08- A. De Lisa – Ritmi urbani- Poesie 1990-2010 (Selezione)

Antonio De Lisa

“Ritmi urbani”

Poesie 1990-2010

(Selezione)


Le poesie  sono tratte dalla raccolta

“Ritmi urbani  – Poesie 1990-2010”

Manni Editori, luglio 2011.

“Un’ampia partitura in sette movimenti preceduta da un preludio racchiude una raccolta poetica che si legge come un itinerario della mente e del cuore. Lo spartito è vasto e delinea un percorso di cronache, esperienze, luoghi, passioni in un impasto di lingua e ritmo che coinvolge.” (Dalla quarta di copertina)

I. RICHIAMI E MALIE

Come in un paesaggio di rovine
saggio lentamente
il terreno che accudisce
le lente acque del fiume.

Immagini si distaccano
rapide e irregolari
da un libro sfogliato dal vento.
Sentono il richiamo.

Poesia civile

Ormai l’indifferenza è più forte
di qualsiasi passione civile
e siamo rimasti
in una moltitudine di pochi
a gridare la speranza
ma con la morte dentro il cuore
nell’eterno paese senza rivoluzione
nell’eterno paese che muore.

Labile trama

Come un sussurro
attraverso
un pezzo di carta
una poesia d’amore
s’insinua
nella labile trama
della nostra
indecisione,
per dare voce
alle parole
che conosciamo
e silenzi
a quelle che
non conosceremo.

Una sirena

Conosco una sirena
che canta solo di nascosto.

La sua è come un’immagine
che nell’acqua sorella dell’aria

si muove rapida e appare solo
a tratti, come un’illusione ottica.

Ma io sento il suo richiamo,
come un silenzio che mi parla piano.

Vorrei avere il suo nome e il volto
di nessuno nella notte che mormora lenta.

Mille onde

Le mie radici sono nel mare,
trasportate
dalla corrente.

E’ l’onda che mi muove
come un tappo di sughero
nel vortice dei flussi.

E’ l’onda che mi spinge
lontano dal presente,
verso un altro tempo.

E’ l’onda del tempo
che mi fa accarezzare
le brezze di un altro mare.

E’ l’onda che mi sussurra
di tornare tra la gente,
lontano dal sepolcro

delle false apparenze.
E’ l’onda che mi sussurra,
come in un’eco di sirene,

la necessità di andare,
anche se la mèta
conta meno del viaggio.

L’onda canta
con dolcissime parole
la strada del pellegrinaggio.

L’onda indica forse
il luogo
del ricongiungimento.

Forse è solo una chimera,
il richiamo di un’altra èra,
ma è l’onda che mi spinge verso il naufragio.

II. MARGARET. COME UNA STORIA

Le metamorfosi del vuoto

In questo giorno nessuno
può trovare
la parola che cerca,

lo sguardo che consola.

La nebbia ha cominciato
presto a sciogliersi,
ma non tutto è limpido ora.

Come in una trance ipnotica

ti vedo brancolare
in spazi ristretti,
quasi nel buio

e senza sapere.

Devi essere andata via
per conto tuo,
perché nessuno

ti ha notato.

Ho sognato di te,
ma non eri tu,
ti ho parlato ma non c’eri,

ti sei fatta fantasma di te stessa,
di quello che eri
e il vuoto che hai lasciato
è certo in me,
ma è in te che hai scavato.

III. RUMORI E SILENZI

L’incanto delle voci di donna

Sono incantato dalle voci femminili,
come per malìa, in un sortilegio
di timbriche segrete, nascoste magie.
Ricordo che da ragazzo mi innamorai
della voce di Janis Joplin.
Ebbi un sogno, la vidi morire.

Innamorarmi delle voci di donna,
facendomi fantasticare
sulle legittime proprietarie,

è costante mia caratteristica da sempre,
non ricordo più nemmeno da quando.
Forse non c’è nemmeno un inizio.
O, se c’è, si perde in lallazioni
ancestrali, balbettii e sospiri
di aperture abissali, di un ignoto che divora.

La voce femminile esercita una sorta
di attrazione seduttiva sulle corde
di insondabili miei percorsi interiori.

Basta un niente, un armonico vagante
e ne resto incantato, in ascolto, stregato,
al telefono, sugli autobus, per strada,
in doppiaggi di film con la gracchiante
fonetica di vecchie pellicole,
al teatro, nella musica di tutti i generi.

Per  me la voce di donna
è la voce della Malinconia.
Forse perché è voce di mistero.

L’infelice straniero

Il canto nasconde anche
dentro casa i nemici,
accudisce l’infelice straniero,
il Wanderer, colui che tradirà nell’addio
l’antica fede.

Il mondo come un flatus
con l’apparenza
di una grammatica.

Bello conservare il silenzio,
come essere tuonante.

Una voce che non canta

La secchezza di un accordo
misura la natura del tocco
musicale su corde restie,
ferme in una loro mestizia.

Sembrano forse ubbidire
al mio stato d’animo attuale,
fremente di novità e chiuso
in una sua mutezza siderale.

Quell’accordo accompagna
una voce che non canta,
ma recita la sommessa attesa
di un accompagnamento astrale.

E’ proprio l’ora che dispone
a uno svogliato cambio di registro
come una scala discendente,
cromaticamente surreale.

Notturno

C’è una strana oppressione
nell’aria stasera,
ma come avvolta
da una certa malìa
e spazia con lo sguardo
sull’intero paesaggio.

Sembra svanita
la gioia fugace
di un pomeriggio passato
a gareggiare col tramonto,
rubato alla sua polvere
originaria.

Qualcuno in lontananza
con un lamento nell’anima
si dirige verso Est,
qualcun altro traccia
un cerchio giù in strada.

IV. LA FINE DELL’ONDA LUNGA

Occhi di un dodicenne

Occhi di un dodicenne davanto alla tivu.
Forse distratti, qualche volta attratti
dai misteriosi canali della cronaca,
anche se non sa chi è Aleksander Dubcek
e appena sa dov’è Praga,
in un telegiornale di gennaio
del sessantotto.
Sì, proprio sessantotto.
E non sa dov’è il Vietnam
e perché si parla del villaggio di My Lai.
Sembra il titolo di una canzone.
E non sa dov’è Valle Giulia,
pensa che sia una valle del Trentino,
l’ha appena studiata a scuola
la geografia, un po’ noiosa ma viva
e perché quei giovani sono malmenati
dalla polizia. Anche se va a loro
la sua istintiva simpatia. E neanche
di questo può dire il perché.

V. PASSIONI E VISIONI

Contare i passi

Contare i passi di questa stanza
è come voler enumerare l’infinito,
non basta a renderla commensurabile
una canzone d’odio e d’amore di Leonard Cohen.
I miei sbagli rintoccano le ore e i minuti
uno per  uno, ignari di ciò che li aspetta,
come bambini inconsapevoli del domani.

La notte si insinua nel giorno
fino a intorpidirlo con i suoi lembi,
fino a renderlo esangue e striato,
mentre uno sciame di ricordi s’addensa
e lambisce le pareti a dirmi
che niente è mai veramente finito,
che niente è mai veramente cominciato.

L’attesa evoca strane figure
che mi dicono con sofferta ma finta noncuranza
che la voce di quel volto non arriverà,
che su quell’amore ti sei ancora
una volta sbagliato.
Amore mai veramente perduto,
mai veramente ritrovato.

VI. MEDITERRANEO E ALTRI ORIENTI

Il mio sogno mediterraneo

Da Marrakesh a Carthage,
al deserto del Sinai,
a Tel Aviv che non dorme mai,
alla splendida Istanbul,
il mio sogno mediterraneo…

… e poi Corinto ventosa
e il maestoso silenzio
per incontrare l’altro me stesso
e la lentezza di un gesto
che ha dischiuso per un attimo

il mondo che non osavo cercare…
e da Corinto a Epidauro
col vento della moto
che mi asciuga il sudore
di un’infuocata estate

mediterranea…
ma a Epidauro serena
il regno di Asclepio
è come la pace e l’incanto
di un’eco infinita…

Ogni notte
passata in viaggio
un sogno
nel sogno
di tutti i sogni.

Alle porte di Gerusalemme

Da lontano è come un’immagine
di sogno la terra promessa.

Al check-point un soldato
mi indica la strada in salita

per Gerusalemme città dorata
con un gesto e un assenso

che è insieme preghiera e resa
indicazione e gesto di intesa.

Gerusalemme terrena.
Gerusalemme celeste.

Un territorio armato.

Mi lascio alle spalle
stazioni di rifornimento

con mercatini di filo spinato
formicolanti e pullulanti

di gente che viene da Berlino,
Budapest, Varsavia, Odessa.

Il deserto è uno spettro di sale
con Masada, Qumran, i rotoli

del Mar Morto, la Giordania lontana.
Il deserto è solitudine terrena

col miraggio della città celeste.

Il deserto. Che parla una lingua

antica come il mondo.
La radio in macchina emette

suoni che potrebbero annunciare
da un momento all’altro una guerra.

La gente viaggia con scorte e viveri,
disposta a vivere o a morire,

pronta a tutto. Anche andare fino in fondo.
Da una parte e dall’altra, ebrei e arabi

hanno messo nel conto di indossare
la veste di un eventuale lutto.

Il traffico ora li porta in un’unica veste
di pellegrinaggio, ma un gesto solo,

un solo richiamo potrebbe schierarli
da una parte o dall’altra come due eserciti.

Sono tutti pronti, nell’imminenza.
Da una parte e dall’altra della città celeste.

Sulla spiaggia di El Kantaoui

Sulla spiaggia di El Kantaoui
al tramonto il vento
trasporta la malinconia
come un’onda felice.

C’è una sirena in mare,
che attraversa le onde
leggera e flessuosa
nella più assoluta solitudine della sera.

Cerco in lontananza,
ma non si vede,
il paese
che non vorrei vedere.

Mentre una radio trasmette
una lenta litania araba,
una coppia attraversa la spiaggia,
lieve e sensuosa come un passo di danza.

Le luci cominciano a punteggiare
il tramonto e si spegne in un ravvicinato esotismo
il cullante furore di altre onde,
che si insinuano in un’inquietudine austera.

Sono pieghe che si intrecciano
in un labirinto tracciato
a caratteri esoterici nell’oscurità dell’inconscio,
come quelle di un velo.

Il malumore del mare

Lo riconosci il malumore del mare
quando cambia la frequenza
delle sue onde sugli scogli e a riva,
ma in modo particolare;

non sempre questo può voler dire
che è in procinto di agitarsi.
Qualche volta è solo un tributo che paga
a onde sorelle che si sono mosse lontano.

E lui le accontenta, ma ammicca
in direzione uguale e contraria.
Ma stasera il mare è di malumore.
Lo sento. Comunica. Avanza.

Sbatte con violenza.
Come il vento che lo percorre.
Quando il mare è di malumore,
meglio lasciarlo stare, come dicono

vecchi pescatori che non misurano
il vento in nodi, ma in sbavature
di sensazioni. Lascialo stare il mare.
E guarda il cielo, in una certa direzione.

Sembra somigliare
a una mia sensazione.
Quando la sento pulsare,
meglio lasciarmi solo, come il mare.

VII. CANZONIERE LATERALE

La danza, il buio, l’infinito

A vederti ballare
col tuo passo lieve e disinibito
che scivola in un modo indefinito

vorrei dirti tre e tre volte amore,
ma mi basta uno sguardo
perché so che i tuoi passi dorati
a me son dedicati e a nessun altro.
Mi faccio spettatore,
in una folla di umori appagati,
come il muto bersaglio della freccia.
E’ scoccata verso un nuovo invito,
come la danza, il buio, l’infinito.

@2011 Antonio De Lisa

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© Copyright 1990-2011

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