambe tumefatte di persone
effettivamente colpite dai trombi.

Nello studio di mio padre ne ho viste
decine, ma con altro spirito. Mi conso-
lo pensando che non è tutta colpa mia
se sto qui per sbaglio.

Inutile chiedersi cosa sia, in
fondo, la medicina. La medicina d’og-
gi. Mio padre con i suoi metodi anti-
quati ti auscultava con lo stetoscopio,

tamburellava un dito sull’altro
per controllare la risonanza
degli organi interni, appoggiava
l’orecchio alla schiena e al cuore

per ascoltare il soffio della vita;
un modo accogliente per l’entrata
in un mondo terribilmente sacro:
il corpo, la malattia, la guarigione.

Questi medici che sto conoscendo
si limitano a toccarti con una
specie di mouse pieno di gel
per mandare segnali a una macchina.

Quei gesti parlavano la lingua che
il corpo si attende, nel suo urlo
di dolore e di speranza, esorcizzando
la paura del paziente di non uscirne più.

La nuda proporzione del referto

Quello che si perde
in un confuso
e lento stillicidio
è il senso.

Diventa double-face
girabile a piacere,
avvolgibile
in un senso o nell’altro.

Una polla
di equivoche
assonanze
magicamente rivoltate.

La nuda proporzione del referto
io e Silvia l’abbiamo appesa in cucina:
“La vergogna sta al narcisismo
come il senso di colpa alla depressione”.

I farmaci le fanno uno strano effetto: le
gira la testa quando si alza, sonnolen-
za,un senso di nausea costante e un
dolore persistente nel basso ventre.

Ora Silvia non esce più di casa: ha
paura che le sue viscere la tradi-
scano per strada, in mezzo alla gente.
Più controversa la seconda questione:

il senso di colpa scatena l’ansia,
ma cosa scatena il senso di colpa?
E’ come un conflitto intrapsi-
chico i cui contendenti siano ignoti.

Non ignoto il terribile effetto di sofferen-
za:  l’ansia scatena la paura;
si ha paura di avere paura; si spro-
fonda in se stessi, estranei al mondo.

In viaggio con la sofferenza. Ogni do-
ve. Non c’è posizione che dia pace,
luogo o cibo o volto che dia sollievo.
Compagna di viaggio lugubre ed esigente.

La stanza è in perenne
semioscurità,
come il sepolcro
di una regina.

La quieta inettitudine della superficie

La superficie
appena eretta
su un crocevia
di confusioni

si lascia attraversare
da gesti e parole
dal significato
sdrucciolevole

e scivoloso.
Non oppone resistenza,
come in una pratica
identitaria

rovesciata.
Anela
all’uguaglianza
delle contraddizioni.

Mi avvicino e le do un bacio sulla fronte;
è fredda e sudata ma conserva ancora
un alone del suo profumo preferi-
to. Socchiude gli occhi per gratitudine.

Silvia ha sempre avuto la capacità
di farmi soffrire le sue stesse pene,
anche quando era appena all’inizio
della sua terribile ansia depressiva.

Sfogliavamo insieme gli elenchi
degli psicoanalisti dei vari indiriz-
zi terapeutici: io ero per la
psicologia analitica junghiana,

ma lei ha sempre scelto
psicoanalisti di scuola freu-
diana, anzi lacaniana. I più duri.
Ma smetteva troppo presto.

Non arrivava mai alla fine.
Avrebbe dovuto associare psicoterapia
e medicine, ma ora prende solo farmaci.
La chiama la sua “felicità chimica”.

Le parlo piano, prendendole la mano;
evito di vedere il disordine della stan-
za, di annusare l’odore dei rifiuti del gatto.
Mi sembrerebbe un gesto osceno.

Una vecchia anoressia l’aveva ridotta
a 35 chili, ma adesso ha messo un po’ di pe-
so, non so se per effetto delle nuove me-
dicine. Forse. Mi illudo che stia meglio.

E le parlo piano. A lei piace
raccontarmi i suoi sintomi,
minuziosamente, da esperta.
E sprofondare in se stessa.

Quando esagera con le dosi dice
che non riesce più a sognare,
vede soltanto un grande tunnel ne-
ro, interminabilmente buio e profondo.

Le luci della sera ora entrano nella stan-
za, quiete e defilate ma troppo lontane.
Sono luci che non illuminano,
come parole che non dicono.

IV- LA QUARTA DELLE PARTI
(ROSSO)

La prima stella
avvolta in un poetico chiarore
si pavoneggia e si fa bella
brilla di cielo e di infinito altrove.

IV.1
ACQUA, TERRA, ARIA, FUOCO

Il sonno di pineta

Il sonno di pineta è pieno
di suoni nel giorno
del solstizio estivo
con il sole allo zenit

sul tropico del Cancro,
alle tre di pomeriggio,
-la mia ora preferita,
quella in cui il fauno

a passi felpati sceglie
il suo luogo-  il tempo
sembra rallentare.
Tra i cespugli di macchia

si intravede il mare
qualche metro più sotto
e sembra  volerti cullare
con  il suo borbottio

sugli scogli affioranti,
accolto con compiaciuto
assenso da una coppia
di gabbiani incerti

tra seduzione e stasi.
Il caldo eccita il frinire
delle cicale e sulla terra
coperta di foglie lucertole

guizzano ebbre
intorno al tuo giaciglio
regale di sogni.
Il leggero venticello

di brezza sfiora la pelle
come una carezza
prolungata e le palpebre
lasciano filtrare

il movimento delle luci
in un caleidoscopio
che invita a una quieta
meraviglia.
Il tempo si fa ondivago
e lo spazio si dilata:
è tutto lontano
e tu lo senti.

I tuoi spiriti protettori
vigilano sul tuo corpo
di terra con i loro mille
occhi sorridenti.

Una Madeleine al mirto

La mia piccola Madeleine
odierna è un biscottino di mirto.
Non so bene Madeleine di cosa.
Più che di memoria di luoghi

è memoria di poesia.
Un frutto che rimanda a rime
e ritmi dannunziani, a mitologici
splendori versiliesi; sa di macchia

e di languori pomeridiani
e di sensuosi abbandoni.
E’  dolcezza di una poesia
senza complicazioni;

sa di baci e di carezze
tra cespugli e anfratti
in una nuvola di rime
e di suoni.

Striatura

Quel cruccio che ti viene
improvviso è come
una striatura di bianco
in un cielo dalla virtuosistica

nettezza; una stonatura
a bassa voce, ma che pulsa
persistente, una ferita nel cielo,
tra vampate di caldo

stordente. Indeciso
se prestarvi ascolto
o immergersi nelle calde
acque dell’abbandono

provi l’uno e l’altro,
ma il ronzio rimane
come un flutto ribelle
alla stasi delle ore.

Il caldo si comporta
con i pensieri e le parole
come con i suoni.
Velocizza le emozioni.

Un regalo

Quel dono che ho accolto
da mani inaspettate,
ammiccante e leggero,
sembra alluda a quel dono

sempre atteso e mai dato.
E a rimirarlo passo
la giornata – ogni piega
la fitta di un ricordo,

ogni minuto l’eco discreta
del passato. Lo slaccio
è lento come quel gesto tante
volte o forse mai arrischiato.

Ne accolgo dopo un tempo
che appare interminabile
(ed è forse solo un lampo)
il segreto celato.

IV.2
LA RETE DELLE RELAZIONI

Amici lontani

Gli amici vicini li guardi in occhi
che non sempre sorridono.
Quelli lontani non li vedi, li senti.
Immagini le loro parole,

ti dipingi la scena, ti figuri volti e gesti.
Non percepisci il loro timbro di voce
ma li senti respirare dai loro gusti:
un verso, un pensiero, una foto

di un qualche loro sorridente mattino.
Qualche volta vorrei esserci anch’io
laggiù tra il cane
e l’inferriata del giardino.

La grande rete

La webcam come  uno specchio
e noi impigliati nella maestosa rete
esploriamo la quarta dimensione
dove l’apparenza si mischia al vero

in mille posizioni.
La grande rete si tesse da sola
sembra un gioco e scatena rivolte;
la tenebrosa rete acceca e salva:

gestisce relazioni, accelera la storia
sfuma la distinzione tra il sublime
e il banale ma non ce ne accorgiamo.
Basta cliccare per farsi evidenti.

Leniamo le ferite, ordiamo tradimenti.
La webcam specchio di uno specchio.
Simbiosi inquietante
(oltre che comoda e allettante)-

parli con un interlocutore
al di là dell’oceano
ma è come se stessi
recitando un monologo

di Shakespeare davanti
allo specchio del bagno
mentre ti fai la barba. E’come
entrare nell’abisso in pantofole.

Parlare o essere parlato

Ero entrato qui per parlare
col mondo, ma ora sono qui
“parlato” dal mondo.
La notte t’inghiotte.

Cala magra
sapida traente allegria
sbilancia scioltezza canalizzata.
Colpisci l’attenzione di qualcuno?

Non ti mollerà più.
Ne diventerai l’ossessione.
Nosferatu al confronto
Era un dilettante.

Ti intrometti
nel mondo che si intromette.
Musica a palla.
Movida Blog. Chattaggio selvaggio.

E occhio gonfio la mattina.
La significazione scorta
nell’orizzonte secondo
soggiacente

non è meno coerente di
quella che si definisce
nell’orizzonte primo
immediatamente

percepibile.
La conversazione chat.
Intenzione
di inesprimibile.

Una notte senza inganni

Si parla così, senza pensare,
anche se con accento
cadenzato. Stanca la mente
e sconvolge i pensieri

l’allegria dolorosa,
educata, di circostanza,
incuneata nel niente
del giorno. L’ottimismo

è contagioso, rassicurante, radioso;
ben dispone, abbassa l’allarme:
è un anestetico alla diffidenza
e anche se non si ha niente da dire

tiene lontani gli affanni
dell’ermeneutica dei rapporti umani.
E’ come un quieto rituale
questo scambiare le buone maniere

per buon umore.
Ma anche se coglie
nel segno il messaggio
risulta sbiadito.

C’è qualcosa che manca.
Come a scontare una divina
colpa del giorno,
a garantirsi una notte senza inganni.

IV.3
MUSICA COELESTIS

(I)

Perfetto sull’onda del fiato
senti il suono, tutto un canto.
Volteggia divina e altera,
tocca il piano come furia

e accende la notte e l’amore.
Tasti bianchi, tasti neri.
La musica come un delirio.
Cenni solo a me diretti

si lascia sfuggire talvolta,
madrigali sospirosi,
fraseggio e concerto d’amore
come quelli di una volta

prima di passare
al cospetto
da amante
a spettatore.

(II)

Nello spartito delle emozioni
il musicista modula
con pause e suoni.
Gli basta un “rallentando”,

un “mezzo forte”,
un “andante con moto”.
Ma le parole sono nude
nella lingua senza grafia della poesia.

(III)

Il sax è reso vivido
da un raggio di sole
che ne turba la quiete
ma lo riempie di furore,

pronto come un amante
al primo bacio,
fremente dal trespolo
in un tripudio

di complici riflessi:
lo rivestono d’oro
e di lussuria.
Alla sua destra una chitarra,

bianca,
lunare e già discinta.
Disteso, è quieto
il piano tenebroso.

La batteria si copre di tatuaggi,
sente pulsare spiriti guerrieri.
Anche se la musica
è solo in testa,

letargica e privata,
è qui che il sole
ha aperto le danze
come danze d’amore.

(IV)

Comincia così,
suonando senza voglia.
Il grigiore del mondo
non invoglia

a superare la soglia.
Suoni si perdono
in silenzi interdetti,
l’infertile staticità

della melodia
si immobilizza
in un pantano desolato
e inonda di pause

suoni appena accennati;
di sguardi corrucciati
occhiate
e desideri frustrati.

E’ più vivo e sonoro
il tuono che si annuncia
lì fuori nel cielo
ed è questa la scintilla

che fa vibrare la sala prove
e scuote
con fertile motricità
ritmi felicemente ingranati.

Stiamo imitando il tuono
che ha assunto,
non si sa perché,
una configurazione

particolare: quella
del nostro stato d’animo,
prima borbottante
e pigro

poi esultante e foriero
di pioggia forte e vitale.
Come la vita, che è
al di là di ogni morte.

IV.4
I CANTI GLI AMORI

Non ti lamentare

No, non ti lamentare
se alzi il viso al cielo
e ti piove dentro
pensa che domani sarà diverso.

No, non ti lamentare
fai un sorriso
e non guardare di traverso.
No, non ti lamentare

lo vedi anche tu che la natura
sorride sotto il velo
aspetta il momento giusto per uscire.
No, non ti lamentare…

Dolce amica canti e amori

Mia compagna canti e amori
dolce amica, bei tesori
da un vita senza inganno
siamo andati delibando.

Ti ricordi quella volta,
eravamo ragazzini,
ci scoprirono una sera
(volevamo farla noi

la scoperta).
E giù le botte.
Ma nel sangue che colava
dal mio naso mi rimase

il sapore malandrino
e inebriante delle tue
cosce.
Dolce amica i canti.

Ora ti seguo.
Lontano.
Anche se famosa,
ti amo.

Mia compagna canti e amori
accendendo i nostri sensi
abbiamo spento
le angosce.

Madrigrale I

Nella vita banale
che scivola e non lascia che ombre vaghe
-infestate di piaghe-
tu, la più viva che mai, immateriale

come un sogno rituale,
rinnovi nel ricordo sensazioni
antiche, che il tempo non ha sbiadito
come un colpo mortale

su insepolte emozioni.
Indeciso se chiamarti,
sfinito
di desiderante invito,

percorro ancora
una volta il tuo seno.
Con te presente
ritorna il sereno.

Il fuoco nella Notte di San Lorenzo

Notte di sortilegi
cielo di fregi, sulla costa
fra raffiche impetuose di vento,
vento di terra che frena il mare,

vento che porta fuoco nel rogo
e incendia la notte di San Lorenzo,
vento che scuote
in una moltitudine di scintille,

fosca la notte nel fuoco dei fuochi
che dipinge di sue vampe
il mare atterrito. Le stelle perdono
la scena spaurite tra folate che rotolano

sassi in un groviglio di alberi allampati,
tra spire che vorticano come baccanti.
Fuoco che brucia nel caldo
vento che non tace.

Indice

I-LA PRIMA DELLE PARTI
(VOLGE AL NERO)

Insensata allegria d’autunno

I.1 OMBRE

Cenno
La fine della giornata
Notte su notte
Tra il non ancora e il mai più

I.2 AUTUNNO

Rapporti
Insomnia
Visione diadica
Progressione mentale diurna

I.3 RIFLESSI A SPECCHIO

Il canto delle ombre
Lo specchio
Motivo quaternario
Uno sguardo

I.4 L’OSTAGGIO INCONSUETO

(I)-Io ti chiamo Poesia,
(II)Avete presente
(III)Quando finisce un verso
(IV)I suoni della notte

II- LA SECONDA DELLE PARTI
(NERO PROFONDO)

Rattrappito

II.1 QUI E ALTROVE

Una solitudine di sabbia
Agave americana
La chiave d’argento
Radiazione cosmica di fondo

II.2 L’INCANTO DI SOPHIE

II.2.1 Dublino
Dublino
A Terrible Beauty
Nella notte di Dublino
Un posto e la fine di tutte le cose

II.2.2 Edimburgo
Lungo il Royal Mile
Un istante senza ritorno
Vento sul Walkway
Whitehorse Close

II.3 DISSOLVENZE

Pulsazioni sincopate
Lentezza
Il mare d’inverno
L’impassibile notte

II.4 CRONACHE DI TEMPESTA

II.4.1 Happy New Fear

Il rimbalzo del gatto morto
Apocalittici e intriganti
Un mondo da rivoltare
Dormiveglia

II.4.2 Spanish Revolution, Italian Involution

Il centro della mente
Nel fango di una tenda indignata e allagata
Il Dio dell’uno per cento
Bandiera

III- LA TERZA DELLE PARTI
(BIANCO CHE VOLGE AL GIALLO)

Il sole come una fanciulla

III.1 Al DI LA’ DELL’EQUINOZIO

Il vento
Una musica senza nome
Le nuvole scultrici
Canzone

III.2 DI UN SOGNO OPPURE L’ALTRO

Rizoma
(I)
(II)
(III)

(IV)

III.3 SOSPENSIONE

Luce di un altro mare
Sospensione
Silenzio
Derive osmotiche

III.4 L’AMBIGUITA’ DEI SINTOMI

Diagnosi
Eco-doppler
Il corpo, la malattia, la guarigione
Disagio

IV- LA QUARTA DELLE PARTI
(ROSSO)

La prima stella

IV.1  ACQUA, TERRA, ARIA, FUOCO

Il sonno di pineta
Una Madeleine al mirto
Striatura
Un regalo

IV.2 LA RETE DELLE RELAZIONI

Amici lontani
La grande rete
Parlare o essere parlato
Una notte senza inganni

IV.3 MUSICA COELESTIS

(I)Perfetto sull’onda del fiato
(II)Nello spartito delle emozioni
(III)Il sax è reso vivido
(IV)Comincia così,

IV.4 I CANTI GLI AMORI

Non ti lamentare
Dolce amica canti e amori
Madrigrale I
Il fuoco nella Notte di San Lorenzo

——————————————

“Un secondo orizzonte” è in corso di pubblicazione, in una versione ampliata.

Copyright
Antonio De Lisa 2010-12
Tutti i diritti riservati
All rights reserved

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

CULTURE ASIATICHE - ASIAN CULTURES

STUDIES AND RESOURCES FOR HIGH SCHOOLS AND UNIVERSITY

IL CALEIDOSCOPIO

Per guardare il mondo con occhi diversi

TEATRO E RICERCA - THEATER AND RESEARCH

Sito di approfondimento e studio della Compagnia Lost Orpheus Teatro

LOST ORPHEUS ENSEMBLE

Modern Music Live BaND

Il Nautilus

Viaggio nella blogosfera della V As del Galilei di Potenza

Sonus- Materiali per la musica moderna e contemporanea

Aggiornamenti della Rivista "Sonus"- Updating Sonus Journal

The WordPress.com Blog

The latest news on WordPress.com and the WordPress community.

Antonio De Lisa - Scritture / Writings

Teatro Musica Filosofia / Theater Music Philosophy

In Poesia - Filosofia delle poetiche e dei linguaggi

Blog Journal and Archive diretto da Antonio De Lisa

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: